Molti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente - sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.
Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:
è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità
Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.
La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.
Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.
Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.
Insieme ad altri membri del Club dei Media Sociali sono stato chiamato dall’immaginifico Nicola Mattina a collaborare alla stesura di un libricino intitolato “Trendz“. Ne è venuto fuori un testo (che è possibile scaricare qui in formato PDF) indubbiamente poco ortodosso, se confrontato coi molti saggi sul futuro dei media che affollano le nostre librerie. E’ comunque una lettura che mi sento di consigliare, se non altro per premiare un esperimento di scrittura collaborativa e - al tempo stesso - il sano masochismo che spinge alcuni di noi a inseguire l’inafferrabile treno della società digitale, col risultato che ogni tanto qualcuno si arrende, si ferma e si volta per pronunciare il fatidico: “non ho più l’età per queste cose”.
Per molti, troppi anni un manipolo di esperti di macroeconomia hanno provato a convincerci che il pianeta (sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale) poteva essere spremuto come un limone il cui succo si sarebbe rigenerato automaticamente, dato che le economie sarebbero state eternamente in espansione. Quanto fosse sbagliata questa teoria lo capiamo vedendo il mondo di oggi, che sembra chiederci in ginocchio di limitare i consumi, condividere i beni e i servizi, riciclare i rifiuti, e soprattutto di tornare a fissare regole positive per i mercati. A essere consapevoli, in sintesi, della necessità di una economia sostenibile, dati i limiti intrinseci del sistema.
Non paghi della lezione della storia, oggi un altrettanto bizzarro e improvvido manipolo di esperti di nuovi media va in giro a raccontare la favola secondo cui grazie ai nuovi strumenti del web 2.0 anche la socialità sarebbe in eterna espansione. E non parlo - si badi bene - di quella “umanità accresciuta” di cui scrive Giuseppe Granieri nella sua ultima fatica, che parla semmai di una “accelerazione” sociale verso un nuovo modello con nuove regole. No, parlo di quella pletora di personaggi che semplicemente “occupano” tutti i nuovi spazi con il preciso intento di monopolizzarli, marcandosi a vicenda dato che “gli altri” fanno altrettanto.
Non è difficile individuarli, perchè hanno strategie tutto sommato trasparenti. Considerato che l’attenzione (almeno su quella siamo tutti d’accordo) è un risorsa scarsa, il loro obiettivo minimo è impedire di essere oscurati: lottando per uno spazio illuminato, oppure vivendo di luce riflessa, oppure semplicemente giocando sulla “seconda palla”, vale a dire gettandosi in una mischia e associando il proprio nome alla mischia stessa, che in questo caso viene elegantemente e impropriamente ribattezzata “conversazione”.
Ma la socialità, anche quella “empowered” dagli strumenti della rete, per fortuna è fatta anche e soprattutto di qualità, e di logiche meno becere rispetto al vedere “chi c’è” e “chi non c’è” in questo o in quel gruppo. Capisco la crescente disaffezione di molti per i social network più infestati da questi atteggiamenti, a cominciare da FriendFeed. Ma il problema, proprio come nel caso dell’”odiata” TV o della “vecchia” radio, non è nello strumento, quanto piuttosto nell’uso che se ne fa.
Su FriendFeed è fisiologico conversare, persino cazzeggiare. E’ invece patologico essere collegati per 24 ore, in modo da poter subito rispondere al minimo stimolo, positivo o negativo che sia. In generale il concetto di “always on” implica una qualche forma di violenza. Per lo stesso motivo per cui non sono mai stato obbligato a rispondere al telefono immediatamente (cosa che negli USA si dà per scontata), non si vede perchè l’intera “FriendFeed arena” debba essere perennemente monitorata e presidiata. Lo stesso discorso, naturalmente, vale per Twitter, Facebook, Skype e altri strumenti per i quali il mito dell’”always on” è stato da alcuni eletto a regola comportamentale. In estrema sintesi, dietro la foglia di fico dell’inclusività si nasconde il germe del più deleterio presenzialismo sociale. A questo punto, aggiungo io, meglio rischiare di sembrare “snob” piuttosto che finire macinato nel relativo gorgo autoalimentante.
Ecco, le regole, l’etichetta. Quando Internet attarversò la sua prima giovinezza, qualcuno - per gli strumenti disponibili allora, in particolare usenet, le chat e l’email, inventò una cosa chiamata la “netiquette“. Oggi quelle regole sono clamorosamente superate dalla pervasività delle social applications. A qualcuno va di riscriverle?
In quest’ultimo anno in cui mi sono speso in varie occasioni (seminari, convegni, corsi) sull’uso dei Social Media in azienda ho potuto riscontrare, da parte dei manager a cui mi rivolgevo, un forte apprezzamento verso un approccio pragmatico, meglio ancora se immediatamente applicativo, e una certa diffidenza verso l’approccio accademico.
La sensazione è che molti professionisti considerino - a torto - il mondo dell’Università come arretrato rispetto alle dinamiche in corso nell’evoluzione degli strumenti di comunicazione. La conoscenza e la frequentazione diretta di alcuni docenti dell’ultima generazione mi permette di affermare - e con forza - l’esatto contrario. Sono semmai le tare e le logiche conservative che caratterizzano le aziende a costituire il principale freno nella direzione di una convinta adozione di wiki, blog, social networks nei propri processi.
Probabilmente chi legge queste pagine già conosce Davide, non solo per i suoi incarichi accademici ma soprattutto per la brillantezza delle sue intuizioni su tutta una famiglia di trend “acerbi” (i mercati predittivi, l’economia dell’attenzione, il giornalismo computazionale ecc.) apparentemente scollegati tra loro ma che in realtà rappresentano, presi insieme, alcune tra le prime manifestazioni di quel macrotrend che è l’economia collaborativa, i cui contorni solo negli ultimi mesi cominciano a delinearsi con maggiore chiarezza.
Nell’affrontare il tema del corso Davide poteva adottare un approccio comodo, tutto teso alla conquista del consenso dei discenti, che consiste nel mantenere la trattazione teorica in superficie consegnando subito al “cliente” degli strumenti pratici utilizzabili sul campo fin dal giorno dopo, magari dopo qualche affermazione assiomatica e di sicuro effetto. Nel variopinto universo dei corsi “cotti e mangiati”, dove il grosso dell’investimento non è nel rigore e nell’onestà intellettuale del docente, ma nel marketing a tappeto e nelle cascate di brochure è proprio questa - lo dico a malincuore - la scelta più frequente. Un modello agevolato dalla sostanziale assenza di un contradditorio su temi nella migliore delle ipotesi poco conosciuti, nella peggiore mistificati tout court.
Davide invece non cerca scorciatoie e compie la scelta opposta. Nella mattinata, fornisce ai suoi interlocutori tutti gli elementi “alti”, maturati nel dibattito sul 2.0 con tutte le aree controverse del caso, senza fornire facili certezze, ma suffragando alcuni punti fermi con dati verificati e incontrovertibili. Nel pomeriggio, anche con l’ausilio di alcune testimonianze e case study (molto interessante quella del Prof. Zocchi in ambito P.A.) si espone alla prova del campo trovandosi di fronte uno stuolo di formatori che - al quel punto - potrebbe essere guadagnato alla causa ma anche - in piena democrazia - scettico ad oltranza. Insomma, un bel sasso nello stagno, aperto alla discussione (anche online) ma ben più ricco di spunti di molte “messe cantate” che si sentono in questi giorni.
Concludendo, mi è sembrata una rara occasione pubblica in cui il relatore di turno - una volta tanto - non ha provato a “vendere” nuovi strumenti e di fare “marketing dell’esigenza”, provando invece a condividere informazioni rigorosamente strutturate nel rispetto delle professionalità che aveva di fronte. Magari andasse sempre così.
Il 2008 è ormai (quasi) alle spalle, senza troppi rimpianti direi, e con la consueta sollecitudine Nicola Mattina, fondatore del Club dei Media Sociali, ci chiede di formulare delle previsioni sulla direzione che prenderanno questi strumenti nel 2009, anche sulla scorta delle profezie contenute in una interessante presentazione di TrendSpotting.
Non ho mai avuto molta fiducia nelle previsioni sui trend tecnologici, anche perchè chi le fa di mestiere raramente ci azzecca, come ebbi modo di illustrare insieme a Stefano Epifani e Stefano Mizzella in una divertente puntata di Proxy Bar, il magazine radiofonico sulle culture digitali ormai passato in archivio.
Ma forse in questo caso la tecnologia non c’entra molto. Di nuove tecnologie, verosimilmente, nel 2009 non ne vedremo granchè. Semmai - e questo è molto più interessante - molte persone potrebbero cominciare ad utilizzare, grazie ad interfacce più efficaci, tecnologie esistenti e finora rimaste appannaggio dei “tricky techies“. In fondo anche Facebook, il grande fenomeno del 2008, esisteva già da qualche anno: quello che è accaduto negli ultimi mesi in Italia è stata una svolta “socio-antropologica”, e cioè molte persone hanno finalmente trovato in Facebook una interfaccia che ha raggruppato in modo intelligente funzionalità che il Web aveva saputo già esprimere, seppur in modo più disarticolato.
Forse, quindi, il 2009 potrebbe diventare l’anno delle “tecnologie trasparenti“. Quello in cui, per intenderci, leggeremo i blog attraverso un aggregatore senza rendercene conto (e senza sapere cos’è un feed), guarderemo i podcast sul televisore semplicemente perchè avremo premuto sul telecomando un tasto che si chiama “aggiorna i tuoi canali”, ci imbatteremo nei contenuti che ci incuriosiscono non perchè li abbiamo cercati, ma perchè qualcuno avrà trovato il modo di capire i nostri interessi, e così via.
O almeno, se proprio non accadrà nel 2009, questo è il mio auspicio per i prossimi 5 anni: un Web rivolto non solo a chi “è orientato al risultato e quindi si prende in carico una parte del processo”, come gli utenti evoluti di oggi (”installo l’aggregatore”, “embeddo il widget”, ecc. ecc.) ma anche a chi, provenendo dall’esperienza passiva del televisore, “è orientato al risultato pur non preoccupandosi del processo“. Se ci pensiamo bene Facebook ha fatto breccia nel cuore degli “unliterate”, dando luogo a una vera e propria “invasione barbarica”, proprio perchè si prende in carico di proporre, indovinandoli dalle azioni degli utenti, esattamente quei contenuti che gli utenti si aspettano.
In questo modo, e qui introduco un altro tema, il Web, mezzo di comunicazione on-demand per eccellenza, potrebbe cominciare a “simulare” il medium di flusso per i molti utenti che NON chiedono alla propria esperienza un vorticoso grado di interattività. E’ proprio ciò che più amiamo della rete (l’alto investimento razionale richiesto a persone molto curiose, peraltro ampiamente premiato) ad aver tenuto lontane da essa le folte schiere della “maggioranza silenziosa”, che è rimasta a lungo, ed ordinatamente, davanti allo schermo televisivo.
Come reagirà la televisione a questa ovvia concorrenza, e all’inevitabile shock di ascolti sempre più bassi e alla progressiva emorragia del suo pubblico, e in particolare di quello più giovane? Inizialmente (dato che sarà facile vendere internamente l’idea, sia a Viale Mazzini che a Cologno Monzese) scimmiottando internet in un modo o nell’altro. Il linguaggio di YouTube sta già ampiamente contaminando l’arena del video mainstream, ma questo è solo l’inizio. Vedremo in TV sempre più riquadri con thumbnail, sovraimpressioni, chat via SMS, ed altre diavolerie inutili per tutto il 2009. Poi qualcuno capirà che un medium di flusso, in questa competizione con Web parte perdente, e così la TV tradizionale si concentrerà su ciò che la rende ancora imbattibile, e cioè la copertura di quegli eventi che coinvolgono proprio perchè accadono in quel momento, e per i quali gli spettatori sono ancora disposti al sacrificio di trovarsi tutti insieme davanti al video in un dato momento: lo sport, i grandi avvenimenti in diretta, forse anche i grandi concerti, magari investendo più seriamente nell’alta definizione.
E a questo punto, se proprio mi si chiede una previsione, posso azzardare una serata finale del Festival di Sanremo che potrebbe per la prima volta scendere sotto una media di 9 milioni di telespettatori, ciò che determinerebbe una serie di accuse incrociate con conseguente caduta di teste illustri.
Cosa c’entra coi social media? Beh, di sicuro ha a che vedere con una loro caratteristica: quella che offre all’utente il controllo totale del contenuto: se oggi vedo, leggo, ascolto dove voglio, quando voglio, quante volte voglio, sul device che voglio quello che scelgo io, non capisco perchè dovrei trovarmi a una certa ora (le 20.30 di un certo giorno dell’anno) in un certo luogo (a casa), davanti a un certo device (la TV) per vedere una cosa che non ho scelto io (il Festival), se non per il fatto di essere stato bombardato per settimane da costosissimi spot e da estenuanti gossip di bassa lega. E che difficilmente mi sorprenderà: anzi, se mi dovesse sorprendere, quello potrebbe essere un segnale preoccupante per l’ordine sociale.
