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Perchè Catania? Ecco perchè

30 Aprile 2009 · Nessun commento

Tra le prime domande che sono state rivolte ai relatori della plenaria introduttiva del Working Capital Camp, che si è tenuto ieri a Catania, ne spiccava una solo apparentemente banale: perchè proprio a Catania?

Ammetto che fino a ieri avrei avuto qualche difficoltà a dare una risposta. Ora ho le idee più chiare. Il punto è che Catania è una città incredibile. Piena di luce, di bellezza e di energia. La notizia è che per saperlo bisogna andarci, perchè questo bizzarro paese proietta della Sicilia e del sud una immagine evidentemente politicamente comoda, ma infinitamente lontana dalla realtà.

Per chi arriva dal piccolo mondo telecratico top-down, potrebbe essere una sopresa scoprire che a Catania c’è una splendida sede Universitaria ricavata da un riadattamento dello storico Monastero dei Benedettini. Una meraviglia architettonica, nel visitare la quale ho avuto in Davide Bennato un cicerone d’eccezione, di cui in Italia si sa pochissimo. Sarà forse perchè Skira dedicherebbe un volume a un tombino milanese ridisegnato da Gae Aulenti ma dei tesori del Sud forse è meglio non parlarne?

Ebbene, ai sudditi della suddetta telecrazia potrebbe suonare bizzarro che in questo straordinario scenario si è radunato, in una splendida e insperata giornata di sole (forse ad Elastic hanno pensato anche a questo, visto che curavano l’organizzazione) un piccolo esercito di aspiranti imprenditori. Un manipolo di speranzosi che magari avrà snocciolato idee buone e meno buone, ma con una passione e una vitalità del tutto sconosciute ad altre, più celebrate latitudini.

In questa sede non voglio parlare dei progetti, è il compito di altre persone ben più preparate di me. Mi limito a una semplice considerazione: troppe volte, parlando si nuove idee 2.0, si dimentica completamente l’immensa ricchezza del nostro territorio. In una parola, il grosso dell’idea si esaurisce nell’universo online. E in questo modo viene perso gran parte del suo potenziale.

L’Italia, dopo aver perso la scommessa industriale, e aver dato pessima prova di sè nel cosiddetto “terziario avanzato” (rivelatosi terreno privilegiato di peracottari di ogni foggia), oggi ha nel valore del proprio territorio e della propria cultura l’ultima ciambella di salvataggio, che potrebbe risparmiare ai nostri nipotini il destino di fare da giullari di una decadente disneyland per miliardari cinesi. Sto parlando di quella che - con qualche enfasi di troppo - viene definita l’economia della conoscenza.

Ma la conoscenza non è un patrimonio degli sviluppatori, dagli esperti di marketing, e meno che mai dei tanti e omnipresenti “fuffologi”. No, la conoscenza è un patrimonio delle persone che hanno una identità, una storia e un legame con il territorio. E mai come durante questa visita a Catania, terra straordinariamente ricca di questo “asset”, e straordinariamente sciagurata nel non sfruttarlo a dovere, tutto questo mi è apparso chiaro davanti agli occhi.

Si tratta solo di utilizzare i nuovi strumenti per far parlare il mondo con questa cultura e con questo territorio. La chiave è, ancora una volta, la disintermediazione, in particolare di quegli ostacoli naturali costituiti da chi ha presidiato questo tesoro fino ad ora, dilapidandolo e tenendolo al “riparo” dagli interlocutori “business-critical”.

E’ un’operazione che solo la punta avanzata dei giovani imprenditori locali ha i titoli per affontare con qualche speranza di successo. Finchè (pensiamo alla Sardegna) i profeti arriveranno da fuori, imponendo le loro regole e il loro modo di pensare non ci sarà da stare molto allegri. Il 2.0 è la massimizzazione del canale di ritorno. Se le idee vengono “dal basso”, è il territorio a governare il processo della loro trasformazione in business. E quando questo accadrà compiutamente, potremo finalmente ammirare i riflessi del sole su queste incredibili terre senza l’ormai consueto e malinconico groppo alla gola.

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