Articoli marcati comeworking capital
Non mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.
Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.
Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.
E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media Guru, Capitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.
A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.
Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.
In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.
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Tra le prime domande che sono state rivolte ai relatori della plenaria introduttiva del Working Capital Camp, che si è tenuto ieri a Catania, ne spiccava una solo apparentemente banale: perchè proprio a Catania?
Ammetto che fino a ieri avrei avuto qualche difficoltà a dare una risposta. Ora ho le idee più chiare. Il punto è che Catania è una città incredibile. Piena di luce, di bellezza e di energia. La notizia è che per saperlo bisogna andarci, perchè questo bizzarro paese proietta della Sicilia e del sud una immagine evidentemente politicamente comoda, ma infinitamente lontana dalla realtà.
Per chi arriva dal piccolo mondo telecratico top-down, potrebbe essere una sopresa scoprire che a Catania c’è una splendida sede Universitaria ricavata da un riadattamento dello storico Monastero dei Benedettini. Una meraviglia architettonica, nel visitare la quale ho avuto in Davide Bennato un cicerone d’eccezione, di cui in Italia si sa pochissimo. Sarà forse perchè Skira dedicherebbe un volume a un tombino milanese ridisegnato da Gae Aulenti ma dei tesori del Sud forse è meglio non parlarne?
Ebbene, ai sudditi della suddetta telecrazia potrebbe suonare bizzarro che in questo straordinario scenario si è radunato, in una splendida e insperata giornata di sole (forse ad Elastic hanno pensato anche a questo, visto che curavano l’organizzazione) un piccolo esercito di aspiranti imprenditori. Un manipolo di speranzosi che magari avrà snocciolato idee buone e meno buone, ma con una passione e una vitalità del tutto sconosciute ad altre, più celebrate latitudini.
In questa sede non voglio parlare dei progetti, è il compito di altre persone ben più preparate di me. Mi limito a una semplice considerazione: troppe volte, parlando si nuove idee 2.0, si dimentica completamente l’immensa ricchezza del nostro territorio. In una parola, il grosso dell’idea si esaurisce nell’universo online. E in questo modo viene perso gran parte del suo potenziale.
L’Italia, dopo aver perso la scommessa industriale, e aver dato pessima prova di sè nel cosiddetto “terziario avanzato” (rivelatosi terreno privilegiato di peracottari di ogni foggia), oggi ha nel valore del proprio territorio e della propria cultura l’ultima ciambella di salvataggio, che potrebbe risparmiare ai nostri nipotini il destino di fare da giullari di una decadente disneyland per miliardari cinesi. Sto parlando di quella che - con qualche enfasi di troppo - viene definita l’economia della conoscenza.
Ma la conoscenza non è un patrimonio degli sviluppatori, dagli esperti di marketing, e meno che mai dei tanti e omnipresenti “fuffologi”. No, la conoscenza è un patrimonio delle persone che hanno una identità, una storia e un legame con il territorio. E mai come durante questa visita a Catania, terra straordinariamente ricca di questo “asset”, e straordinariamente sciagurata nel non sfruttarlo a dovere, tutto questo mi è apparso chiaro davanti agli occhi.
Si tratta solo di utilizzare i nuovi strumenti per far parlare il mondo con questa cultura e con questo territorio. La chiave è, ancora una volta, la disintermediazione, in particolare di quegli ostacoli naturali costituiti da chi ha presidiato questo tesoro fino ad ora, dilapidandolo e tenendolo al “riparo” dagli interlocutori “business-critical”.
E’ un’operazione che solo la punta avanzata dei giovani imprenditori locali ha i titoli per affontare con qualche speranza di successo. Finchè (pensiamo alla Sardegna) i profeti arriveranno da fuori, imponendo le loro regole e il loro modo di pensare non ci sarà da stare molto allegri. Il 2.0 è la massimizzazione del canale di ritorno. Se le idee vengono “dal basso”, è il territorio a governare il processo della loro trasformazione in business. E quando questo accadrà compiutamente, potremo finalmente ammirare i riflessi del sole su queste incredibili terre senza l’ormai consueto e malinconico groppo alla gola.
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