No, il futuro della TV sarà - certo - degli eventi Live, ma di quelli che coinvolgono davvero, perchè raccolgono quello stesso “comune sentire” che già da qualche anno, specialmente d’estate, ci fa riscoprire la bellezza degli eventi dal vivo nelle piazze delle nostre splendide città. Quello stesso comune sentire, per intenderci, che porterà a Washington 4 milioni di persone per l’investitura di Obama, e chissà quante altre davanti al video, tradizionale o in streaming sul Web. In estrema sintesi, di fronte a un evento veramente condiviso e coinvolgente, non ci sarà Egocasting che tenga.
Concludendo, la riscoperta della socialità attraverso il computer, per anni ritenuto l’oggetto asociale per eccellenza, ci fa riscoprire l’importanza della socialità anche nel mondo degli atomi. Ed i primi ad accorgersene sono proprio la punta più avanzata dei tech geek, che infatti avevano bisogno come il pane di incontrarsi dal vero nei BarCamp, nelle Girl Geek Dinner e in mille altre occasioni di questo tipo. Ebbene, se il Web 2.0 è stato in grado di tirare fuori questi bisogni da degli asociali impenitenti, cosa potrà accadere con la grande massa che si è affacciata su Facebook? Non sarà certo il 2009 a dircelo, ma sarà comunque divertente stare alla finestra.
Da qualche mese vado in giro per l’Italia con una presentazione intitolata “Aziende e Web 2.0, cambiare il modo di pensare“, in occasione di corsi per aziende, convegni, seminari, incontri pubblici e privati. Non credo sia necessario specificare il tema, mi sembra abbastanza chiaro. Mi limito a dire che - attraverso i vari aggiornamenti successivi - queste slide finiscono spesso per costituire la base di ogni mio ragionamento sullo stato dell’arte del rapporto tra il mondo corporate e i nuovi strumenti di comunicazione.
Non è (nè può essere, dato il contesto strettamente formativo, che richiede la consegna di un “deliverable”) una di quelle bellissime presentazioni “per sole immagini” che vediamo spesso nei BarCamp e in cui persone come Nicola Mattina, Riccardo Cambiassi e soprattutto Marco Montemagno sono maestri indiscussi. Le persone a cui l’ho “inflitta”, peraltro, sono quasi sempre riuscite a utilizzarla come strumento di lavoro. Ancora a distanza di tempo vengo aggiornato su come è tornata utile nell’utilizzo pratico in Azienda, per esempio in casi di Corporate Blogging, Corporate Podcasting e Web TV Aziendale. Nel contesto di questo blog può essere “un punto di partenza”, per poi sviluppare i singoli argomenti con il dovuto grado di approfondimento.
Alcuni di voi lo sapranno: da parecchi anni ho un blog intitolato Pendodeliri . Nato come strumento di interlocuzione con gli ascoltatori dell’omonimo podcast, Pendodeliri è diventato poi un blog “personale”, in cui il racconto del vissuto quotidiano si mescola con i contributi di carattere professionale, che - nel mio caso - fanno riferimento al mondo della comunicazione aziendale, ai social media e al Web 2.0.
Con l’apertura di Conversational intendo spostare in un contenitore “ad hoc” tutto il mio contributo alla discussione relativa all’ambito professionale, lasciando a Pendodeliri il compito originario di gestire i rapporti informali con le molte persone che ho incontrato, online e offline, in questi ultimi anni.
Nel nuovo blog, in particolare, vorrei parlare del rapido cambiamento di prospettiva che il mondo della comunicazione aziendale si trova ad affrontare rispetto all’apparizione di strumenti (quelli che appartengono al cosiddetto Web 2.0) che offrono agli interlocutori delle aziende l’opportunità di rispondere punto per punto, in una vera e propria conversazione in tempo reale, a quei messaggi “corporate” che per anni sono stati inviati al pubblico senza l’aspettativa di una risposta, o quantomeno di una risposta che - a costi irrisori - può oggi, a certe condizioni, avere lo stesso impatto di una campagna tradizionale e multimilionaria.
Questa nuova prospettiva, e l’ovvio, epocale cambiamento culturale che essa comporta, determina una serie di issues e di opportunità. Nel caso delle issues, per un professionista aggiornato è imperdonabile far finta di niente, senza cercare di gestirle attraverso lo studio e l’interiorizzazione delle nuove regole di ingaggio. Nel caso delle opportunità è altrettanto imperdonabile chiamarsi fuori o peggio, adottare strumenti e pratiche obsolete nella speranza che siano ancora valide.
Il mio augurio è che questo spazio possa contribuire a un dibattito ancora molto serrato tra i professionisti della mia generazione e i molti, nuovi “evangelist” che a fatica provano a smuovere le acque in modo da rendere la transizione meno dolorosa (o magari anche proficua) per tutte le parti coinvolte nel processo.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica