L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
Per molti anni, non appena affrontavo in una conversazione il tema del valore degli User Generated Content su Internet, mi veniva opposto, quasi in automatico, l’argomento della “montagna della spazzatura”. Si tratta dell’ormai trito strumento dialettico con cui, prendendo ad esempio You Tube, si sottolinea come il suo totalone di quasi 50 milioni di video sia composto per l’1% di contenuti originali di qualità broadcast, mentre il restante 99% è spartito tra capture di mainstream e orrendi video girati in famiglia. Su questo servizio di video sharing sarebbero disponibili, dunque circa 500.000 video effettivamente “creativi”, che non sarebbero nemmeno pochi se non fosse per il problema che sono affogati in questa “montagna di spazzatura” e quindi sostanzialmente non fruibili.
A questo tipo di argomentazioni si può rispondere in molti modi. Uno dei più frequenti - che non condivido - è quello secondo cui il sistema dei “favorites” consegna in mano agli utenti stessi, con la propria capacità di scrutinio, il potere di “mettere in evidenza” i contenuti migliori. Ovviamente il sistema non funziona, perchè tra i “più preferiti”, anche nei rari casi in cui non si tratti di rimediazioni di contenuti mainstream, figurano parecchi video che hanno il solo pregio del forte impatto emotivo (disgrazie varie, scene splatter, sport estremi, eccetera eccetera, per la gioia del movimento neoluddista capeggiato da Bruno Vespa e dei loro accoliti). Nè aiuta più di tanto la scelta redazionale dei “featured”, che non fa altro che mescolare questi criteri di forte impatto a precise esigenze commerciali.
E allora in che modo è possibile scavare nella suddetta montagna e proporre al pubblico qualcosa che possa costituire una alternativa percorribile all’offerta televisiva mainstream?
Una risposta interessante ci viene dallo staff di Vimeo, il servizio di video sharing rivolto ai videomaker “ispirati”, fino a sfiorare lo status dei “semipro”. Su Vimeo, infatti, è possibile selezionare uno speciale contenitore, che si chiama “Staff Picks“, dove vengono raggruppati e aggiornati quotidianamente solo i video che, oltre ad essere originali, creativi e ben realizzati dal punto di vista tecnico, semplicemente sono in sintonia con un certo “equilibrio dell’immagine”, un criterio che talvolta, su servizi oceanici come YouTube e simili, sembra davvero essere stato relegato in soffitta. Per intenderci, fuori dagli staff picks potete trovare video tecnicamente ineccepibili, ma troppo compiaciuti o autoreferenziali. Eppure, dentro, si possono trovare filmati completamente fuori dai canoni tecnici, purchè l’esperienza visiva sia funzionale al messaggio o all’emozione che l’autore intende trasmettere.
Gli staff picks di Vimeo (spesso filmati in HD) sono un canale che consiglio a chiunque sia alla ricerca di nuove idee e nuove ispirazioni creative in ambito multimediale. E hanno anche il merito di costituire una sorta di punto di riferimento nella comunità dei videomaker, una sorta di piccolo olimpo quotidiano che stimola lo spirito di emulazione tra i vari partecipanti alla comunità. Insomma una rincorsa verso l’alto, verso nuovi linguaggi, verso metafore più sottili e impalpabili. Che ha riscosso un successo insperato anche presso un pubblico più ampio del previsto, in barba alle solite cassandre del “tanto peggio, tanto meglio”.
Cosa insegna la storia di Vimeo? Che forse l’arduo compito di scegliere con criteri qualitativi nella famosa montagna di spazzatura (dei video, delle foto, dei blog, insomma di tutti gli UGC presenti sul Web) non spetta nè ai soliti motori di ricerca nè ai tanto decantati filtri (che semmai funzionano per raggrupparli per tematica), ma alle persone. Possibilmente persone che abbiano un minimo di sensibilità nonchè siano in sintonia con lo spirito della propria community.
I Media Center Software, vale a dire i programmi per portare i contenuti della rete sullo schermo del salotto, per un motivo o per l’altro finora non mi avevano mai convinto, pur essendo facile intuirne le potenzialità. Scartando a priori tutti i software a pagamento, per di più offerti in bundle con qualche “giardino murato” di contenuti in abbonamento, avevo testato vari programmi di questo tipo rilasciati con licenza freeware (e in alcuni casi anche Open Source), ma con scarsa soddisfazione.
La parte più delicata di questi progetti è infatti la capacità di includere plugin in grado di lavorare con le API dei principali servizi disponibili sul web (come You Tube, Joost, Hulu eccetera), in modo da permettere al pubblico di utilizzarli agevolmente, con una interfaccia coerente e user-friendly, dal divano di casa, con un semplice telecomando. E nessuno dei programmi finora disponibili era in grado di rispettare questo requisito.
Ora però, è uscito Boxee, un freeware (e anche Open Source) che promette davvero molto bene. Disponibile su MacOS, Linux e presto per Windows, è un Media Center che porta a casa la quasi totalità dei contenuti multimediali, anche in alta definizione, scaricabili dalla rete, compresi i torrent pubblici, servizi come Last.fm e Flickr, e naturalmente qualsiasi feed RSS a cui ci venga in mente di iscriverci.
Il tutto attraverso una interfaccia semplice e gradevole, facilmente accessibile con un qualsiasi telecomando a infrarossi, un accessorio in questo caso indispensabile, e rintracciabile a meno di 10 euro in qualsiasi online store di accessori per il PC.
E’ il segnale della svolta, e cioè di una Web Net TV finalmente aperta al grande pubblico, e quindi in grado di costituire una alternativa praticabile, gratuita, virtualmente infinita e on-demand alla TV digitale di flusso (via etere e/o via satellite)?
Difficile dirlo. Ma nei paesi che da sempre ci insegnano, con largo anticipo, dove i comportamenti del pubblico andranno a parare, alla luce di una altrettanto prevedibile evoluzione tecnologica, la “destinazione” di questo trend è inequivocabile: un pubblico sempre più ampio di persone ormai si aspetta di fruire i propri contenuti, cioè esattamente quelli scelti dall’utente e, nel momento, nel luogo e sul devicestabilito dall’utente. Possibilmente con tutte le applicazioni “Social” del caso.
Un Media Center come Boxee è un primo passo verso un pubblico “maturo” e “attivo anche dal divano” di questo tipo. Lo stesso pubblico che presto pretenderà di avere gli stessi contenuti sempre con sè, personalizzati all’inverosimile, magari sul telefono cellulare o comunque sul device che avrà sempre in tasca. E lasciando alla TV e alla radio di flusso la non trascurabile (ma comunque minoritaria) “nicchia” dei contenuti live, soprattutto notizie e sport.
Chi sarà in grado (e i primi che mi vengono in mente sono i grandi carrier di Telco, che oltre a gestire il canale di ritorno sono letteralmente seduti su una miniera di informazioni generate - consapevolmente o meno - dagli utenti attraverso le proprie scelte) di offrire una piattaforma di questo tipo, dove l’utente possa ritrovare sempre e ovunque tutti i propri contenuti a casa e nell’oggetto “tascabile” di cui sopra, avrà ottime possibilità di sfruttare tutte le sinergie tra social media, online advertising, e-commerce ecc. ecc. Con il privilegio di poter osservare da una posizione confortevole la naturale estinzione di vecchi arnesi come i Centri Media, l’Auditel, le telepromozioni e tutto il simpatico indotto che ha lobotomizzato il pubblico a partire dagli anni ‘80.
Boxee - tra le altre cose - promette presto di essere integrato in un “piece of hardware” che renda non necessaria l’installazione sul PC, ciò che ancora costituisce un ostacolo per la grande maggioranza dei potenziali utenti. Non sarei sorpreso di assistere, nel giro di qualche mese, a una versione Mobile, simile al glorioso Canola per il Nokia N800. E allora il cerchio potrebbe chiudersi anche prima del previsto, finendo per convincere anche molte persone tra quelle sedute nella stanza dei bottoni.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica