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Redux: la soluzione “lean back” all’ossessione interattiva del video online

27 Febbraio 2010 · Nessun commento

reduxUno dei problemi che hanno i servizi di video sharing nell’affrontare il passaggio dal desktop al primo schermo è quello di adeguare l’interfaccia al mutato atteggiamento dell’utente.  Davanti al computer, infatti,  il nostro approccio è un “lean forward” (sporgersi in avanti verso lo schermo), per cui siamo portati a un elevato grado di interazione con il contenuto, e non ci costa più di tanto nè cercarlo (search), nè passare rapidamente da un video all’altro (browse), nè inserire preferenze (like) o commenti. Quando invece ci troviamo di fronte allo schermo del salotto la nostra esperienza è tipicamente “lean back”, cioè siamo svaccati sul divano e non ce la sentiamo di fare molto di più che premere tasti sul telecomando col preciso obiettivo di poter smettere di farlo, avendo trovato un “canale” che ci propinerà di sua iniziativa cose che ci aspettiamo che siano di nostro gradimento (discovery).

Nessuna applicazione di online video, sia tra i servizi veri e propri (YouTube, Vimeo…) sia tra i servizi di puro sharing o bookmarking (come Digg) era riuscito a proporre una applicazione “da divano” in grado di far quadrare il cerchio.

Con l’applicazione di Redux per Boxee, però, si scorge finalmente qualcosa di interessante all’orizzonte. Grazie ad essa, possiamo scegliere lo “stream” (sostanzialmente una playlist proposta in continuità) che più ci aggrada, composto dai video che via via gli utenti della community inseriscono nei vari canali, e poi smettere di interagire con il televisore. Ogni tanto faranno capolino i “like” e i commenti degli altri utenti, ma in sostanza è come avere a disposizione tanti canali tematici da tenere anche in sottofondo, senza una fruizione particolamente immersiva.

Nel mondo dei widget di servizi di video online per Set Top Box, Media Center, Console, e anche Connected TV non mi è difficile giocare un chip su questo tipo di applicazioni “rilassate”. Se è vero che ciò che ci attrae della coda lunga è l’avere di fronte quasi sempre quello che abbiamo cercato, è anche vero che - specialmente dal divano - cercare, selezionare e segmentare all’infinito è stressante, e finisce per costituire una attività che quasi si sovrappone alla fruizione del contenuto vero e proprio.

Per questo Redux per Boxee e i suoi emuli futuri (arriveranno, vedrete) hanno a mio modesto parere un futuro molto florido davanti a sè.

Aggiornamento dell’8.3.2010: su questo tema ho tenuto una presentazione alla tappa romana della Ignite Week. La copio qui sotto per i più curiosi.

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Rai Storia, lettera a una Nazione mai nata

10 Febbraio 2010 · 5 commenti

rai stagnoIn questi giorni l’unico buon motivo per accendere il decoder SKY, rimasto lì sotto a imperitura memoria di un contratto ormai morto e sepolto (ma quando vengono a riprenderselo?) è il canale 805, cioè Rai Storia.

Un canale che ci sbatte davanti agli occhi che popolo eravamo, quale “Nazione” saremmo a un certo punto dovuti diventare secondo una certa élite intellettuale, e come mai (ce lo spiega “La Storia siamo noi“) siamo invece diventati questa accozzaglia rissosa di individui che si guardano di sbieco sgomitando per un parcheggio al centro commerciale.

Più ancora delle bellissime inchieste sull’Italia contadina, che conservano ancora oggi tutto il loro fascino, a intenerire è soprattutto la ricerca di un linguaggio comune, solo apparentemente rassicurante, che aveva comunque il pregio - rispetto alla TV di adesso, così autosaturante - di permettere al telespettatore di pensare con la propria testa, di “farsi un’idea”. Può sembrare un’eresia, se si pensa che era una tv iperlottizzata e ipercontrollata dalla Chiesa e dal perbenismo Bernabeiano. Eppure era una televisione infinitamente più libera di adesso, in cui potevano parlare Pasolini e Almirante, in cui Mike Bongiorno poteva insultare l’intelligenza del genere femminile in modo assai più rispettoso delle donne rispetto alle volgari scollature che dilagano adesso, e in cui il carosello era un’esplosione di creatività che forzava gli sceneggiatori all’aforisma, relegando il prodotto agli ultimi 5 secondi del filmato.

Era una grande televisione, altrochè. Avendo visto e rivisto le puntate di “Non è mai troppo tardi” (che andrebbero rifatte oggi in chiave “Anti-Digital Divide”) e “Ieri e Oggi”, nonchè il meraviglioso speciale TG per la conquista della Luna, il mio sguardo cade fatalmente sul contorno. Sulle facce del pubblico sugli spalti, un pubblico così composto, così compreso nel ruolo, che quasi sembrava ereditare dai conduttori l’immenso senso di responsabilità di canali che avevano il 100% di share, con il dichiarato compito di forgiare la cultura di una nazione.

E poi gli studi, con quell’accenno a una modernità mai ingombrante, al design tipicamente italiano. Le immancabili “giraffe” che fanno capolino sopra i cantanti. L’ingombrante e immaginifico “Eidophor” che riproduce all’infinito i primi piani, come con gli specchi del barbiere. I primi, goffi, tentativi di usare il chromakey, specialmente per i titoli di coda, rigorosamente analogici, che scorrono in un moto irregolare, come se qualcuno stesse manovrando un rullo di carta.

E poi i volti. Tito Stagno, Gigliola Cinquetti, Alberto Lupo. Con movenze a volte irreali, lontane dal nostro pedestre quotidiano, ed eppure ovviamente irreggimentate nell’impossibile  compromesso tra un copione studiato fino alle virgole e l’esigenza di una qualche illusoria naturalezza.

Che immensa e inutile impresa, quella di provare a “fare gli italiani”. Tra errori, censure, messe al bando, apparentamenti, clientele. Ma comunque una impresa affascinante, che non è riuscita a darci una grammatica, non ha certo costruito una nazione, non ha diffuso un senso civico. Ma ci ha lasciato un linguaggio, quello tutt’altro che banale del rispetto dei telespettatori, che allora - si badi bene - erano ancora cittadini, non sudditi.

A forgiare gli italiani, avrebbe pensato, anni più tardi, la televisione commerciale, coi suoi terrificanti bambini della pubblicità che hanno convinto tutti (ormai anche lo Zingarelli) che “Casa” si pronuncia con la “esse” dolce milanese, quella del suo proprietario, dei responsabili marketing, dei capi azienda, mandando definitivamente in soffitta la sibilante toscana. Povera Italia, ma grazie alla Rai. Grazie lo stesso.

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Online video: nuovi modelli di distribuzione, nuovi modelli di business

11 Dicembre 2009 · 4 commenti

L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.

In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.

Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).

L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.

L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.

Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.

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L’insostenibile leggerezza di Jazz Channel

10 Novembre 2009 · 11 commenti

Per anni ho invocato, sia per l’etere radiofonico, sia per la televisione digitale l’apparizione di un canale interamente dedicato al Jazz. Mi sembrava uno dei più ovvi, naturali sbocchi di un fenomeno di marketing qujazzale ormai il Jazz è diventato, che avrebbe al contempo fatto felici migliaia di appassionati in tutta italia, quelli che affollano le piazze dei festival, comprano (sì, comprano) i CD quando non i vinili, e fanno notte lanciandosi in interminabili discussioni su Miles, John e Keith nei dopocena con gli amici.

E invece niente. Dopo la fugace apparizione di BET International sulla piattaforma D+ (peraltro piuttosto deludente, nonostante la portata globale dell’operazione), dopo l’improvvido auspicio di Veltroni per una frequenza in FM che avrebbe trasmesso in diretta nientemeno che dalla Casa del Jazz appena inaugurata (speranza facilmente naufragata quando la direzione della stessa fu affidata a un discografico come Luciano Linzi), di iniziative del genere non se ne è più sentito parlare.

Fino al luglio scorso, quando in assoluta sordina, sulle frequenze laziali del digitale terrestre ha fatto la sua apparizione Jazz Channel. Una entità invero abbastanza misteriosa: non esiste un sito, non c’è un palinsesto stabile, solo un certo numero di concerti recenti trasmessi dai locali e dai palcoscenici romani (compreso quello della stessa Casa), inframezzati da vecchi filmati e polverose registrazioni d’annata.

Ma in fondo non ci vuole molto di più. Il canale c’è, e viene piuttosto da chiedersi come si finanzi, visto che la raccolta pubblicitaria appare davvero limitata. Sono i proprietari dei locali a sovvenzionarlo? Gli sponsor dei festival? Le istituzioni culturali? Gli artisti stessi, per autopromuoversi? E soprattutto, quanto durerà?

Qualcuno ha già parlato di un piccolo mistero del capitalismo. Io preferisco pensare che almeno per ora si tratti di un canale “lean”, cioè leggero e a basso costo, e quindi abbastanza sostenibile da ciascuno dei portatori di interessi che abbiamo menzionato. E forse un primo, rustico esempio di come potrebbero cambiare i modelli di business della televisione in un universo mediatico governato dalle nicchie.

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La sfortuna di Berlusconi

9 Ottobre 2009 · Nessun commento

bMolti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente -  sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.

Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:

  1. è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
  2. è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
  3. rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità

Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.

La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.

Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.

Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.

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Lezioni di rimediazione

13 Marzo 2009 · 2 commenti

digitally impairedIn questi ultimi giorni sono stato spesso interpellato da persone che, vuoi per l’età, vuoi per la confidenza con i conversational media, manifestano una propensione naturale alla divulgazione verso i “digitally impaired”. Il loro problema principale è la frustrazione di avere come interlocutori naturali le persone che già abitano la rete, e alle quali ovviamente non c’è molto da spiegare.Come parlare, quindi, a chi non usa la rete? Con quale linguaggio e soprattutto, con quale mezzo?

Non esistono risposte facili. La cosa migliore rimane la possibilità di parlare di persona, il che offre l’opportunità di fotografare fin da subito “lo stato dell’arte” delle conoscenze e delle motivazioni dell’interlocutore, individuando subito il percorso migliore dal suo punto di vista. E’ quello che ho fatto - devo dire con successo - con mia madre, felice neoproprietaria di un rifulgente Samsung NC-10 (e fortunatissima scroccatrice della connessione wifi colpevolmente aperta dall’ignaro vicino) che già naviga con profitto tra le notizie di Google News e i canali artistici - è una pittrice - di YouTube e Dailymotion.

Se vogliamo davvero diventare “evangelist” di massa, dobbiamo però rinunciare all’interlocuzione diretta, turarci debitamente il naso e rivolgerci a queste persone attraverso i mezzi “top-down” che (ancora) prediligono, e cioè la radio, i giornali, la televisione. I più eruditi la chiamano “rimediazione”.

La buona notizia è che per chi usa il web in modo consapevole questa operazione non è affatto fuori dalla propria portata. Anzi:gli early adopters della rete hanno fisiologicamente imparato a farsi conoscere, a essere dei buoni “uffici stampa di sè stessi”. Inoltre, dall’altra parte, i mainstream media hanno un gran bisogno di esperti che possano spiegare questi strumenti all’universo mondo dei propri lettori, telespettatori e radioascoltatori. Se a livello nazionale praticamente ogni radio, tv o giornale già dispone di un proprio esperto di riferimento (cui tipicamente viene affidata una rubrica divulgativa), a livello locale questo ancora non è accaduto in modo compiuto e strutturato.

In sostanza, chiunque possieda una certa capacità di esprimersi, accoppiata a una buona conoscenza dei social media e un minimo di intraprendenza, ha serie possibilità di trovare spazio e visibilità sui media della propria zona.

La cosa più importante è creare una piccola (ma ben strutturata) rete di relazioni tra gli operatori della stampa locale. Se si ha una conoscenza personale, si può partire da quella. Altrimenti, non è difficile costruirsi un indirizzario di 30-40 giornalisti o redattori da chiamare ovviamente - in prima battuta - non per offrire una collaborazione, ma per “vendere delle storie”.

La rete è piena di storie (c.d. “newsangles”) di cui il mondo mainstream va ghiotto. Anzi, l’errore tipico del giornalista mainstream è quella di costruire una storia da nulla infilandoci la rete di straforo per costruire un titolo “catchy”: “Svaligiano l’appartamento e rivendono i mobili su Ebay”, “La musica di YouTube incita alla violenza”, e così via.

Ciò di cui i giornali hanno fame sono storie in cui la rete “cambia realmente” la realtà offline, e di queste storie (si pensi anche solo ai progetti di Kublai, in questo caso tutte “buone notizie”) il web letteralmente trabocca.

Una volta guadagnato il ruolo di “story pusher” (può essere utile l’impiego di un caro, vecchio comunicato stampa, magari per conquistare le famose quattro righe in cronaca dimostrando intanto di non essere “fuffologi”, come direbbe la mia amica Valentina) si può passare allo step successivo: una rubrica su come la rete può aiutare l’uomo della strada, in mille necessità quotidiane.

Non si parla, per intenderci, di tecnologia. Le tecnologie annoiano, e ai giornalisti sanno tanto di marchetta. Si parla di evoluzioni comportamentali, di fenomeni sociali, e soprattutto di nuove applicazioni pratiche di tecnologie già esistenti, ma che pochi conoscono o immaginano.

Tutto questo ovviamente funziona anche sulla radio comunitaria o universitaria locale (in FM però, non sul Web dove si finirebbe per parlare nuovamente agli “iniziati), o anche sui notiziari TV via etere con raggio d’azione cittadino o regionale.

Credo sia una buona idea se le molte persone che animano coi loro progetti i barcamp, i seminari universitari e le altre occasioni pubbliche che affrontano questi temi cominciassero a “fare rete” anche lontano dalla campana di vetro all’interno della quale tutti parlano lo stesso linguaggio. Se non altro per la curiosità di vedere cosa c’è”là fuori”.

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Rai.tv - l’ultima creatura di quegli inguaribili sperimentatori di Rai Net

9 Febbraio 2009 · 8 commenti

rai.tvE’ destino che in questi giorni su queste pagine si parli di televisione. Il fatto è che le novità sono tante. Non abbiamo fatto a tempo ad implorare la Rai di rinnovare la propria offerta online, che - lo scorso weekend - è partito il nuovo portale (quant’è vecchia, questa parola!) di Rai.tv, che riunisce in un unico luogo della rete la diretta streaming di tutti i canali gratuiti della televisione pubblica, l’offerta on-demand (podcast compresi) e anche un abbozzo di servizio di video sharing.Si tratta, inutile dirlo, di un bel passo avanti, simile a quello compiuto da realtà pubbliche più attente alla rete, come Arte-Tv e BBC. Ed è anche la conferma che in generale, la televisione pubblica ha una più facile integrazione con il web rispetto ai canali privati (alzi la mano chi è soddisfatto dei siti di Mediaset, tanto per fare un esempio). Del resto, è del tutto ovvio che sia così. Sia perchè esiste un “contratto di servizio” che obbliga la concessionaria, prima industria culturale del paese, a trasmettere i suoi contenuti con le migliori tecnologie disponibili (e meno male!), superando via via tutti i problemi di gestione dei diritti che queste tecnologie comportano. Sia perchè la Rai (ma anche la BBC, TVE, France Télévisions, eccetera) hanno una naturale propensione alla sperimentazione, per quanto l’imitazione del modello di business della televisione commerciale ogni tanto ce lo faccia dimenticare.

In casa Rai, in particolare, possono contare sulle capacità dello staff di Rai Net e sulla visione del suo direttore, Giampaolo Rossi, che da tempo seguo nelle sue apparizioni in vari seminari e convegni. E’ proprio di questi personaggi che la tv privata manca, e cioè di chi sa che con la paura di sbagliare, accontentando sempre e comunque il diktat di chi non ha e non può avere una visione strategica (e cioè gli investitori pubblicitari), non si va da nessuna parte, specie in un settore come quello dei nuovi media.

Ma veniamo a Rai.tv, e alle sue tre “anime”.

Le dirette

La trasmissione in diretta streaming dei canali pubblici gratuiti (per ovvi motivi sono esclusi i canali offerti a pagamento all’interno della piattaforma SKY) è garantita dall’omnipresente lettore Silverlight che - a parte qualche problemino di compatibilità con Linux - funziona egregiamente. La qualità dello stream, però, non è eccelsa, e questo si paga con la visione a tutto schermo. Se non è una precisa scelta politica (non si sa mai) si potrebbero prevedere due stream, uno per le connessioni “così così” e l’altro per chi ha la fortuna di disporre di almeno mezzo mega di banda reale. Nota lieta: in streaming sono disponibili alcuni canali (come l’intrigante “Millepagine”, decidato alla letteratura) completamente nuovi, e cioè fruibili esclusivamente attraverso il web. Sulle mie perplessità circa la necessità di nuovi canali di flusso per contenuti non-live mi sono già espresso, ma evidentemente la mia è una posizione minoritaria. Interessante l’uso degli spot pre-roll che partono all’inizio di ogni collegamento. Ancora più interessante sarà vedere i numeri degli accessi, e compararli agli accessi dell’on-demand.

L’on demand

Il fatto stesso che venga concepito un servizio del genere è un bel salto culturale per un paese come l’Italia, quindi va apprezzato a prescindere. Qui le lamentele riguardano soprattutto l’ampiezza dell’offerta, ma c’è da immaginarsi che sia destinata a crescere progressivamente. Viene da chiedersi perchè non si fa un po’ di sano benchmark con il servizio ArteVOD (il migliore su piazza tra le tv pubbliche), che permette - tra l’altro - anche il download dei relativi files. Questo del download è un vulnus che non si riesce a superare, il che è particolarmente bizzarro se si pensa che - con un semplice software, chi avesse la volontà pervicace di appropriarsi del file in streaming potrebbe farlo facilmente, per non parlare di un servizio come Faucet PVR. La tattica di usare l’alfabetizzazione informatica dell’utente come “limitatore accettabile” di un comportamento complessivamente sgradito (il download del file) è forse l’unica via per superare le resistenze interne e avviare un servizio per anni osteggiato dai broadcasters. E’ però anche difficile considerarlo un approccio sano al problema del DRM, che andrebbe affrontato con più coraggio a monte, riformando il concetto stesso di proprietà intellettuale. Gli strumenti, come noto, ci sono.

Il servizio di podcasting

E’ da tempi non sospetti che la Rai pubblica le versioni in podcasting delle proprie trasmissioni regolari, prima solo della radio, poi sempre più della televisione. In questo modo Viale Mazzini ha trovato nuovi pubblici per contenuti costretti in fasce d’orario sfortunate (si pensi allo splendido Fahrenheit di Radiotre, che prima era destinato solo a chi non lavora al pomeriggio). Ma se fino a poco tempo fa l’idea di distribuire i file in RSS sembrava un esperimento carbonaro, ora ci pare di capire che questa modalità sia divenuta ufficiale e degna della definizione di un vero e proprio modello. L’impressione è che in questo “contenitore” finiscano quei contenuti che o non comportano grossi problemi di DRM (il podcast implica la scaricabilità, inutile sottolinearlo) oppure che sono “riconfezionati” in modo da non comportarne. Avanti così.

Il servizio di Video Sharing

Se a una prima occhiata non si vede il bisogno di una specie di miniyoutube in salsa pommarola, a ben vedere questa sezione del sito va elogiata proprio perchè la sua chiave è la possibilità (o per essere precisi, la prospettiva) di una rimediazione dei contenuti generati dagli utenti. Si tratta infatti di poter caricare sul sito dei video autoprodotti destinati, previa una sacrosanta selezione redazionale, a essere ritrasmessi sui canali mainstream. Quello - insomma - che hanno già cominciato a fare soprattutto canali all-news come CNN, Fox e la nostra SKYtg24. Bene, bravi, bis.

Suggerimenti e conclusioni

Rimane una domanda di fondo, che poi è anche il suggerimento principale . Perchè, in un futuro prossimo in cui i televisori avranno integrato il collegamento a internet e un firmware simile a Boxee (che non lo è ancora), qualcuno dovrebbe accendere un computer, aprire il browser, digitare un indirizzo per andare a vedere i contenuti forniti da un solo broadcaster? Non sarebbe forse il caso di aprire le API (come hanno fatto altri broadcaster come CBS e CNN per fare un paio di piccoli nomi) in modo che tali contenuti siano fruibili indipendentemente dalla modalità di accesso e dalla piattaforma?

Ma al di là dei possibili miglioramenti “in progress”, occorre contestualizzare questo sforzo per coglierne l’importanza. Il vero merito delle grandi aziende nello sviluppo di nuovi progetti non è la capacità di innovare “in sè”, ma di trovare la forza, le competenze, la creatività e quel pizzico di buon senso necessari per superare gli ostacoli interni ed esterni che - in queste realtà più che nelle dinamiche aziende protagoniste del 2.0 - sono sempre di grandi dimensioni. La Rai, dopo qualche colpo di assestamento, sembra riuscirci. Con questo portale (ahi!) si pone al livello delle altre esperienze europee dello stesso filone, apportando un po’ di quella sacrosanta e italianissima “arte di arrangiarsi” che tante volte ci ha cacciato fuori dai guai. E mai come in questi giorni, mediaticamente parlando, sentiamo di averne il bisogno.

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Digitale Terrestre: d’accordo, niente è più come prima. Però non in quel senso…

29 Gennaio 2009 · 12 commenti

digitale terrestreSono ormai abbastanza allenato ad ascoltare le conferenze istituzionali sul futuro della tecnologia. Credevo quindi di essere pronto al peggio quando ho pazientemente cominciato ad ascoltare la registrazione della Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre, presentata da Bruno Vespa e significativamente sottotitolata “Niente è più come prima”.

Ma stavolta mi è bastata la prima ora di convegno per raggiungere il punto di saturazione. Questi signori stanno parlando di qualcosa che nasce morto in partenza.

Il digitale terrestre, che in Italia è servito solo a salvare Retequattro, sarebbe perdente anche (e non è il caso nostro) se fosse sfruttata bene. E per un motivo molto semplice: è una TV di flusso. E la TV di flusso è destinata a sopravvivere solo per le notizie, lo sport e gli eventi live. E se queste tre “killer application” erano finora sufficienti a giustificare gli alti costi di gestione della TV di flusso, con il crescere di una sempre più ricca e aggressiva offerta On Demand, che trova nel protocollo IP la piattaforma più efficiente, essa è destinata magari non a soccombere ma a diventare un prodotto di nicchia. E dato che il digitale terrestre, proprio come il satellite e l’etere analogico non può che essere una tv di flusso, faranno tutti la stessa fine, come è ovvio che sia con un pubblico che vuole avere sempre più il controllo del contenuto e non si accontenta più di vedere cosa passa il convento.

In sostanza, dopo che la TV degli anni ‘50 ha plasmato un popolo, costringendolo a vedere quello che passava il convento, e che la TV degli anni ‘80 lo ha telecomandato permettendogli di scegliere cosa passavano ben 6 conventi diversi, per questi signori il punto d’arrivo sarebbe poter scegliere tra centinaia di conventi. O col satellite, ma a pagamento, visto che si tratta di consumatori consapevoli di reddito medio-alto ma non catechizzabili con la pubblicità; Oppure gratis, col digitale terrestre appunto, visto che (nei loro deliri di onnipotenza) sarebbe ancora possibile continuare a decidere i percorsi del pubblico nei supermercati, manco fossero i cani di Pavlov. L’importante, in ogni caso, è che il controllo del contenuto rimanga dalla parte dei broadcasters. Ma - e per fortuna, aggiungo io - le cose stanno diversamente.

Non solo i contenuti sono destinati ad essere integralmente controllati dagli utenti, che potranno stabilire quando, come, dove e quante volte fruirne in piena libertà. Quello di cui non ci si accorge, e che appare ancora più evidente oggi, con la presentazione dei dati dell’Osservatorio Multicanalità di AC Nielsen, è soprattutto che una crescente massa di ex-telespettatori è già ben oltre oltre il ruolo di “consumatore consapevole” ed è diventata un nuovo segmento, i cosiddetti “Reloaded“, e cioè coloro il cui processo di acquisto passa per una grande varietà di canali, e per i quali il ruolo della televisione è sempre meno importante.

Non credo ci vorrà poi troppo per far capire ai “padroni del vapore” che, prima di preoccuparsi troppo del ROI dell’advertising su Internet (o meglio, su tutti i contenuti che viaggiano su IP) occorre porsi qualche seria domanda sulla sostenibilità del modello di business attuale: da un lato le entrate pubblicitarie, attraverso i centri media; dall’altro gli altissimi costi infrastrutturali per un tipo di contatto infinitamente meno efficace nel processo d’acquisto. Senza dimenticare che nessuno può dare per scontato che la raccolto pubblicitaria sia ancora al centro dei modelli del futuro, ma questo è un altro discorso.

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