Per molti, troppi anni un manipolo di esperti di macroeconomia hanno provato a convincerci che il pianeta (sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale) poteva essere spremuto come un limone il cui succo si sarebbe rigenerato automaticamente, dato che le economie sarebbero state eternamente in espansione. Quanto fosse sbagliata questa teoria lo capiamo vedendo il mondo di oggi, che sembra chiederci in ginocchio di limitare i consumi, condividere i beni e i servizi, riciclare i rifiuti, e soprattutto di tornare a fissare regole positive per i mercati. A essere consapevoli, in sintesi, della necessità di una economia sostenibile, dati i limiti intrinseci del sistema.
Non paghi della lezione della storia, oggi un altrettanto bizzarro e improvvido manipolo di esperti di nuovi media va in giro a raccontare la favola secondo cui grazie ai nuovi strumenti del web 2.0 anche la socialità sarebbe in eterna espansione. E non parlo - si badi bene - di quella “umanità accresciuta” di cui scrive Giuseppe Granieri nella sua ultima fatica, che parla semmai di una “accelerazione” sociale verso un nuovo modello con nuove regole. No, parlo di quella pletora di personaggi che semplicemente “occupano” tutti i nuovi spazi con il preciso intento di monopolizzarli, marcandosi a vicenda dato che “gli altri” fanno altrettanto.
Non è difficile individuarli, perchè hanno strategie tutto sommato trasparenti. Considerato che l’attenzione (almeno su quella siamo tutti d’accordo) è un risorsa scarsa, il loro obiettivo minimo è impedire di essere oscurati: lottando per uno spazio illuminato, oppure vivendo di luce riflessa, oppure semplicemente giocando sulla “seconda palla”, vale a dire gettandosi in una mischia e associando il proprio nome alla mischia stessa, che in questo caso viene elegantemente e impropriamente ribattezzata “conversazione”.
Ma la socialità, anche quella “empowered” dagli strumenti della rete, per fortuna è fatta anche e soprattutto di qualità, e di logiche meno becere rispetto al vedere “chi c’è” e “chi non c’è” in questo o in quel gruppo. Capisco la crescente disaffezione di molti per i social network più infestati da questi atteggiamenti, a cominciare da FriendFeed. Ma il problema, proprio come nel caso dell’”odiata” TV o della “vecchia” radio, non è nello strumento, quanto piuttosto nell’uso che se ne fa.
Su FriendFeed è fisiologico conversare, persino cazzeggiare. E’ invece patologico essere collegati per 24 ore, in modo da poter subito rispondere al minimo stimolo, positivo o negativo che sia. In generale il concetto di “always on” implica una qualche forma di violenza. Per lo stesso motivo per cui non sono mai stato obbligato a rispondere al telefono immediatamente (cosa che negli USA si dà per scontata), non si vede perchè l’intera “FriendFeed arena” debba essere perennemente monitorata e presidiata. Lo stesso discorso, naturalmente, vale per Twitter, Facebook, Skype e altri strumenti per i quali il mito dell’”always on” è stato da alcuni eletto a regola comportamentale. In estrema sintesi, dietro la foglia di fico dell’inclusività si nasconde il germe del più deleterio presenzialismo sociale. A questo punto, aggiungo io, meglio rischiare di sembrare “snob” piuttosto che finire macinato nel relativo gorgo autoalimentante.
Ecco, le regole, l’etichetta. Quando Internet attarversò la sua prima giovinezza, qualcuno - per gli strumenti disponibili allora, in particolare usenet, le chat e l’email, inventò una cosa chiamata la “netiquette“. Oggi quelle regole sono clamorosamente superate dalla pervasività delle social applications. A qualcuno va di riscriverle?