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Rai Storia, lettera a una Nazione mai nata

10 Febbraio 2010 · 5 commenti

rai stagnoIn questi giorni l’unico buon motivo per accendere il decoder SKY, rimasto lì sotto a imperitura memoria di un contratto ormai morto e sepolto (ma quando vengono a riprenderselo?) è il canale 805, cioè Rai Storia.

Un canale che ci sbatte davanti agli occhi che popolo eravamo, quale “Nazione” saremmo a un certo punto dovuti diventare secondo una certa élite intellettuale, e come mai (ce lo spiega “La Storia siamo noi“) siamo invece diventati questa accozzaglia rissosa di individui che si guardano di sbieco sgomitando per un parcheggio al centro commerciale.

Più ancora delle bellissime inchieste sull’Italia contadina, che conservano ancora oggi tutto il loro fascino, a intenerire è soprattutto la ricerca di un linguaggio comune, solo apparentemente rassicurante, che aveva comunque il pregio - rispetto alla TV di adesso, così autosaturante - di permettere al telespettatore di pensare con la propria testa, di “farsi un’idea”. Può sembrare un’eresia, se si pensa che era una tv iperlottizzata e ipercontrollata dalla Chiesa e dal perbenismo Bernabeiano. Eppure era una televisione infinitamente più libera di adesso, in cui potevano parlare Pasolini e Almirante, in cui Mike Bongiorno poteva insultare l’intelligenza del genere femminile in modo assai più rispettoso delle donne rispetto alle volgari scollature che dilagano adesso, e in cui il carosello era un’esplosione di creatività che forzava gli sceneggiatori all’aforisma, relegando il prodotto agli ultimi 5 secondi del filmato.

Era una grande televisione, altrochè. Avendo visto e rivisto le puntate di “Non è mai troppo tardi” (che andrebbero rifatte oggi in chiave “Anti-Digital Divide”) e “Ieri e Oggi”, nonchè il meraviglioso speciale TG per la conquista della Luna, il mio sguardo cade fatalmente sul contorno. Sulle facce del pubblico sugli spalti, un pubblico così composto, così compreso nel ruolo, che quasi sembrava ereditare dai conduttori l’immenso senso di responsabilità di canali che avevano il 100% di share, con il dichiarato compito di forgiare la cultura di una nazione.

E poi gli studi, con quell’accenno a una modernità mai ingombrante, al design tipicamente italiano. Le immancabili “giraffe” che fanno capolino sopra i cantanti. L’ingombrante e immaginifico “Eidophor” che riproduce all’infinito i primi piani, come con gli specchi del barbiere. I primi, goffi, tentativi di usare il chromakey, specialmente per i titoli di coda, rigorosamente analogici, che scorrono in un moto irregolare, come se qualcuno stesse manovrando un rullo di carta.

E poi i volti. Tito Stagno, Gigliola Cinquetti, Alberto Lupo. Con movenze a volte irreali, lontane dal nostro pedestre quotidiano, ed eppure ovviamente irreggimentate nell’impossibile  compromesso tra un copione studiato fino alle virgole e l’esigenza di una qualche illusoria naturalezza.

Che immensa e inutile impresa, quella di provare a “fare gli italiani”. Tra errori, censure, messe al bando, apparentamenti, clientele. Ma comunque una impresa affascinante, che non è riuscita a darci una grammatica, non ha certo costruito una nazione, non ha diffuso un senso civico. Ma ci ha lasciato un linguaggio, quello tutt’altro che banale del rispetto dei telespettatori, che allora - si badi bene - erano ancora cittadini, non sudditi.

A forgiare gli italiani, avrebbe pensato, anni più tardi, la televisione commerciale, coi suoi terrificanti bambini della pubblicità che hanno convinto tutti (ormai anche lo Zingarelli) che “Casa” si pronuncia con la “esse” dolce milanese, quella del suo proprietario, dei responsabili marketing, dei capi azienda, mandando definitivamente in soffitta la sibilante toscana. Povera Italia, ma grazie alla Rai. Grazie lo stesso.

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Quando la pubblicità è un rumore di fondo e i mercati sono malversazioni

20 Aprile 2009 · 2 commenti

Lo scorso weekend mi sono reso conto di essere un uomo molto fortunato: finora non ho mai dovuto comprare una macchina. Tra auto aziendali, prestiti e (semi) regali dei genitori sono sempre riuscito a sottrarmi al girone dantesco dei concessionari e degli autosaloni.

Questo fino allo scorso weekend, in cui per cause di forza maggiore ho dovuto gettarmi anch’io tra le anime in pena che si aggirano per squallidi piazzali a scrutare dietro i parabrezza, cercando di interpretare i mille bigliettoni A4 che danno per scontati termini come “TAEG”, “ecoincentivi” e “antiparticolato”.

Ma perchè - mi chiedevo nel piazzale, in un raro momento di lucidità - si dà per scontato che io sappia cos’è il TAEG? L’ho capito aprendo un quotidiano.

Eh sì, perchè un quotidiano - e me ne sono accorto solo adesso - è ricoperto per il 40% di pubblicità di auto, concessionarie e autosaloni. Pubblicità che io avevo sempre ignorato, al punto tale da considerare il tutto un fastidioso rumore di fondo, come le porte di uno slalom tra un articolo e l’altro, niente più.

Mi chiedo, ma a che serve questa gara a chi urla di più su giornali, radio e televisione quando da sempre la gente decide che macchina acquistare in base a criteri come “il concessionario di fiducia”, “l’amico che non dà fregature” e “il meccanico che capisce se hanno taroccato il contachilometri”? Per me rimane un mistero.

Di sicuro, proprio come per la scelta delle voci delle liste di nozze, quello dell’auto è un mercato che sfugge completamente alle regole più elementari, in cui il rapporto cliente-fornitore risulta quasi invertito. Di conseguenza così come, una volta scelto il negozio dove aprire la lista, sono loro - e non tu - a scegliere il servizio di piatti, allo stesso modo un autosalone (non facciamo nomi: Lidauto di Ostia Antica) può impunemente scrivere, a caratteri cubitali “Domenica 19 Aperto” sul Messaggero, e poi farti trovare il cancello sbarrato dopo un viaggio di due ore in cui ti sei giocato un bel pezzo di weekend.

Ma perchè tutto questo è possibile? Perchè la gente non si ribella e insegue questi tiranni coi forconi?

Probabilmente perchè sia il nubendo, sia l’automobilista appiedato sono figure che vengono interpretate dal nostro sistema economico come “soggetti coatti”, che si trovano in una condizione temporanea di bisogno. Una volta fissata la data delle nozze, la libera scelta del nubendo-cliente (voci della lista, ricevimento, viaggio di nozze) è un fastidio, ed ecco che alla minima pressione dell’interlocutore commerciale si è pronti a chinare il capo.

Allo stesso modo, dato che non possedere un’auto - e per certi target “una certa auto” - non ci permette di essere soggetti sociali, quindi di esistere (o almeno questo riescono a farci credere) , presi dalla disperazione a un certo punto potremmo anche portarci a casa “la fregatura”. Già, perchè “la fregatura”, proprio come la terra marginale Ricardiana qualcuno la deve pur comprare, altrimenti il mercato nel suo complesso andrebbe in tilt.

E’ una triste realtà, ma in certi casi chiunque di noi può entrare a pieno titolo nel segmento di mercato di fatto più redditizio, i “Gullible Morons” di Scott Adams, gli ambitissimi “Idioti raggirabili”. L’importante è stato entrarci il più tardi possibile.

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Digitale Terrestre: d’accordo, niente è più come prima. Però non in quel senso…

29 Gennaio 2009 · 12 commenti

digitale terrestreSono ormai abbastanza allenato ad ascoltare le conferenze istituzionali sul futuro della tecnologia. Credevo quindi di essere pronto al peggio quando ho pazientemente cominciato ad ascoltare la registrazione della Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre, presentata da Bruno Vespa e significativamente sottotitolata “Niente è più come prima”.

Ma stavolta mi è bastata la prima ora di convegno per raggiungere il punto di saturazione. Questi signori stanno parlando di qualcosa che nasce morto in partenza.

Il digitale terrestre, che in Italia è servito solo a salvare Retequattro, sarebbe perdente anche (e non è il caso nostro) se fosse sfruttata bene. E per un motivo molto semplice: è una TV di flusso. E la TV di flusso è destinata a sopravvivere solo per le notizie, lo sport e gli eventi live. E se queste tre “killer application” erano finora sufficienti a giustificare gli alti costi di gestione della TV di flusso, con il crescere di una sempre più ricca e aggressiva offerta On Demand, che trova nel protocollo IP la piattaforma più efficiente, essa è destinata magari non a soccombere ma a diventare un prodotto di nicchia. E dato che il digitale terrestre, proprio come il satellite e l’etere analogico non può che essere una tv di flusso, faranno tutti la stessa fine, come è ovvio che sia con un pubblico che vuole avere sempre più il controllo del contenuto e non si accontenta più di vedere cosa passa il convento.

In sostanza, dopo che la TV degli anni ‘50 ha plasmato un popolo, costringendolo a vedere quello che passava il convento, e che la TV degli anni ‘80 lo ha telecomandato permettendogli di scegliere cosa passavano ben 6 conventi diversi, per questi signori il punto d’arrivo sarebbe poter scegliere tra centinaia di conventi. O col satellite, ma a pagamento, visto che si tratta di consumatori consapevoli di reddito medio-alto ma non catechizzabili con la pubblicità; Oppure gratis, col digitale terrestre appunto, visto che (nei loro deliri di onnipotenza) sarebbe ancora possibile continuare a decidere i percorsi del pubblico nei supermercati, manco fossero i cani di Pavlov. L’importante, in ogni caso, è che il controllo del contenuto rimanga dalla parte dei broadcasters. Ma - e per fortuna, aggiungo io - le cose stanno diversamente.

Non solo i contenuti sono destinati ad essere integralmente controllati dagli utenti, che potranno stabilire quando, come, dove e quante volte fruirne in piena libertà. Quello di cui non ci si accorge, e che appare ancora più evidente oggi, con la presentazione dei dati dell’Osservatorio Multicanalità di AC Nielsen, è soprattutto che una crescente massa di ex-telespettatori è già ben oltre oltre il ruolo di “consumatore consapevole” ed è diventata un nuovo segmento, i cosiddetti “Reloaded“, e cioè coloro il cui processo di acquisto passa per una grande varietà di canali, e per i quali il ruolo della televisione è sempre meno importante.

Non credo ci vorrà poi troppo per far capire ai “padroni del vapore” che, prima di preoccuparsi troppo del ROI dell’advertising su Internet (o meglio, su tutti i contenuti che viaggiano su IP) occorre porsi qualche seria domanda sulla sostenibilità del modello di business attuale: da un lato le entrate pubblicitarie, attraverso i centri media; dall’altro gli altissimi costi infrastrutturali per un tipo di contatto infinitamente meno efficace nel processo d’acquisto. Senza dimenticare che nessuno può dare per scontato che la raccolto pubblicitaria sia ancora al centro dei modelli del futuro, ma questo è un altro discorso.

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