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All’Internet Governance Forum va in onda l’agonia degli intermediari

6 Ottobre 2009 · 8 commenti

igfNell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.

Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.

Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato - prosegue il suo ragionamento - che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.

Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.

Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali - per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo - dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè - come poi abbiamo ben visto - “dal sicuro valore scadente”.

In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?

Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.

Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…

Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.

Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che - tra le altre cose - ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.

Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere il passo è stato breve.

Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?

Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un  centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.

Errata corrige del 31.10.2009:  come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu - che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.

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Le parole sono importanti

27 Maggio 2009 · 2 commenti

User Generated Content, Cittadinanza Digitale, Libertà della Rete. Alla fine con Gigi Cogo si finisce sempre per parlare dei temi a noi cari, e la nostra chiaccherata all’ultimo Barcamp degli Innovatori della PA non poteva fare eccezione. Mi sono appena rivisto nel video di TheBlogTV, e sono giunto alla conclusione che in realtà di cose davvero significative ne ho dette solo due:

  1. Quando ho parlato di “educazione civica
  2. Quando ho parlato di “militanza“, sia online che offline

Sono due termini un pò polverosi, ma a mio parere più che mai utili e attuali per affrontare il tema della partecipazione attiva a ciò che è rimasto dei processi democratici in questo derelitto paese. Ha ragione Nanni Moretti: a volte le parole sono importanti.

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La Web TV (per ora) si parla troppo addosso

16 Febbraio 2009 · 1 commento

diggnationIn questi primi giorni di utilizzo di Boxee, in cui ho scoperto funzionalità davvero interessanti (come il plugin “Lyrics” che trasforma Last Fm in una specie di karaoke) ho anche avuto modo di individuare qualche “segnale debole” sul tipo di contenuti che - per il momento - la Web TV sembra privilegiare, distinguendosi nettamente dai format proposti dalla TV Mainstream.

E’ indubbio, e non sono certo il primo a sostenerlo, che un video “on demand” per il fatto stesso di entrare in concorrenza con altri video immediatamente fruibili, nonchè “related”, non può durare più di 10 minuti. Ma non è una regola fissa. Come dimostrano le rubriche di Revision3 (a mio avviso tecnicamente una delle più interessanti esperienze di produzione video finalizzate alla fruizione via IP) se la “proposta” del format richiede un certo tipo di continuity, una conduzione, un certo grado di approfondimento, o quantomeno un percorso tra varie tematiche si può tranquillamente arrivare alla mezz’ora.

Quello che sorprende (e, in qualche modo inquieta) è che in prima battuta i format proposti da Revision3, ma anche da ON Networks e altri soggetti simili sono decisamente rivolti a un pubblico che - semplicisticamente - potremmo chiamare “geek”, ma che in realtà corrisponde al “couch geek”, vale a dire lo spettatore che ha sostituito alla passività della TV tradizionale la fruizione passiva di contenuti in cui può riconoscersi.

Ed ecco quindi un proliferare di studi televisivi che somigliano drammaticamente alla disordinata abitazione del geek, e in cui i conduttori hanno nel notebook una sorta di protesi ineludibile attaccata alle ginocchia. E che, come nel caso di Digg Nation - uno dei format più popolari - parlano per decine di minuti di “new & cool web things” a una telecamera fissa, andando sostanzialmente a riempire il vuoto sociale dello spettatore con una sua esatta replica a grandezza naturale (altri due geek sul divano). Se non vi sembra abbastanza triste, potrei aggiungere che in questo tipo di programma abbondano le ricette di cibi surgelati, panini junk, trucchi per rimorchiare le ragazze in biblioteca e tante altre dritte che la dicono lunga sul grado di autoreferenzialità di questo tipo di proposta televisiva.

Di qui l’ovvia domanda: perchè la Web TV non può ancora parlare al resto del mondo? Probabilmente perchè, per partire, progetti come Revision3 hanno dovuto tranquillizzare gli investitori con ritorni immediati, quelli che solo un certo tipo di pubblico poteva garantire in primissima battuta, senza contare il fatto che questo tipo di audience è facilmente rivendibile agli esperti di marketing come “influente” o addirittura “ambassador”. Per intenderci, la recensione di un prodotto e/o un servizio può facilmente essere parte integrante del modello di business, con tutte le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.

Per concludere, quello che non si vede ancora all’orizzonte dell’indefinito panorama della Web TV è un giusto mezzo aristotelico tra il semplice utilizzo di Internet come piattaforma di distribuzione per contenuti pensati altrove (esempio: Rai.Tv, i cui meriti abbiamo già avuto modo di sottolineare) e la creazione di contenuti ad hoc che però risultano inevitabilmente appiattitti sulle esigenze del pubblico ad alta alfabetizzazione informatica. Tenendo fuori gli User Generated Content, per il momento esistono solo una TV “internet native” e una TV “internet immigrant”, entrambe - sotto il profilo dei format - troppo chiuse nei rispettivi mondi e poco disposte a prendere lezioni da chicchessia. Peccato.

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UGC: il problema della qualità riguarda le persone, non i filtri

11 Febbraio 2009 · 9 commenti

Per molti anni, non appena affrontavo in una conversazione il tema del valore degli User Generated Content su Internet, mi veniva opposto, quasi in automatico, l’argomento della “montagna della spazzatura”. Si tratta dell’ormai trito strumento dialettico con cui, prendendo ad esempio You Tube, si sottolinea come il suo totalone di quasi 50 milioni di video sia composto per l’1% di contenuti originali di qualità broadcast, mentre il restante 99% è spartito tra capture di mainstream e orrendi video girati in famiglia. Su questo servizio di video sharing sarebbero disponibili, dunque circa 500.000 video effettivamente “creativi”, che non sarebbero nemmeno pochi se non fosse per il problema che sono affogati in questa “montagna di spazzatura” e quindi sostanzialmente non fruibili.

vimeo

A questo tipo di argomentazioni si può rispondere in molti modi. Uno dei più frequenti - che non condivido - è quello secondo cui il sistema dei “favorites” consegna in mano agli utenti stessi, con la propria capacità di scrutinio, il potere di “mettere in evidenza” i contenuti migliori. Ovviamente il sistema non funziona, perchè tra i “più preferiti”, anche nei rari casi in cui non si tratti di rimediazioni di contenuti mainstream, figurano parecchi video che hanno il solo pregio del forte impatto emotivo (disgrazie varie, scene splatter, sport estremi, eccetera eccetera, per la gioia del movimento neoluddista capeggiato da Bruno Vespa e dei loro accoliti). Nè aiuta più di tanto la scelta redazionale dei “featured”, che non fa altro che mescolare questi criteri di forte impatto a precise esigenze commerciali.

E allora in che modo è possibile scavare nella suddetta montagna e proporre al pubblico qualcosa che possa costituire una alternativa percorribile all’offerta televisiva mainstream?

Una risposta interessante ci viene dallo staff di Vimeo, il servizio di video sharing rivolto ai videomaker “ispirati”, fino a sfiorare lo status dei “semipro”. Su Vimeo, infatti, è possibile selezionare uno speciale contenitore, che si chiama “Staff Picks“, dove vengono raggruppati e aggiornati quotidianamente solo i video che, oltre ad essere originali, creativi e ben realizzati dal punto di vista tecnico, semplicemente sono in sintonia con un certo “equilibrio dell’immagine”, un criterio che talvolta, su servizi oceanici come YouTube e simili, sembra davvero essere stato relegato in soffitta. Per intenderci, fuori dagli staff picks potete trovare video tecnicamente ineccepibili, ma troppo compiaciuti o autoreferenziali. Eppure, dentro, si possono trovare filmati completamente fuori dai canoni tecnici, purchè l’esperienza visiva sia funzionale al messaggio o all’emozione che l’autore intende trasmettere.

Gli staff picks di Vimeo (spesso filmati in HD) sono un canale che consiglio a chiunque sia alla ricerca di nuove idee e nuove ispirazioni creative in ambito multimediale. E hanno anche il merito di costituire una sorta di punto di riferimento nella comunità dei videomaker, una sorta di piccolo olimpo quotidiano che stimola lo spirito di emulazione tra i vari partecipanti alla comunità. Insomma una rincorsa verso l’alto, verso nuovi linguaggi, verso metafore più sottili e impalpabili. Che ha riscosso un successo insperato anche presso un pubblico più ampio del previsto, in barba alle solite cassandre del “tanto peggio, tanto meglio”.

Cosa insegna la storia di Vimeo? Che forse l’arduo compito di scegliere con criteri qualitativi nella famosa montagna di spazzatura (dei video, delle foto, dei blog, insomma di tutti gli UGC presenti sul Web) non spetta nè ai soliti motori di ricerca nè ai tanto decantati filtri (che semmai funzionano per raggrupparli per tematica), ma alle persone. Possibilmente persone che abbiano un minimo di sensibilità nonchè siano in sintonia con lo spirito della propria community.

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