Uno dei problemi che hanno i servizi di video sharing nell’affrontare il passaggio dal desktop al primo schermo è quello di adeguare l’interfaccia al mutato atteggiamento dell’utente. Davanti al computer, infatti, il nostro approccio è un “lean forward” (sporgersi in avanti verso lo schermo), per cui siamo portati a un elevato grado di interazione con il contenuto, e non ci costa più di tanto nè cercarlo (search), nè passare rapidamente da un video all’altro (browse), nè inserire preferenze (like) o commenti. Quando invece ci troviamo di fronte allo schermo del salotto la nostra esperienza è tipicamente “lean back”, cioè siamo svaccati sul divano e non ce la sentiamo di fare molto di più che premere tasti sul telecomando col preciso obiettivo di poter smettere di farlo, avendo trovato un “canale” che ci propinerà di sua iniziativa cose che ci aspettiamo che siano di nostro gradimento (discovery).
Nessuna applicazione di online video, sia tra i servizi veri e propri (YouTube, Vimeo…) sia tra i servizi di puro sharing o bookmarking (come Digg) era riuscito a proporre una applicazione “da divano” in grado di far quadrare il cerchio.
Con l’applicazione di Redux per Boxee, però, si scorge finalmente qualcosa di interessante all’orizzonte. Grazie ad essa, possiamo scegliere lo “stream” (sostanzialmente una playlist proposta in continuità) che più ci aggrada, composto dai video che via via gli utenti della community inseriscono nei vari canali, e poi smettere di interagire con il televisore. Ogni tanto faranno capolino i “like” e i commenti degli altri utenti, ma in sostanza è come avere a disposizione tanti canali tematici da tenere anche in sottofondo, senza una fruizione particolamente immersiva.
Nel mondo dei widget di servizi di video online per Set Top Box, Media Center, Console, e anche Connected TV non mi è difficile giocare un chip su questo tipo di applicazioni “rilassate”. Se è vero che ciò che ci attrae della coda lunga è l’avere di fronte quasi sempre quello che abbiamo cercato, è anche vero che - specialmente dal divano - cercare, selezionare e segmentare all’infinito è stressante, e finisce per costituire una attività che quasi si sovrappone alla fruizione del contenuto vero e proprio.
Per questo Redux per Boxee e i suoi emuli futuri (arriveranno, vedrete) hanno a mio modesto parere un futuro molto florido davanti a sè.
Aggiornamento dell’8.3.2010: su questo tema ho tenuto una presentazione alla tappa romana della Ignite Week. La copio qui sotto per i più curiosi.
Ormai da qualche anno il mondo delle major, dei blockbuster, dei grandi media mainstream verticalmente integrati si trova di fronte al dilemma di come rispondere alla sfida dei contenuti prodotti al di fuori dalle regole e dalle logiche industriali. E non parliamo, si badi bene, degli User Generated Content, ma di tutti quei fenomeni laterali che tendono ad esplorare le opportunità, anche di business, derivanti dai nuovi modelli di distribuzione.
Ebbene, dando una rapida occhiata alle mosse da parte dei media tradizionali, è facile riscontrare che la loro prima risposta è stata la decisione di ritardare questa “resa dei conti” con iniziative che tendono a creare, magari sfruttando le nuove tecnologie, le condizioni per continuare a condurre il proprio business esattamente con il modello che ha imperato per decenni. In sostanza, il mondo mainstream sembra volere avvalersi della facoltà di non rispondere.
Gli esempi sono facili: il video online può ormai sbarcare liberamente sui televisori del salotto? E allora i broadcaster impacchettano alcuni contenuti del web, possibilmente poco minacciosi, su decoder ibridi ma rigidamente controllati, e su cui figura in bella vista il loro bollino certificatore.
Internet permette di trasmettere facilmente qualsiasi canale televisivo? I broadcaster abbracciano in massa l’alta definizione, a cui sul web possono accedere solo gli utenti di fascia alta (ma ancora per poco).
Netflix e iTunes permettono di noleggiare film senza muoversi dal divano, a prezzi competitivi? L’industria cinematografica firma una santa alleanza con la distribuzione nelle sale per il 3D, facendo finta di non sapere che anche questa tecnologia sarà presto facilmente replicabile anche a casa, con i film scaricati (legalmente o illegalmente) da Internet.
Insomma, la sensazione è che l’unica strategia che gli ex “padroni del vapore” multimediale sembrano capire è la ripetizione, a “disco rotto”, del celebre refrain “tout va bien, madame la marquise”.
Il punto è che l’evoluzione della tecnologia coglie solo uno degli aspetti del cambiamento. Prendiamo il pluricelebrato Avatar. Bene, potremmo definirlo il miglior film che sia possibile realizzare nel 2010, data l’evoluzione delle tecnologie di produzione, e considerato il vincolo di non fare annoiare per quasi 3 ore delle persone che hanno pagato 9 euro per trovarsi a una data ora in una certa sala. Il che comporta UN CERTO tipo di storia, UN CERTO numero di distruzioni ed esplosioni, UN CERTO tipo di messaggi rassicuranti trasversali, nonchè l’assecondamento di ALCUNE mode senza ovviamente infastidire ALCUNI stakeholders che hanno investito nel progetto.
Il web (e a questo proposito invito ancora a dare un occhiata nel tesoro di Vimeo, a titolo esemplificativo) permette agli autori multimediali una vera indipendenza, che non è solo dal vincolo finanziario, ma anche e soprattutto in termini di libertà d’espressione e diversità dei linguaggi. E il principio si applica facilmente anche alla musica e alle notizie, che sono altrettante pietre angolari del nostro sistema di omologazione del consenso e dei costumi. E’ questo, soprattutto questo che sta cambiando: la tecnologia viene solo dopo.
Ma molto prima di prendere la parola “da agenda lavori”, sono intervenuto su una questione poco strategica e molto “tattica”: come utilizzare la comunicazione virale (e in particolare i video virali) a supporto di una campagna politica di breve termine. Nel video qui sopra ho provato a rispondere alle domande di Marco Cappato e Mihai Romanciuc, sottolineando come- forse - il modo più efficace non è sedersi a un tavolino per provare a inventare un video destinato a essere virale.
Come ci insegna la storia dei primi video virali in Rete, i video più ri-circolati e ri-mediati sono quelli i cui protagonisti sono involontari. La figura barbina di un qualsiasi personaggio istituzionale (una star dello show-biz, un politico, uno sportivo, ma anche un noto uomo-azienda), ripresa in un video online, circola e ri-media in modo del tutto naturale.
Ora, dato che un partito politico deve mettere a nudo i tratti più evidenti di un problema che ad altri può interessare tenere sottotraccia, il modo migliore per usare i video virali in una campagna è “fotografare” e “scoperchiare” questi tratti. Come ho sostenuto nel mio intervento, è quello che è riuscito - pur senza un preciso disegno strategico - al giornalista de “L’Espresso” Alessandro Gilioli quando Gabriella Carlucci (messa alle strette dai forti argomenti del primo, che sosteneva come Internet non sia altro che il riflesso della società in cui viviamo, e che quindi è assurdo limitarne l’accesso) finì per rivolgergli un tetro augurio, mostrando in pubblico, anzi - in una sede istituzionale - il lato più inquietante del neo-oscurantismo che vede in lei, in Barbareschi e Vespa altri personaggi in prima linea.
Come prevedibile, il video dell’augurio della Carlucci a Gilioli divenne virale, in quel caso fuori da un preciso piano di comunicazione, ma di fatto Gilioli (che - tra l’altro - se lo merita per il suo impegno) è divenuto il leader riconosciuto del movimento trasversale per i diritti in Rete, nonchè il blogger più influente d’Italia.
Tutto questo per dire che i Radicali, che sono letteralmente seduti su una montagna di documentazione istituzionale (l’archivio online di Radio Radicale) che “scoperchia” e “mette a nudo” i tratti più indecenti della nostra vita politica sarebbero i meglio posizionati per costruire “discorsi virali” di questo tipo. In qualche modo, lo dimostrarono già nel 2007 quando realizzarono e pubblicarono su YouTube un video con le intercettazioni proprio di Bruno Vespa che “aggiustava” in anticipo i contenuti del suo “Porta a Porta” con gli ospiti in modo davvero poco ortodosso.
Detto ciò, già immagino i commenti di coloro che sottolineranno il carattere residuale della comunicazione online nel determinare il consenso politico, che rischia dunque di fare di questa comunicazione virale una sorta di gradevole ma futile esercizio di stile. Invito costoro, fin da subito, a riflettere sul ruolo della viralità nella campagna per le primarie di Obama, che in quella fase poteva contare su risorse ben inferiori rispetto a Hillary, che snobbò Internet coi risultati che sappiamo.
L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
Non mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.
Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.
Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.
E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media Guru, Capitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.
A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.
Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.
In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici? Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?
Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.
Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).
Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.
Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.
Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi non - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.
In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.
Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi; a un negozio di libri; a chi fa televisione; a un musicista; a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo. Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.
Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata) il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.
Molti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente - sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.
Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:
è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità
Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.
La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.
Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.
Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.
Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.
Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.
Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.
Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato - prosegue il suo ragionamento - che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.
Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.
Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali - per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo - dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè - come poi abbiamo ben visto - “dal sicuro valore scadente”.
In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?
Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.
Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…
Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.
Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che - tra le altre cose - ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.
Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere il passo è stato breve.
Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?
Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.
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Errata corrige del 31.10.2009: come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu - che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.
Si tratta di un libricino dall’aspetto innocuo, ma che in realtà solleva alcune questioni di grande importanza, a partire dalla necessità di risidegnare il complesso delle regole che sono alla base dei sistemi relazionali di oggi alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Al centro del dibattito tornano ancora una volta i temi dell’identità (moltiplicabile), della sensorialità (espandibile), della condivisione dell’informazione (infinita), tutti elementi destinati a creare un pesante gap culturale tra gruppi e generazioni.
Un divario non tanto tra chi userà questi strumenti e chi non li userà, ma tra chi lo farà consapevolmente, alla luce di una “educazione mediale” in grado di estrarre valore dalle nuove tecnologie, e chi ne subirà l’impatto attrezzato solo degli schemi di riferimento attuali. Per i “migranti” tra le due culture, c’è il rischio, dice Granieri, di intaccare il governo stesso della nostra vita emozionale, dei nostri affetti, dei nostri interessi, ma anche la tutela dei nostri diritti e la difesa dei nostri valori. Saremmo quindi di fronte all’ennesimo bivio, rispetto al quale lo strumento è ancora una volta neutro, e la responsabilità è nostra: vivere in modo “accresciuto” o rimanere vittime del ciclo delle ansie, finendo per delegare la gestione del cambiamento - comunque inevitabile - ai nostri figli.
Il principale merito di questo libro è di aver colto l’essenza di uno dei problemi principali dell transizione tecnologica e culturale che stiamo attraversando: il problema della consapevolezza. Granieri però ci arriva dopo un lungo carotaggio sui “metaversi” o “mondi virtuali” che appartengono da tempo al principale ambito della sua indagine, e che nel frattempo hanno disatteso molte delle loro prospettive iniziali, almeno in chi vi aveva compiuto un investimento emotivo e razionale. La rete, che piaccia o no, nel frattempo somiglia sempre di meno a un metaverso, mostrando invece una progressiva capacità di incidere sul mondo reale attraverso interfacce sempre più evolute e al contempo rispettose dell’insostituibilità della vita offline. Una rete meno fine a sè stessa, più pervasiva nel quotidiano, in grado di costruire persino nuovi modelli economici, ma individualmente meno immersiva, rispetto a quanto Second Life sembrava promettere, davanti al monitor.
Ciò non toglie peraltro attualità e pertinenza ai punti sollevati in questo lavoro comunque molto valido. Se un uso “strategico” di un mezzo “stupido” come la televisione è stato in grado di svuotare di contenuti la nostra democrazia, non credo sia saggio sottovalutare il tema dell’impiego inconsapevole di un mezzo incredibilmente più complesso e intelligente come Internet. E sul fatto che gli anni che stiamo vivendo siano decisivi in merito, sotto il profilo della presa di coscienza e dell’evoluzione culturale, non mi sembra che vi siano dubbi di sorta.
Venerdì scorso ho proposto ai ragazzi del Master MUMM di Economia e Commercio la versione aggiornata della mia presentazione “Aziende e 2.0, cambiare il modo di pensare”, che per l’occasione ho pensato di condividere su Slideshare con l’audio sincronizzato.Si parla ancora una volta del mutamento culturale che le Aziende devono affontare se vogliono continuare a comunicare efficacemente con i loro interlocutori istituzionali, nelle logiche conversazionali imposte dai social media. In questo aggiornamento ho provato ad arricchire la sezione delle case study, ad approfondire i trend (tutt’altro che innovativi) dell’online advertising, a delineare le prospettive dei marketing services nella chiave dell’”opt-in”.
Qui potete trovare anche la seconda parte, che approfondisce il tema dell’impiego di blog, podcast e web tv in ambito corporate.
Entrambe le presentazioni sono scaricabili in formato powerpoint direttamente su Slideshare. Inoltre, l’audio può essere anche ascoltato sui lettori portatili, scaricando i seguenti due file MP3.
Ieri sera sono stato ospite di altri due podcasters della prima ora, Franco Solerio e Carlo Becchi, per la seconda puntata di Digitalia, un talk show settimanale sui temi del Web 2.0 e al quale - bontà loro - avrò ancora modo di partecipare. Si è parlato del WorkingCapitalCamp di Catania, della strategia online di Obama, dell’alterco Gilioli-Carlucci, di censura distribuita e diritto d’autore, di simpatici gingilli come Bywifi e Boxee e di altro ancora. Il file MP3 in questione si può scaricare qui. Buon ascolto!
La notizia è questa: non è vero che i video che ottengono più “views”, “share” e “download” online sono necessariamente spezzoni della televisione mainstream, oppure “video pazzeschi”, come li chiamerebbe Marco Montemagno, in cui qualcuno rischia di rompersi l’osso del collo praticando uno sport estremo, pescando nel torbido dell’ampio mare degli UGC.
Bisogna che tutti (osservatori, analisti di mercato, guru, consulenti, blogger, sociologi e massmediologi) se ne facciano una ragione: qualche volta può accadere che ad avere successo siano contenuti video che, pur conservando le specifiche della c.d. “qualità broadcast”, sfuggono del tutto alle regole dettate dai vecchi modelli di distribuzione le quali, stratificatesi negli anni, finchè è esistito “un solo modo di fare televisione” avevano finito per porre limiti creativi imprescindibili favorendo una omologazione pressochè totale dei linguaggi.
Oggi, grazie ad internet, esistono molti altri modi per fare televisione. Di più: per farla in modo del tutto indipendente. E per rispondere alla crescente domanda di un pubblico che - lo dimostra l’evoluzione dei linguaggi del cinema - è disposto ad alimentare modelli di business alternativi pur di vedere qualcosa di nuovo e di diverso.
Qualcosa del genere si comincia a vedere anche in Italia, ma la flagranza di questo trend è più evidente - come spesso accade - negli USA, dove Rocketboom è ormai un fenomeno sociale. E’ una sorta di magazine che rompe completamente gli schemi visivi lineari ai quali noi “immigrants” siamo abituati dalla nascita. Nell’on demand integrale multipiattaforma, la sfida non è “evitare che qualcuno cambi canale”, ma rendere il contenuto competitivo rispetto a tutto ciò che può accadere all’utente in rete. Non è quindi solo una questione di ritmo (la magnifica ossessione del broadcaster tradizionale) ma anche e soprattutto la capacità di trasmettere un’emozione, stimolare una scoperta, giocare con i memi del fruitore, compreso tutto l’inevitabile follow-up della viralità e della socialità del contenuto.
Più di mille parole, vale un brevissimo embed:
Si tratta di produzioni che nascono per essere visti sul desktop per poi dimostrarsi efficaci anche su altri device. E’ l’utente ad adattarne la fruizione, indipendentemente dal loro formato. Dando un bello scossone ai legittimi ragionamenti che per tanti anni sono stati fatti circa la produzione di contenuti “ad hoc” per ogni tipo di supporto.
Il punto è che da una televisione nata per riempire spazi mentali e temporali predefiniti (non solo era coatto il luogo e il momento della fruizione, ma era anche omologato il contenuto) questi nuovi produttori, che si fanno spazio tra il mainstream da un lato e gli UGC dall’altro, sembrano marciare decisi verso un nuovo schema, che tende ad appagare il desiderio del fruitore “reloaded” di definire i propri spazi e nutrire le proprie idee attraverso un contenuto diversificato nel linguaggio e di cui è possibile fruire liberamente, senza vincoli.
Non solo un “oggetto” come Rocketboom o Coolhunting può essere visto su qualsiasi device, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, ma soprattutto non è necessario che venga immediatamente codificato secondo uno schema che “piaccia”, per dirne una, agli inserzionisti. O che, come si diceva una volta, “funzioni”.
Ecco un altro esempio interessante.
E attenzione, non stiamo parlando di prodotti di nicchia, di fieno per le fauci degli inguaribili radical-chic della rete. Stiamo parlando di contenuti che, nelle loro varie versioni (videosharing, podcasting, ri-mediazioni su altre piattaforme, ecc. ecc.) vegono visti da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. And counting (visto che sono ancora lì)…
Di ritorno da una settimana di vacanza, trovo nella casella della “snail mail” il secondo numero di Wired. Il primo si è perso nei meandri della non efficientissima spedizione per abbonamento postale, ma ero riuscito in qualche modo a leggerlo di straforo quasi per intero.
Penso che i temi siano maturi per qualche prima impressione su questa rivista, che aveva sollevato aspettative notevoli, spesso in contrasto tra loro.
Ed è proprio questo il punto: la versione italiana di Wired non può accontentare tutti. Nè i puristi, che si aspettavano una rigorosissima localizzazione della rivista americana, nè il pubblico più ampio, che magari avrebbe voluto una rivista sull’innovazione “cool”. Per non parlare del “popolo dei blog” che sotto sotto sperava di trovare una rivista che parlasse dei blogger e degli altri personaggi più o meno in vista online e offline tra blogfest, barcamp, girl geek dinner, eccetera eccetera.
Il problema è che nessuna di queste scelte era sostenibile, da sola, per il modello di business di una rivista cartacea tipicamente ad/subscription based. Il clima libero e frizzante della discussione di alto profilo in rete semplicemente non è riproducibile senza scontentare gli inserzionisti, da sempre spaventati dell’impatto del “colto” sulla massa dei neofiti. La rivista semplicemente “newcool” avrebbe trovato sulla sua strada troppi e già agguerriti concorrenti. Insomma, un inno al “vorrei ma non posso”.
Alla fine, schiacciata dalle troppe aspettative (”tirate per la giacchetta”, si sarebbe detto un tempo) la creatura di Riccardo Luna tenta una via di fuga, di fatto l’unica davvero praticabile, giocandosi tutto sul filo conduttore delle idee per il futuro. E, paradossalmente, lo fa disintermediando il Web, che infatti risulta tutt’altro che al centro della discussione: sintomatica, a tal proposito, la scelta di Rita Levi Montalcini sulla copertina del primo fascicolo.
L’operazione poteva anche riuscire, a patto di conquistarsi fin da subito una certa credibilità. Perchè è solo la credibilità l’unica merce davvero preziosa per chi (e sono sempre di più a farlo) comincia ad indossare le regole della nuova comunicazione in modo istintivo, per il solo fatto di usare il web come casa comune e luogo principe del dibattito sul nostro futuro.
E qui arrivano le note dolenti. I primi due numeri di Wired su troppi temi sembrano partire da tesi precostituite, da realtà assiomatiche, costruendo i servizi e gli approfondimenti solo sui dati a supporto di queste tesi, finendo per ignorare non solo gli altri dati, ma anche le altre possibili newsangles.
Si veda il criticatissimo servizio sulle torri rotanti di David Fisher: il tema della nuova architettura dinamica è affascinante, ma non si possono ignorare i molti dubbi legati ai relativi progetti solo perchè si è “distratti” (nella migliore delle ipotesi) dalla notevole potenza di fuoco di una efficacissima macchina di P.R. Allo stesso modo, non è accettabile che si parli del fantasmagorico progetto per rendere il centro trasmissioni di Radio Vaticana un impianto a “impatto quasi zero” mettendo elegantemente una pietra sopra le emissioni di onde elettromagnetiche che da anni sono oggetto di una spinosa controversia.
Per passare a considerazioni che prescindono dal “taglio”, credo sia giusto lodare il tentativo di Wired di addentrarsi volentieri nel campo minato delle “culture digitali”, ma sarebbe anche opportuno provare a conservare un minimo di rigore nel destreggiarsi tra i complessi scenari socio-antropologici indotti dall’esplosione dei social media nel loro complesso. Non ha molto senso mettere nello stesso calderone un fenomeno di costume come il retrogaming, le sperimentazioni del public design e i nuovi modelli di economia collaborativa, a condizione di non volersi distinguere granchè da “D di Repubblica“. Che però è gratis e ha già una identità ben precisa.
Al tempo stesso non ho problemi ad andare controcorrente nell’affermare che vi sia - eccome - lo spazio per una rivista cartacea di questo tipo nel mercato italiano. Si tratta solo di assestare il tiro, e non necessariamente in una delle mille direzioni indicate da chi, alla prima ora, ha preteso di sancirne il concept e la linea editoriale.
L’editoriale di Francesco Alberoni, che inserisce in un unico malefico polpettone “i giovani d’oggi”, il loro modo di comunicare, le discoteche, le chat, la droga, i blogger e la parte più deteriore (e fortunatamente sconfitta) del ‘68 ha suscitato varie reazioni in rete. Segnalo, tra le più autorevoli, quella di Sergio Maistrello, e in particolare questo stralcio.
“Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger - qualunque cosa siano - almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani - ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse - no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine.”
Ovviamente quoto ogni parola di Sergio. Credo che Alberoni non avrebbe mai scritto quell’editoriale se avesse letto il suo libro “La parte abitata della rete“, che continuo a consigliare ai miei interlocutori a distanza di qualche anno dalla sua uscita, a dimostrazione che un’idea - per essere buona - non deve necessariamente essere più giovane di una settimana.
L’articolo di Alberoni ha però un pregio, quello di rivelare con chiarezza il meccanismo basilare che impedisce alla sua generazione di comprendere tutte le successive. E’ una generazione che, forte dello status acquisito, ritiene di non avere più nulla da ascoltare e nulla da imparare, nemmeno dal proprio futuro, che poi è il nostro presente, e che è già il passato dei nostri figli. Una generazione a senso unico, disorientata da un mondo in cui tutti, finalmente, possono parlare ad armi pari con tutti, e che si consola nel constatare che le loro parole possano ancora essere stampate in centinaia di migliaia di copie, a differenza delle nostre, confinate nelle impalpabili pagine del web.
Il punto è che in questo mondo, che disorienta non solo gli Alberoni, ma anche i Vespa, i Barbareschi e - dispiace scriverlo - lo stesso Giorgio Bocca, la chiave per essere opinion leader non è più la capacità di occupare gli spazi di comunicazione (che fortunatamente non sono più una risorsa così scarsa) ma la credibilità dei messaggi, che si guadagna attraverso il costante scrutinio di una conversazione a due vie, quella permessa dai nuovi strumenti.
Sotto questo profilo l’iniziativa di Maistrello, cioè quella di promuovere un Reality Check per verificare in rete la credibilità dei messaggi istituzionali è non solo meritoria, ma coglie perfettamente lo zeitgeist dell’evoluzione in corso. Che riguarda la politica, le aziende, le istituzioni e in ultima istanza ciascuno di noi.
E’ destino che in questi giorni su queste pagine si parli di televisione. Il fatto è che le novità sono tante. Non abbiamo fatto a tempo ad implorare la Rai di rinnovare la propria offerta online, che - lo scorso weekend - è partito il nuovo portale (quant’è vecchia, questa parola!) di Rai.tv, che riunisce in un unico luogo della rete la diretta streaming di tutti i canali gratuiti della televisione pubblica, l’offerta on-demand (podcast compresi) e anche un abbozzo di servizio di video sharing.Si tratta, inutile dirlo, di un bel passo avanti, simile a quello compiuto da realtà pubbliche più attente alla rete, come Arte-Tv e BBC. Ed è anche la conferma che in generale, la televisione pubblica ha una più facile integrazione con il web rispetto ai canali privati (alzi la mano chi è soddisfatto dei siti di Mediaset, tanto per fare un esempio). Del resto, è del tutto ovvio che sia così. Sia perchè esiste un “contratto di servizio” che obbliga la concessionaria, prima industria culturale del paese, a trasmettere i suoi contenuti con le migliori tecnologie disponibili (e meno male!), superando via via tutti i problemi di gestione dei diritti che queste tecnologie comportano. Sia perchè la Rai (ma anche la BBC, TVE, France Télévisions, eccetera) hanno una naturale propensione alla sperimentazione, per quanto l’imitazione del modello di business della televisione commerciale ogni tanto ce lo faccia dimenticare.
In casa Rai, in particolare, possono contare sulle capacità dello staff di Rai Net e sulla visione del suo direttore, Giampaolo Rossi, che da tempo seguo nelle sue apparizioni in vari seminari e convegni. E’ proprio di questi personaggi che la tv privata manca, e cioè di chi sa che con la paura di sbagliare, accontentando sempre e comunque il diktat di chi non ha e non può avere una visione strategica (e cioè gli investitori pubblicitari), non si va da nessuna parte, specie in un settore come quello dei nuovi media.
La trasmissione in diretta streaming dei canali pubblici gratuiti (per ovvi motivi sono esclusi i canali offerti a pagamento all’interno della piattaforma SKY) è garantita dall’omnipresente lettore Silverlight che - a parte qualche problemino di compatibilità con Linux - funziona egregiamente. La qualità dello stream, però, non è eccelsa, e questo si paga con la visione a tutto schermo. Se non è una precisa scelta politica (non si sa mai) si potrebbero prevedere due stream, uno per le connessioni “così così” e l’altro per chi ha la fortuna di disporre di almeno mezzo mega di banda reale. Nota lieta: in streaming sono disponibili alcuni canali (come l’intrigante “Millepagine”, decidato alla letteratura) completamente nuovi, e cioè fruibili esclusivamente attraverso il web. Sulle mie perplessità circa la necessità di nuovi canali di flusso per contenuti non-live mi sono già espresso, ma evidentemente la mia è una posizione minoritaria. Interessante l’uso degli spot pre-roll che partono all’inizio di ogni collegamento. Ancora più interessante sarà vedere i numeri degli accessi, e compararli agli accessi dell’on-demand.
L’on demand
Il fatto stesso che venga concepito un servizio del genere è un bel salto culturale per un paese come l’Italia, quindi va apprezzato a prescindere. Qui le lamentele riguardano soprattutto l’ampiezza dell’offerta, ma c’è da immaginarsi che sia destinata a crescere progressivamente. Viene da chiedersi perchè non si fa un po’ di sano benchmark con il servizio ArteVOD (il migliore su piazza tra le tv pubbliche), che permette - tra l’altro - anche il download dei relativi files. Questo del download è un vulnus che non si riesce a superare, il che è particolarmente bizzarro se si pensa che - con un semplice software, chi avesse la volontà pervicace di appropriarsi del file in streaming potrebbe farlo facilmente, per non parlare di un servizio come Faucet PVR. La tattica di usare l’alfabetizzazione informatica dell’utente come “limitatore accettabile” di un comportamento complessivamente sgradito (il download del file) è forse l’unica via per superare le resistenze interne e avviare un servizio per anni osteggiato dai broadcasters. E’ però anche difficile considerarlo un approccio sano al problema del DRM, che andrebbe affrontato con più coraggio a monte, riformando il concetto stesso di proprietà intellettuale. Gli strumenti, come noto, ci sono.
Il servizio di podcasting
E’ da tempi non sospetti che la Rai pubblica le versioni in podcasting delle proprie trasmissioni regolari, prima solo della radio, poi sempre più della televisione. In questo modo Viale Mazzini ha trovato nuovi pubblici per contenuti costretti in fasce d’orario sfortunate (si pensi allo splendido Fahrenheit di Radiotre, che prima era destinato solo a chi non lavora al pomeriggio). Ma se fino a poco tempo fa l’idea di distribuire i file in RSS sembrava un esperimento carbonaro, ora ci pare di capire che questa modalità sia divenuta ufficiale e degna della definizione di un vero e proprio modello. L’impressione è che in questo “contenitore” finiscano quei contenuti che o non comportano grossi problemi di DRM (il podcast implica la scaricabilità, inutile sottolinearlo) oppure che sono “riconfezionati” in modo da non comportarne. Avanti così.
Il servizio di Video Sharing
Se a una prima occhiata non si vede il bisogno di una specie di miniyoutube in salsa pommarola, a ben vedere questa sezione del sito va elogiata proprio perchè la sua chiave è la possibilità (o per essere precisi, la prospettiva) di una rimediazione dei contenuti generati dagli utenti. Si tratta infatti di poter caricare sul sito dei video autoprodotti destinati, previa una sacrosanta selezione redazionale, a essere ritrasmessi sui canali mainstream. Quello - insomma - che hanno già cominciato a fare soprattutto canali all-news come CNN, Fox e la nostra SKYtg24. Bene, bravi, bis.
Suggerimenti e conclusioni
Rimane una domanda di fondo, che poi è anche il suggerimento principale . Perchè, in un futuro prossimo in cui i televisori avranno integrato il collegamento a internet e un firmware simile a Boxee (che non lo è ancora), qualcuno dovrebbe accendere un computer, aprire il browser, digitare un indirizzo per andare a vedere i contenuti forniti da un solo broadcaster? Non sarebbe forse il caso di aprire le API (come hanno fatto altri broadcaster come CBS e CNN per fare un paio di piccoli nomi) in modo che tali contenuti siano fruibili indipendentemente dalla modalità di accesso e dalla piattaforma?
Ma al di là dei possibili miglioramenti “in progress”, occorre contestualizzare questo sforzo per coglierne l’importanza. Il vero merito delle grandi aziende nello sviluppo di nuovi progetti non è la capacità di innovare “in sè”, ma di trovare la forza, le competenze, la creatività e quel pizzico di buon senso necessari per superare gli ostacoli interni ed esterni che - in queste realtà più che nelle dinamiche aziende protagoniste del 2.0 - sono sempre di grandi dimensioni. La Rai, dopo qualche colpo di assestamento, sembra riuscirci. Con questo portale (ahi!) si pone al livello delle altre esperienze europee dello stesso filone, apportando un po’ di quella sacrosanta e italianissima “arte di arrangiarsi” che tante volte ci ha cacciato fuori dai guai. E mai come in questi giorni, mediaticamente parlando, sentiamo di averne il bisogno.
Un piovoso sabato mattina qualunque nel depresso quadrante nord-ovest della Capitale può sempre riservare qualche bella sorpresa. Come per esempio, scoprire che il KublaiCamp è stato un piccolo capolavoro organizzativo. Con una location perfettamente centrata, una buona gestione dei tempi e degli spazi, e un’ottima fruibilità, grazie allo streaming video, anche per chi non è riuscito a intervenire di persona.
L’unica perplessità riguarda proprio la scelta del vincitore. Se davvero l’intenzione era quella di premiare il progetto più “costruttivo” per la promozione del territorio, non si vede come CriticalCity (che ho testato oggi pomeriggio) possa essere considerato qualcosa di più di una specie di caccia al tesoro multimediale. Ed è un vero peccato, perchè l’idea, e anche la sua realizzazione, arriva a dieci metri da un traguardo molto significativo: quello di incidere davvero sul territorio con azioni utili, e non meramente narrative o decorative. Mentre i “fotoracconti” e le “missioni” di Critical City sono infatti già ampiamente disponibili su social network preesistenti e ben più “abitati”, come Facebook, Flickr e YouTube, non sarebbe stato male, invece,finalizzare questo strumento alla realizzazione di azioni di volontariato, come il riciclaggio di materiali, la pulizia di una strada, le attività per gli anziani soli, insomma tutte quelle belle cose, magari più banali, ma di cui una grande città ha drammaticamente bisogno.
Se andiamo a scoprire i “pallini” che localizzano gli utenti, appare inoltre evidente che l’iniziativa ha un carattere decisamente “milanocentrico”, ciò che stride un po’ con le finalità dichiarate del concorso. Un progetto che - peraltro - sembra fatto apposta per vincere, per come è stato sapientemente presentato e comunicato nella community di Kublai.
Personalmente, avrei premiato - piuttosto - il progetto delle audioguide distribuite della Val di Noto, che senza lanciare il fumo negli occhi del mashup geotaggato proponeva un’idea semplice, efficace e “funzionalmente creativa”. Oppure il geniale ning OnYourWay di Andrea Costa, dedicato all’ottimizzazione dei trasporti. Ma è solo un’opinione.
Tra i talk più interessanti, ancora una volta devo spendermi a favore di Antonio Tombolini, che ci ha illustrato con la consueta maestria le potenzialità dell’E-paper nei processi deliberativi.
Meno convincente la conclusione di un affascinante tuttologo (di cui non ricordo il nome) che ha impartito l’estrema unzione alla formula del BarCamp (senza peraltro indicare una alternativa), rammaricandosi del fatto che le idee italiane risiedano su server americani (imperdonabile!) e proponendo come antidoto la creazione di social network territoriali. Tutti da ripopolare, naturalmente: auguri.
Scherzi a parte, semmai questo evento ha dimostrato, come già avvenne con il DemCamp, che la modalità della non-conferenza si presta molto bene alla realizzazione di fini istituzionali. Il BarCamp è sempre più un mezzo e sempre meno un fine, e di questo possiamo cominciare a rallegrarci senza sentirci in colpa.
Per anni, e ancora in questi giorni, è stato affermato il principio, validissimo da vendere internamente a una azienda, secondo cui in tempi di crisi occorre investire di più in attività di pubbliche relazioni. E infatti, come conferma un bell’articolo del Guardian, una delle mie sorgenti preferite di informazioni sui trend della comunicazione corporate, la spesa in P.R. sta crescendo.
Il punto è che questo principio è valido se è valido l’assunto per il quale lo scopo principale delle Pubbliche Relazioni è quello di proiettare una immagine aziendale che, una volta percepita dai vari interlocutori (stampa, comunità finanziaria, decisori, e - quasi sempre per ultimi - i clienti) avrebbe il potere di tutelare il business da una parte dei danni derivanti dalla crisi. Il che ovviamente funziona se i messaggi sono unici e coerenti dal vertice fino ai vari terminali, con la figura del Corporate Communication Manager che ha il preciso incarico di blindare questo percorso da qualsiasi interferenza, per esempio da qualsiasi messa in discussione di tali messaggi.Ma cosa succede se, nel nuovo universo new-mediale i messaggi aziendali, viaggiando liberamente in rete, e spesso fuori dai siti Web aziendali, sono continuamente oggetto di una messa in discussione? E quando questa discussione si svolge in contesti in cui i messaggi degli interlocutori hanno - gratis - la stessa visibilità di ciò che una volta era alla portata delle sole Aziende, che prima erano le uniche a poterla ottenere grazie a ingenti investimenti? Bene, l’esperienza recenteci insegna che, in questo caso:
cambia la natura stessa dei messaggi, nel senso che non possono più pretendere di essere assiomatici, e devono essere argomentabili per essere credibili
in questa chiave le leve razionali funzionano meglio di quelle emotive (che non sono vietate, ma vanno meno d’accordo con la trasparenza)
i messaggi non sono più “istituzionali”, cioè riconducibili al vertice aziendale (e, di conseguenza al brand, col quale - come noto - non si conversa), ma…
…“personali”, cioè propri delle figure aziendali con cui gli interlocutori entrano in conversazione, il che comporta…
…che l’Azienda decida con quali figure aziendali, alternative all’antica figura della “spokesperson”, gli interlocutori entreranno in contatto per svolgere questa vera e propria conversazione
che è inutile inventarsi, con le vecchie logiche blindate e poco trasparenti, un “volto buono“, anch’esso destinato a rimanere al di fuori da questa conversazione (vedi alle voci “Bilancio Sociale”, “Corporate Social Responsibility”, ecc., almeno per come sono state attuate fino ad ora).
In sostanza, si profila un futuro in cui le varie funzioni aziendali, con nome e cognome, dovranno diventare comunicatori aziendali per la parte di propria competenza: il Product Manager per la comunicazione di prodotto, il Responsabile HR per la comunicazione ai dipendenti, e così via. Questo significa, fondamentalmente, che l’azienda sarà costretta ad essere trasparente, altrimenti i suoi messaggi, o meglio quelli declinati dalle sue persone, avranno in rete un valore inferiore allo zero. Anche perchè una bugia o una omissione non si può improvvisare: nel vecchio mondo l’Azienda poteva sedersi intorno a un tavolo per una settimana e studiare una grande bugia da comunicare, blindata e indiscutibile, attraverso tutti i propri terminali. Nel nuovo mondo l’unico modo per essere “aziendalmente coerenti”, e quindi credibili, è dire la verità, che - notoriamente - è una sola.
Per fare questo ogni persona in azienda investita di questo ruolo di front-end dovrà avere ben chiari (e blindati) non tanto i messaggi, quanto le policy, ovvero le modalità - chiamiamole pure “regole di ingaggio” - con cui conversare coi vari stakeholder. E soprattutto dovrà essere chiaro cosa costituisce un “fatto aziendale” (cioè un dato incontrovertibile) e una “opinione personale“. Distinzione nel fissare la quale da un secolo fa fatica la stampa, figuriamoci quanto faticosa potrà essere questa operazione in Azienda.
In questa prospettiva, per rispondere finalmente alla domanda iniziale, se tutte le Aziende faranno a gara a colpi di credibilità, cosa accadrà in tempi di crisi ai budget di PR? Finalmente, e giustamente, scenderanno come tutti gli altri budget. Se avranno ancora una ragione di esistere, naturalmente.
Sul fatto che sarà proprio la “brand communication” ad arrivare per ultima nell’uso intelligente di internet non ci sono più dubbi. Ma quali sono invece, funzionalmente, i soggetti istituzionali più naturalmente propensi all’uso della comunicazione online? Difficile rispondere a questa domanda, di sicuro, però le ONLUS sono delle serie candidate a fare da apripista.
E’ quanto succede con CCS (Centro Cooperazione Sviluppo), una organizzazione di volontari impegnata in importanti programmi per l’adozione a distanza, che fa un uso molto intelligente di internet proprio per comunicare in tempo reale l’andamento dei vari progetti di sostegno.
CCS, in particolare, pubblica sul proprio sito un gran numero di informazioni, video, fotografie ed altri materiali multimediali per rendere l’esperienza dell’adozione a distanza (di un singolo bambino, ma anche di una intera scuola) qualcosa di immediatamente tangibile, giorno per giorno, agli aderenti e ai sostenitori.
Grazie all’uso di Mashup, della Geolocalizzazione e di altri strumenti tipici del 2.0, il portale CCS offre un livello di trasparenza e di interlocuzione con chi sostiene i progetti che personalmente non avevo mai visto in precedenza nel mondo del volontariato.
Per ogni singolo progetto sono disponibili tutte le informazioni chiave, la descrizione delle attività, il dato aggiornato dei finanziamenti raccolti, il numero dei sostenitori e dei beneficiari.
La mia prima riflessione è che un sito come questo potrebbe facilmente diventare un vero e proprio social network con cui i sostenitori avrebbero modo di conversare con i responsabili dei progetti, scambiare idee e ottenere così un più alto livello di coinvolgimento. Si tratterebbe, in sostanza, di stabilire anche il “canale di ritorno”, ma naturalmente questo ulteriore passo comporta una quota di impegno che non sarebbe giusto sottrarre all’attività sul campo.
In ogni caso, dato che i giornali e la TV fanno a gara a sottolineare ogni giorno un nuovo lato demoniaco della rete, ogni tanto è giusto mettere sotto i riflettori le applicazioni più costruttive. E questa sicuramente lo merita.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica