Venerdì scorso ho proposto ai ragazzi del Master MUMM di Economia e Commercio la versione aggiornata della mia presentazione “Aziende e 2.0, cambiare il modo di pensare”, che per l’occasione ho pensato di condividere su Slideshare con l’audio sincronizzato.Si parla ancora una volta del mutamento culturale che le Aziende devono affontare se vogliono continuare a comunicare efficacemente con i loro interlocutori istituzionali, nelle logiche conversazionali imposte dai social media. In questo aggiornamento ho provato ad arricchire la sezione delle case study, ad approfondire i trend (tutt’altro che innovativi) dell’online advertising, a delineare le prospettive dei marketing services nella chiave dell’”opt-in”.
Qui potete trovare anche la seconda parte, che approfondisce il tema dell’impiego di blog, podcast e web tv in ambito corporate.
Entrambe le presentazioni sono scaricabili in formato powerpoint direttamente su Slideshare. Inoltre, l’audio può essere anche ascoltato sui lettori portatili, scaricando i seguenti due file MP3.
La notizia è questa: non è vero che i video che ottengono più “views”, “share” e “download” online sono necessariamente spezzoni della televisione mainstream, oppure “video pazzeschi”, come li chiamerebbe Marco Montemagno, in cui qualcuno rischia di rompersi l’osso del collo praticando uno sport estremo, pescando nel torbido dell’ampio mare degli UGC.
Bisogna che tutti (osservatori, analisti di mercato, guru, consulenti, blogger, sociologi e massmediologi) se ne facciano una ragione: qualche volta può accadere che ad avere successo siano contenuti video che, pur conservando le specifiche della c.d. “qualità broadcast”, sfuggono del tutto alle regole dettate dai vecchi modelli di distribuzione le quali, stratificatesi negli anni, finchè è esistito “un solo modo di fare televisione” avevano finito per porre limiti creativi imprescindibili favorendo una omologazione pressochè totale dei linguaggi.
Oggi, grazie ad internet, esistono molti altri modi per fare televisione. Di più: per farla in modo del tutto indipendente. E per rispondere alla crescente domanda di un pubblico che - lo dimostra l’evoluzione dei linguaggi del cinema - è disposto ad alimentare modelli di business alternativi pur di vedere qualcosa di nuovo e di diverso.
Qualcosa del genere si comincia a vedere anche in Italia, ma la flagranza di questo trend è più evidente - come spesso accade - negli USA, dove Rocketboom è ormai un fenomeno sociale. E’ una sorta di magazine che rompe completamente gli schemi visivi lineari ai quali noi “immigrants” siamo abituati dalla nascita. Nell’on demand integrale multipiattaforma, la sfida non è “evitare che qualcuno cambi canale”, ma rendere il contenuto competitivo rispetto a tutto ciò che può accadere all’utente in rete. Non è quindi solo una questione di ritmo (la magnifica ossessione del broadcaster tradizionale) ma anche e soprattutto la capacità di trasmettere un’emozione, stimolare una scoperta, giocare con i memi del fruitore, compreso tutto l’inevitabile follow-up della viralità e della socialità del contenuto.
Più di mille parole, vale un brevissimo embed:
Si tratta di produzioni che nascono per essere visti sul desktop per poi dimostrarsi efficaci anche su altri device. E’ l’utente ad adattarne la fruizione, indipendentemente dal loro formato. Dando un bello scossone ai legittimi ragionamenti che per tanti anni sono stati fatti circa la produzione di contenuti “ad hoc” per ogni tipo di supporto.
Il punto è che da una televisione nata per riempire spazi mentali e temporali predefiniti (non solo era coatto il luogo e il momento della fruizione, ma era anche omologato il contenuto) questi nuovi produttori, che si fanno spazio tra il mainstream da un lato e gli UGC dall’altro, sembrano marciare decisi verso un nuovo schema, che tende ad appagare il desiderio del fruitore “reloaded” di definire i propri spazi e nutrire le proprie idee attraverso un contenuto diversificato nel linguaggio e di cui è possibile fruire liberamente, senza vincoli.
Non solo un “oggetto” come Rocketboom o Coolhunting può essere visto su qualsiasi device, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, ma soprattutto non è necessario che venga immediatamente codificato secondo uno schema che “piaccia”, per dirne una, agli inserzionisti. O che, come si diceva una volta, “funzioni”.
Ecco un altro esempio interessante.
E attenzione, non stiamo parlando di prodotti di nicchia, di fieno per le fauci degli inguaribili radical-chic della rete. Stiamo parlando di contenuti che, nelle loro varie versioni (videosharing, podcasting, ri-mediazioni su altre piattaforme, ecc. ecc.) vegono visti da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. And counting (visto che sono ancora lì)…
Da qualche mese vado in giro per l’Italia con una presentazione intitolata “Aziende e Web 2.0, cambiare il modo di pensare“, in occasione di corsi per aziende, convegni, seminari, incontri pubblici e privati. Non credo sia necessario specificare il tema, mi sembra abbastanza chiaro. Mi limito a dire che - attraverso i vari aggiornamenti successivi - queste slide finiscono spesso per costituire la base di ogni mio ragionamento sullo stato dell’arte del rapporto tra il mondo corporate e i nuovi strumenti di comunicazione.
Non è (nè può essere, dato il contesto strettamente formativo, che richiede la consegna di un “deliverable”) una di quelle bellissime presentazioni “per sole immagini” che vediamo spesso nei BarCamp e in cui persone come Nicola Mattina, Riccardo Cambiassi e soprattutto Marco Montemagno sono maestri indiscussi. Le persone a cui l’ho “inflitta”, peraltro, sono quasi sempre riuscite a utilizzarla come strumento di lavoro. Ancora a distanza di tempo vengo aggiornato su come è tornata utile nell’utilizzo pratico in Azienda, per esempio in casi di Corporate Blogging, Corporate Podcasting e Web TV Aziendale. Nel contesto di questo blog può essere “un punto di partenza”, per poi sviluppare i singoli argomenti con il dovuto grado di approfondimento.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica