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In media stat virtus

13 Luglio 2009 · 1 commento

mediumGli User Generated Content sono monetizzabili? E se si, in che misura? Quale può essere un trade-off vantaggioso tra costi e benefici nel loro impiego da parte dell’industria dei media? E’ questo un tema che ricorre spesso con i miei interlocutori tipici: sul lavoro, alla ricerca di un modello di business che “giri” intorno a questo tipo di contenuti, ma anche nella cloud del popolo dei Barcamp, dove forse è più facile cogliere prima e con più chiarezza alcuni segnali deboli che provengono dal cuore della cultura digitale.

Negli ultimi mesi sembra rafforzarsi l’opinione che individua il maggior valore degli UGC in quella “area grigia” in cui gli stessi entrano a contatto con i blockbusters (la “testa” della coda) e quindi lontano dalla massa dei video meramente amatoriali che affollano “la coda della coda”. Per etichettare questa tipologia di contenuti, di volta in volta, sono stati usati vari neologismi, il più fortunato dei quali è prosumer content. Ma anche “prosumer”, che fa riferimento al tipo di mezzi semiprofessionali con cui i contenuti sono realizzati, senza cogliere le altre dinamiche in corso lungo la catena del valore, sembra un termine inadeguato per definire il fenomeno nel suo complesso.

Se vogliamo davvero compiere un tentativo in questo senso, occorre innanzitutto provare ad elencare le caratteristiche distintive di questi contenuti:

  • sono contenuti che per il valore del documento o del messaggio grezzo (es: le riprese coi telefonini della repressione in Iran) o per la creatività che esprimono (es: le selezioni “staff picks” di Vimeo) possono inserirsi a pieno titolo nel flusso mainstream;
  • sono contenuti realizzati da case di produzione che nascono per la distribuzione via web (Revision3, OnNetworks, ecc.), e - a fronte di bassissimi costi di produzione - possono sottrarre tutte le nicchie ai mainstream integrati verticalmente i quali, dati gli costi della capacità trasmissiva tradizionale (via etere e satellite) possono al massimo rivolgersi a macro-nicchie con il loro tipo di offerta;
  • sono i contenuti generati da “eventi”: per ora ristretti al tipico pubblico “tech & high brow” (es: TED, ma anche in prospettiva le stesse Venice Sessions) essi potrebbero estendersi a target sempre più ampi, trasversali rispetto alle categorie verticali
  • sono “advertorial”, o “video promozionali”, in ogni caso contenuti corporate che però - per vari motivi - hanno un valore anche a prescindere dal loro significato commerciale (i video dei keynote della Apple ne sono l’esempio più eclatante, ma anche molti corporate podcast - FastLane di General Motors o RadioFeltrinelli in Italia, che può essere assimilata a una trasmissione radiofonica culturale)
  • sono tutti i materiali multimediali che documentano l’attività accademica o formativa in generale (molti formatori ormai usano YouTube, SlideShare e altre piattaforme di condivisione per la propria promozione, mentre è sempre più frequente il caso di docenti universitari che pubblicano le registrazioni dei loro corsi come servizio per i loro studenti);
  • sono i materiali descrittivi, come le audioguide, prodotti autonomamente dalle istituzioni museali e culturali come servizio a valore aggiunto per il pubblico.

Questo elenco, che potrebbe andare parecchio avanti, ci racconta due cose: da un lato che è quantomeno ingeneroso, come ancora fanno molti analisti del settore dei media, definire gli UGC come una “montagna di spazzatura” popolata prevalentemente di filmini familiari, riprese di matrimoni e imprese di ragazzini scapestrati sullo skateboard; dall’altro che una frazione sempre più ampia di soggetti - commerciali e non - ha compreso di dover incorporare, per cogliere le nuove opportunità offerte dalla rete, alcune funzioni proprie degli editori, finendo per affollare la parte sinistra della “coda lunga” di contenuti che - rivestendo un qualche interesse per il pubblico, anche se di nicchia - potrebbero rivelare un valore non trascurabile nella catena della distribuzione. Specialmente se consideriamo le nicchie nel loro complesso e la possibilità di raggiungerle senza i tipici costi di distribuzione e promozione che per anni hanno afflitto la “testa” dei blockbuster, finendo per dettare legge e determinare la “cultura dei grandi successi”.

Questa consapevolezza comincia a maturare, specialmente nel mondo anglosassone, almeno presso i nuovi distributori, in particolare Apple e Google che si trovano nella invidiabile posizione di poter osservare la globalità del fenomeno e di misurarne la profittabilità. Chi ancora tarda a comprenderne le potenzialità, paradossalmente, sono proprio i singoli produttori: potremmo dire che la parte “valorizzabile” gli UGC, che forse faremmo meglio a cominciare a chiamare semplicemente “gli indipendenti”, sta raggiungendo una “maturità inconsapevole” proprio perchè dal basso i produttori non riescono a cogliere il loro valore nel loro complesso. L’altro aspetto su cui, stante lo sforzo di realizzare un contenuto di valore, non c’è sufficiente consapevolezza collettiva è il tema dei bassi costi, e in particolare:

  • i bassi costi di realizzazione (grazie all’evoluzione delle tecnologie di produzione, che permettono la disintermediazione degli studi di produzione)
  • i costi pressochè nulli di distribuzione, permessi dalla rete ormai su tutti i device fissi e mobili (disintermediazione dei proprietari di capacità trasmissiva)
  • la possibilità di un sostanziale market-to-one a costo zero, grazie all’evoluzione dei meccanismi di aggregazione tag-based, se non addirittura - in prospettiva - in chiave semantica (disintermediazione dei servizi di marketing tradizionali)

Per poter chiudere il cerchio e affrontare il tema dei nuovi modelli di business generati dagli “indipendenti” occorre dunque non solo far maturare il contenuto in quanto tale, ma - soprattutto - la consapevolezza del suo nuovo ruolo nella catena del valore, alla luce del loro “senso” collettivo e delle menzionate opportunità di disintermediare i soggetti che per lungo tempo ne hanno determinato gli alti costi marginali, fino a rendere insostenibili modelli diversi rispetto a quelli basati sul traino dei “blockbusters”. E’ in questo che non sono d’accordo, per intenderci, con Seth Godin quando analizza la coda lunga sempre e solo in base al criterio della willingness to pay degli utenti finali, come se i nuovi business models ruotassero intorno a questa singola fonte di ricavi.

Di questo e di altri aspetti parlerò nel corso del mio keynote previsto nel corso di TechnologyBiz, l’evento previsto per il 28 e 29 Ottobre alla Città della Scienza a Napoli, e intitolato - con poca fantasia - “La maturità degli User Generated Content”. Spero di incontrarvi in quella occasione per discuterne insieme.

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Rai.tv - l’ultima creatura di quegli inguaribili sperimentatori di Rai Net

9 Febbraio 2009 · 8 commenti

rai.tvE’ destino che in questi giorni su queste pagine si parli di televisione. Il fatto è che le novità sono tante. Non abbiamo fatto a tempo ad implorare la Rai di rinnovare la propria offerta online, che - lo scorso weekend - è partito il nuovo portale (quant’è vecchia, questa parola!) di Rai.tv, che riunisce in un unico luogo della rete la diretta streaming di tutti i canali gratuiti della televisione pubblica, l’offerta on-demand (podcast compresi) e anche un abbozzo di servizio di video sharing.Si tratta, inutile dirlo, di un bel passo avanti, simile a quello compiuto da realtà pubbliche più attente alla rete, come Arte-Tv e BBC. Ed è anche la conferma che in generale, la televisione pubblica ha una più facile integrazione con il web rispetto ai canali privati (alzi la mano chi è soddisfatto dei siti di Mediaset, tanto per fare un esempio). Del resto, è del tutto ovvio che sia così. Sia perchè esiste un “contratto di servizio” che obbliga la concessionaria, prima industria culturale del paese, a trasmettere i suoi contenuti con le migliori tecnologie disponibili (e meno male!), superando via via tutti i problemi di gestione dei diritti che queste tecnologie comportano. Sia perchè la Rai (ma anche la BBC, TVE, France Télévisions, eccetera) hanno una naturale propensione alla sperimentazione, per quanto l’imitazione del modello di business della televisione commerciale ogni tanto ce lo faccia dimenticare.

In casa Rai, in particolare, possono contare sulle capacità dello staff di Rai Net e sulla visione del suo direttore, Giampaolo Rossi, che da tempo seguo nelle sue apparizioni in vari seminari e convegni. E’ proprio di questi personaggi che la tv privata manca, e cioè di chi sa che con la paura di sbagliare, accontentando sempre e comunque il diktat di chi non ha e non può avere una visione strategica (e cioè gli investitori pubblicitari), non si va da nessuna parte, specie in un settore come quello dei nuovi media.

Ma veniamo a Rai.tv, e alle sue tre “anime”.

Le dirette

La trasmissione in diretta streaming dei canali pubblici gratuiti (per ovvi motivi sono esclusi i canali offerti a pagamento all’interno della piattaforma SKY) è garantita dall’omnipresente lettore Silverlight che - a parte qualche problemino di compatibilità con Linux - funziona egregiamente. La qualità dello stream, però, non è eccelsa, e questo si paga con la visione a tutto schermo. Se non è una precisa scelta politica (non si sa mai) si potrebbero prevedere due stream, uno per le connessioni “così così” e l’altro per chi ha la fortuna di disporre di almeno mezzo mega di banda reale. Nota lieta: in streaming sono disponibili alcuni canali (come l’intrigante “Millepagine”, decidato alla letteratura) completamente nuovi, e cioè fruibili esclusivamente attraverso il web. Sulle mie perplessità circa la necessità di nuovi canali di flusso per contenuti non-live mi sono già espresso, ma evidentemente la mia è una posizione minoritaria. Interessante l’uso degli spot pre-roll che partono all’inizio di ogni collegamento. Ancora più interessante sarà vedere i numeri degli accessi, e compararli agli accessi dell’on-demand.

L’on demand

Il fatto stesso che venga concepito un servizio del genere è un bel salto culturale per un paese come l’Italia, quindi va apprezzato a prescindere. Qui le lamentele riguardano soprattutto l’ampiezza dell’offerta, ma c’è da immaginarsi che sia destinata a crescere progressivamente. Viene da chiedersi perchè non si fa un po’ di sano benchmark con il servizio ArteVOD (il migliore su piazza tra le tv pubbliche), che permette - tra l’altro - anche il download dei relativi files. Questo del download è un vulnus che non si riesce a superare, il che è particolarmente bizzarro se si pensa che - con un semplice software, chi avesse la volontà pervicace di appropriarsi del file in streaming potrebbe farlo facilmente, per non parlare di un servizio come Faucet PVR. La tattica di usare l’alfabetizzazione informatica dell’utente come “limitatore accettabile” di un comportamento complessivamente sgradito (il download del file) è forse l’unica via per superare le resistenze interne e avviare un servizio per anni osteggiato dai broadcasters. E’ però anche difficile considerarlo un approccio sano al problema del DRM, che andrebbe affrontato con più coraggio a monte, riformando il concetto stesso di proprietà intellettuale. Gli strumenti, come noto, ci sono.

Il servizio di podcasting

E’ da tempi non sospetti che la Rai pubblica le versioni in podcasting delle proprie trasmissioni regolari, prima solo della radio, poi sempre più della televisione. In questo modo Viale Mazzini ha trovato nuovi pubblici per contenuti costretti in fasce d’orario sfortunate (si pensi allo splendido Fahrenheit di Radiotre, che prima era destinato solo a chi non lavora al pomeriggio). Ma se fino a poco tempo fa l’idea di distribuire i file in RSS sembrava un esperimento carbonaro, ora ci pare di capire che questa modalità sia divenuta ufficiale e degna della definizione di un vero e proprio modello. L’impressione è che in questo “contenitore” finiscano quei contenuti che o non comportano grossi problemi di DRM (il podcast implica la scaricabilità, inutile sottolinearlo) oppure che sono “riconfezionati” in modo da non comportarne. Avanti così.

Il servizio di Video Sharing

Se a una prima occhiata non si vede il bisogno di una specie di miniyoutube in salsa pommarola, a ben vedere questa sezione del sito va elogiata proprio perchè la sua chiave è la possibilità (o per essere precisi, la prospettiva) di una rimediazione dei contenuti generati dagli utenti. Si tratta infatti di poter caricare sul sito dei video autoprodotti destinati, previa una sacrosanta selezione redazionale, a essere ritrasmessi sui canali mainstream. Quello - insomma - che hanno già cominciato a fare soprattutto canali all-news come CNN, Fox e la nostra SKYtg24. Bene, bravi, bis.

Suggerimenti e conclusioni

Rimane una domanda di fondo, che poi è anche il suggerimento principale . Perchè, in un futuro prossimo in cui i televisori avranno integrato il collegamento a internet e un firmware simile a Boxee (che non lo è ancora), qualcuno dovrebbe accendere un computer, aprire il browser, digitare un indirizzo per andare a vedere i contenuti forniti da un solo broadcaster? Non sarebbe forse il caso di aprire le API (come hanno fatto altri broadcaster come CBS e CNN per fare un paio di piccoli nomi) in modo che tali contenuti siano fruibili indipendentemente dalla modalità di accesso e dalla piattaforma?

Ma al di là dei possibili miglioramenti “in progress”, occorre contestualizzare questo sforzo per coglierne l’importanza. Il vero merito delle grandi aziende nello sviluppo di nuovi progetti non è la capacità di innovare “in sè”, ma di trovare la forza, le competenze, la creatività e quel pizzico di buon senso necessari per superare gli ostacoli interni ed esterni che - in queste realtà più che nelle dinamiche aziende protagoniste del 2.0 - sono sempre di grandi dimensioni. La Rai, dopo qualche colpo di assestamento, sembra riuscirci. Con questo portale (ahi!) si pone al livello delle altre esperienze europee dello stesso filone, apportando un po’ di quella sacrosanta e italianissima “arte di arrangiarsi” che tante volte ci ha cacciato fuori dai guai. E mai come in questi giorni, mediaticamente parlando, sentiamo di averne il bisogno.

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RomeCamp 2008, voci di corridoio

22 Gennaio 2009 · 9 commenti

romecampIl RomeCamp 2008 è stato a mio parere il miglior evento “participato” cui mi sia capitato di prendere parte lo scorso anno. Ma al di là del valore intrinseco dei vari talk, di cui ci è rimasta testimonianza grazie all’immenso lavoro del Cannocchiale, come al solito il meglio è venuto fuori nelle conversazioni casuali, in piena serendipity, che si sono svolte nei corridoi.

Credo che in parecchi si siano accorti che nel corso dell’intera seconda giornata indossavo un piccolo - ma performante - microfono stereo con il quale mi sono dilettato a rubare alcune di queste conversazioni, un pò come facevo nel mio ormai lontano passato di podcaster pendolare.
Ne è venuto fuori questo mix di circa 20 minuti, che potete scaricare qui. Le persone che sono riuscito a coinvolgere (loro malgrado) sono del tutto casuali. Non ho fatto scelte, ho registrato chi mi capitava a tiro. Anche per questo non ho taggato il file con i loro nomi: se vi ritroverete fatelo voi.

In ogni caso vi prego di non ascoltarlo adesso, ma di copiarlo su un lettore MP3 per una fruizione meno “in concorrenza” con le mille altre cose che (giustamente) avete da fare davanti al computer. Con calma, in un tempo morto. Magari per ravvivarlo un pò. :-)

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Il 2009 dei Social Media

31 Dicembre 2008 · 7 commenti

Il 2008 è ormai (quasi) alle spalle, senza troppi rimpianti direi, e con la consueta sollecitudine Nicola Mattina, fondatore del Club dei Media Sociali, ci chiede di formulare delle previsioni sulla direzione che prenderanno questi strumenti nel 2009, anche sulla scorta delle profezie contenute in una interessante presentazione di TrendSpotting.

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Non ho mai avuto molta fiducia nelle previsioni sui trend tecnologici, anche perchè chi le fa di mestiere raramente ci azzecca, come ebbi modo di illustrare insieme a Stefano Epifani e Stefano Mizzella in una divertente puntata di Proxy Bar, il magazine radiofonico sulle culture digitali ormai passato in archivio.

Ma forse in questo caso la tecnologia non c’entra molto. Di nuove tecnologie, verosimilmente, nel 2009 non ne vedremo granchè. Semmai - e questo è molto più interessante - molte persone potrebbero cominciare ad utilizzare, grazie ad interfacce più efficaci, tecnologie esistenti e finora rimaste appannaggio dei “tricky techies“. In fondo anche Facebook, il grande fenomeno del 2008, esisteva già da qualche anno: quello che è accaduto negli ultimi mesi in Italia è stata una svolta “socio-antropologica”, e cioè molte persone hanno finalmente trovato in Facebook una interfaccia che ha raggruppato in modo intelligente funzionalità che il Web aveva saputo già esprimere, seppur in modo più disarticolato.

Forse, quindi, il 2009 potrebbe diventare l’anno delle “tecnologie trasparenti“. Quello in cui, per intenderci, leggeremo i blog attraverso un aggregatore senza rendercene conto (e senza sapere cos’è un feed), guarderemo i podcast sul televisore semplicemente perchè avremo premuto sul telecomando un tasto che si chiama “aggiorna i tuoi canali”, ci imbatteremo nei contenuti che ci incuriosiscono non perchè li abbiamo cercati, ma perchè qualcuno avrà trovato il modo di capire i nostri interessi, e così via.

O almeno, se proprio non accadrà nel 2009, questo è il mio auspicio per i prossimi 5 anni: un Web rivolto non solo a chi “è orientato al risultato e quindi si prende in carico una parte del processo”, come gli utenti evoluti di oggi (”installo l’aggregatore”, “embeddo il widget”, ecc. ecc.) ma anche a chi, provenendo dall’esperienza passiva del televisore, “è orientato al risultato pur non preoccupandosi del processo“. Se ci pensiamo bene Facebook ha fatto breccia nel cuore degli “unliterate”, dando luogo a una vera e propria “invasione barbarica”, proprio perchè si prende in carico di proporre, indovinandoli dalle azioni degli utenti, esattamente quei contenuti che gli utenti si aspettano.

In questo modo, e qui introduco un altro tema, il Web, mezzo di comunicazione on-demand per eccellenza, potrebbe cominciare a “simulare” il medium di flusso per i molti utenti che NON chiedono alla propria esperienza un vorticoso grado di interattività. E’ proprio ciò che più amiamo della rete (l’alto investimento razionale richiesto a persone molto curiose, peraltro ampiamente premiato) ad aver tenuto lontane da essa le folte schiere della “maggioranza silenziosa”, che è rimasta a lungo, ed ordinatamente, davanti allo schermo televisivo.

Come reagirà la televisione a questa ovvia concorrenza, e all’inevitabile shock di ascolti sempre più bassi e alla progressiva emorragia del suo pubblico, e in particolare di quello più giovane? Inizialmente (dato che sarà facile vendere internamente l’idea, sia a Viale Mazzini che a Cologno Monzese) scimmiottando internet in un modo o nell’altro. Il linguaggio di YouTube sta già ampiamente contaminando l’arena del video mainstream, ma questo è solo l’inizio. Vedremo in TV sempre più riquadri con thumbnail, sovraimpressioni, chat via SMS, ed altre diavolerie inutili per tutto il 2009. Poi qualcuno capirà che un medium di flusso, in questa competizione con Web parte perdente, e così la TV tradizionale si concentrerà su ciò che la rende ancora imbattibile, e cioè la copertura di quegli eventi che coinvolgono proprio perchè accadono in quel momento, e per i quali gli spettatori sono ancora disposti al sacrificio di trovarsi tutti insieme davanti al video in un dato momento: lo sport, i grandi avvenimenti in diretta, forse anche i grandi concerti, magari investendo più seriamente nell’alta definizione.

E a questo punto, se proprio mi si chiede una previsione, posso azzardare una serata finale del Festival di Sanremo che potrebbe per la prima volta scendere sotto una media di 9 milioni di telespettatori, ciò che determinerebbe una serie di accuse incrociate con conseguente caduta di teste illustri.

Cosa c’entra coi social media? Beh, di sicuro ha a che vedere con una loro caratteristica: quella che offre all’utente il controllo totale del contenuto: se oggi vedo, leggo, ascolto dove voglio, quando voglio, quante volte voglio, sul device che voglio quello che scelgo io, non capisco perchè dovrei trovarmi a una certa ora (le 20.30 di un certo giorno dell’anno) in un certo luogo (a casa), davanti a un certo device (la TV) per vedere una cosa che non ho scelto io (il Festival), se non per il fatto di essere stato bombardato per settimane da costosissimi spot e da estenuanti gossip di bassa lega. E che difficilmente mi sorprenderà: anzi, se mi dovesse sorprendere, quello potrebbe essere un segnale preoccupante per l’ordine sociale.

No, il futuro della TV sarà - certo - degli eventi Live, ma di quelli che coinvolgono davvero, perchè raccolgono quello stesso “comune sentire” che già da qualche anno, specialmente d’estate, ci fa riscoprire la bellezza degli eventi dal vivo nelle piazze delle nostre splendide città. Quello stesso comune sentire, per intenderci, che porterà a Washington 4 milioni di persone per l’investitura di Obama, e chissà quante altre davanti al video, tradizionale o in streaming sul Web. In estrema sintesi, di fronte a un evento veramente condiviso e coinvolgente, non ci sarà Egocasting che tenga.

Concludendo, la riscoperta della socialità attraverso il computer, per anni ritenuto l’oggetto asociale per eccellenza, ci fa riscoprire l’importanza della socialità anche nel mondo degli atomi. Ed i primi ad accorgersene sono proprio la punta più avanzata dei tech geek, che infatti avevano bisogno come il pane di incontrarsi dal vero nei BarCamp, nelle Girl Geek Dinner e in mille altre occasioni di questo tipo. Ebbene, se il Web 2.0 è stato in grado di tirare fuori questi bisogni da degli asociali impenitenti, cosa potrà accadere con la grande massa che si è affacciata su Facebook? Non sarà certo il 2009 a dircelo, ma sarà comunque divertente stare alla finestra.

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