In questi giorni l’unico buon motivo per accendere il decoder SKY, rimasto lì sotto a imperitura memoria di un contratto ormai morto e sepolto (ma quando vengono a riprenderselo?) è il canale 805, cioè Rai Storia.
Un canale che ci sbatte davanti agli occhi che popolo eravamo, quale “Nazione” saremmo a un certo punto dovuti diventare secondo una certa élite intellettuale, e come mai (ce lo spiega “La Storia siamo noi“) siamo invece diventati questa accozzaglia rissosa di individui che si guardano di sbieco sgomitando per un parcheggio al centro commerciale.
Più ancora delle bellissime inchieste sull’Italia contadina, che conservano ancora oggi tutto il loro fascino, a intenerire è soprattutto la ricerca di un linguaggio comune, solo apparentemente rassicurante, che aveva comunque il pregio - rispetto alla TV di adesso, così autosaturante - di permettere al telespettatore di pensare con la propria testa, di “farsi un’idea”. Può sembrare un’eresia, se si pensa che era una tv iperlottizzata e ipercontrollata dalla Chiesa e dal perbenismo Bernabeiano. Eppure era una televisione infinitamente più libera di adesso, in cui potevano parlare Pasolini e Almirante, in cui Mike Bongiorno poteva insultare l’intelligenza del genere femminile in modo assai più rispettoso delle donne rispetto alle volgari scollature che dilagano adesso, e in cui il carosello era un’esplosione di creatività che forzava gli sceneggiatori all’aforisma, relegando il prodotto agli ultimi 5 secondi del filmato.
Era una grande televisione, altrochè. Avendo visto e rivisto le puntate di “Non è mai troppo tardi” (che andrebbero rifatte oggi in chiave “Anti-Digital Divide”) e “Ieri e Oggi”, nonchè il meraviglioso speciale TG per la conquista della Luna, il mio sguardo cade fatalmente sul contorno. Sulle facce del pubblico sugli spalti, un pubblico così composto, così compreso nel ruolo, che quasi sembrava ereditare dai conduttori l’immenso senso di responsabilità di canali che avevano il 100% di share, con il dichiarato compito di forgiare la cultura di una nazione.
E poi gli studi, con quell’accenno a una modernità mai ingombrante, al design tipicamente italiano. Le immancabili “giraffe” che fanno capolino sopra i cantanti. L’ingombrante e immaginifico “Eidophor” che riproduce all’infinito i primi piani, come con gli specchi del barbiere. I primi, goffi, tentativi di usare il chromakey, specialmente per i titoli di coda, rigorosamente analogici, che scorrono in un moto irregolare, come se qualcuno stesse manovrando un rullo di carta.
E poi i volti. Tito Stagno, Gigliola Cinquetti, Alberto Lupo. Con movenze a volte irreali, lontane dal nostro pedestre quotidiano, ed eppure ovviamente irreggimentate nell’impossibile compromesso tra un copione studiato fino alle virgole e l’esigenza di una qualche illusoria naturalezza.
Che immensa e inutile impresa, quella di provare a “fare gli italiani”. Tra errori, censure, messe al bando, apparentamenti, clientele. Ma comunque una impresa affascinante, che non è riuscita a darci una grammatica, non ha certo costruito una nazione, non ha diffuso un senso civico. Ma ci ha lasciato un linguaggio, quello tutt’altro che banale del rispetto dei telespettatori, che allora - si badi bene - erano ancora cittadini, non sudditi.
A forgiare gli italiani, avrebbe pensato, anni più tardi, la televisione commerciale, coi suoi terrificanti bambini della pubblicità che hanno convinto tutti (ormai anche lo Zingarelli) che “Casa” si pronuncia con la “esse” dolce milanese, quella del suo proprietario, dei responsabili marketing, dei capi azienda, mandando definitivamente in soffitta la sibilante toscana. Povera Italia, ma grazie alla Rai. Grazie lo stesso.
Ormai da qualche anno il mondo delle major, dei blockbuster, dei grandi media mainstream verticalmente integrati si trova di fronte al dilemma di come rispondere alla sfida dei contenuti prodotti al di fuori dalle regole e dalle logiche industriali. E non parliamo, si badi bene, degli User Generated Content, ma di tutti quei fenomeni laterali che tendono ad esplorare le opportunità, anche di business, derivanti dai nuovi modelli di distribuzione.
Ebbene, dando una rapida occhiata alle mosse da parte dei media tradizionali, è facile riscontrare che la loro prima risposta è stata la decisione di ritardare questa “resa dei conti” con iniziative che tendono a creare, magari sfruttando le nuove tecnologie, le condizioni per continuare a condurre il proprio business esattamente con il modello che ha imperato per decenni. In sostanza, il mondo mainstream sembra volere avvalersi della facoltà di non rispondere.
Gli esempi sono facili: il video online può ormai sbarcare liberamente sui televisori del salotto? E allora i broadcaster impacchettano alcuni contenuti del web, possibilmente poco minacciosi, su decoder ibridi ma rigidamente controllati, e su cui figura in bella vista il loro bollino certificatore.
Internet permette di trasmettere facilmente qualsiasi canale televisivo? I broadcaster abbracciano in massa l’alta definizione, a cui sul web possono accedere solo gli utenti di fascia alta (ma ancora per poco).
Netflix e iTunes permettono di noleggiare film senza muoversi dal divano, a prezzi competitivi? L’industria cinematografica firma una santa alleanza con la distribuzione nelle sale per il 3D, facendo finta di non sapere che anche questa tecnologia sarà presto facilmente replicabile anche a casa, con i film scaricati (legalmente o illegalmente) da Internet.
Insomma, la sensazione è che l’unica strategia che gli ex “padroni del vapore” multimediale sembrano capire è la ripetizione, a “disco rotto”, del celebre refrain “tout va bien, madame la marquise”.
Il punto è che l’evoluzione della tecnologia coglie solo uno degli aspetti del cambiamento. Prendiamo il pluricelebrato Avatar. Bene, potremmo definirlo il miglior film che sia possibile realizzare nel 2010, data l’evoluzione delle tecnologie di produzione, e considerato il vincolo di non fare annoiare per quasi 3 ore delle persone che hanno pagato 9 euro per trovarsi a una data ora in una certa sala. Il che comporta UN CERTO tipo di storia, UN CERTO numero di distruzioni ed esplosioni, UN CERTO tipo di messaggi rassicuranti trasversali, nonchè l’assecondamento di ALCUNE mode senza ovviamente infastidire ALCUNI stakeholders che hanno investito nel progetto.
Il web (e a questo proposito invito ancora a dare un occhiata nel tesoro di Vimeo, a titolo esemplificativo) permette agli autori multimediali una vera indipendenza, che non è solo dal vincolo finanziario, ma anche e soprattutto in termini di libertà d’espressione e diversità dei linguaggi. E il principio si applica facilmente anche alla musica e alle notizie, che sono altrettante pietre angolari del nostro sistema di omologazione del consenso e dei costumi. E’ questo, soprattutto questo che sta cambiando: la tecnologia viene solo dopo.
L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici? Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?
Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.
Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).
Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.
Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.
Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi non - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.
In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.
Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi; a un negozio di libri; a chi fa televisione; a un musicista; a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo. Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.
Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata) il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.
Non ero mai stato, nonostante il mio badge rosso già abbastanza consumato, alle Venice Sessions. Questa volta non ho resistito, dato che il tema “Il futuro dei Media nell’era digitale” abbraccia quasi tutte le cose di cui mi interesso da un decennio a questa parte.
E devo dire che non sono stato deluso: perfetta l’organizzazione, splendida la location, bello il “clima” tra i partecipanti (come al solito mi hanno dovuto presentare i colleghi, mentre conoscevo già quasi tutti gli altri) , e anche un interessante mix - tra prestigiosi giganti e misconosciuti newcomers - nella composizione del panel dei relatori. Il newcomer per eccellenza è stato il 16enne Nicola Greco, che ho suggerito agli organizzatori semplicemente perchè racchiude in sè l’essenza del nativo digitale oltre a una debordante dose di talento. E alla fine, come prevedibile, la star è stata proprio lui, nonostante la presenza di visionari incommensurabili come David Weinberger e di personaggi pressochè onnipotenti come Martin Sorrell, big boss di WPP.
Il resto della giornata è trascorso, come ben racconta nella sua cronaca Luca Chittaro, tra le suggestioni del filosofo Maurizio Ferraris (”YouTube è una grande cimitero video di persone morte”) e le criticatissime frenate di Giuseppe Vita, Presidente del Gruppo Editoriale Springer, sul giornalismo partecipativo (”Il problema delle notizie su internet è la loro affidabilità”). Su YouTube verrebbe da dire “meno male che qualcuno ci ha pensato”, visto che molti ampex delle teche Rai, nonostante gli sforzi di Renzo Arbore e di Barbara Scaramucci continuano a marcire nei sottoscala di Saxa Rubra. Sulla credibilità del giornalismo vecchio e nuovo inutile commentare, dato che ci siamo già ampiamente spesi ben prima della pronta replica (e del bel post dell’altroieri) di Luca Sofri.
Mi è piaciuta molto (i disclaimer del caso sono nella pagina “l’autore“) anche l’introduzione dei lavori ad opera del “Capo del mio Capo del mio Capo“. In particolare, mi sono ritrovato al 100% nella sua descrizione della strategia Media del Gruppo Telecom Italia, e del suo inserimento nel contesto dei modelli comportamentali emergenti. In una azienda di queste dimensioni trovare una rispondenza del lavoro quotidiano nelle parole del vertice ha risvolti motivazionali non trascurabili.
E infine ho trovato di grande interesse l’intervento di Donatella della Ratta, che ha dato un respiro esotico alla discussione raccontandoci cosa sta succedendo nell’universo mediatico mediorientale, con logiche che a noi occidentali possono sfuggire per una corretta interpretazione dei fatti e delle pratiche di quella parte del mondo, così cruciale negli equilibri globali dei nostri giorni.
Insomma una giornata preziosa, in una Venezia soggettivamente inedita (cioè soleggiata) per chi scrive, con tanti spunti e tanti incontri con persone un po’ speciali. Ora proviamo a lasciar sedimentare le cose ascoltate, e a vedere cosa ne viene fuori.
Guardate questo espisodio di RocketBoom: è la storia di come un “bug” di un videogame giapponese è diventato prima una forma d’arte (una danza, per la precisione) poi un fenomeno virale di proporzioni globali.
C’era una volta un’epoca (felice?) in cui l’arte e la tecnologia si guardavano più o meno in cagnesco, anche per un evidente ruolo di sudditanza della seconda rispetto alla prima. Le “tecniche” potevano al massimo essere al servizio dell’arte, e non viceversa.
E adesso? Di fatto, l’avvento della Media Art prima, e della New Media Art poi, non ha cambiato granchè le cose. C’è però uno sviluppo imprevisto, di tutt’altra natura. Questo sviluppo si colloca in uno strano interstizio, tra arte e tecnologia, in un’area che potremmo chiamare “Fault”.
Dove per “Fault” non si intende il malfunzionamento dell’oggetto tecnologico, e nemmeno un suo uso improprio (”hack”) - ma ragionato - dello stesso. Si intende, semmai, una risposta inattesa di una macchina a seguito di una interazione casuale con l’uomo. Inattesa ma tecnicamente prevedibile, e anche (a posteriori) riproducibile e programmabile. Quindi - ovviamente - non estrosa o fantasiosa (una macchina è sprovvista di “estro”) ma comunque arricchita dall’illusione di una sua qualche imprevedibilità.
Nel caso di Get Down (Geddam) la Fault Art nasce da un “pezzo di RAM” che rimane nella console, facendo ballare i personaggi del videogame in un modo che poi gli umani hanno reso riproducibile solo grazie al video editing, e in particolare con le tecniche di stop-motion. Ma non è il solo esempio: per anni sono stato intrigato dalle straordinarie creazioni (apparentemente casuali) delle code di stampa spezzate e interrotte: una cascata di fogli con caratteri enormi e bizzarri, figure inquiete che quasi violentano il toner, con un linguaggio segnico degno del miglior Capogrossi.
E che dire dell’incapacità degli algoritmi di decompressione, in particolari condizioni (per esempio un temporale, quando guardiamo la Tv satellitare) e del loro inquietante e al tempo stesso affascinante tentativo di correggere gli errori per riprodurre la realtà, o meglio una sua accettabile e soggettiva approssimazione?
C’è che ne ha tirato fuori uno splendido libro. Che - a mio parere - è solo l’inizio di un discorso molto lungo, ma molto meno noioso di questo post.
Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.
Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.
Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.
Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato - prosegue il suo ragionamento - che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.
Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.
Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali - per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo - dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè - come poi abbiamo ben visto - “dal sicuro valore scadente”.
In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?
Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.
Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…
Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.
Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che - tra le altre cose - ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.
Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere il passo è stato breve.
Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?
Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.
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Errata corrige del 31.10.2009: come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu - che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.
Si tratta di un libricino dall’aspetto innocuo, ma che in realtà solleva alcune questioni di grande importanza, a partire dalla necessità di risidegnare il complesso delle regole che sono alla base dei sistemi relazionali di oggi alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Al centro del dibattito tornano ancora una volta i temi dell’identità (moltiplicabile), della sensorialità (espandibile), della condivisione dell’informazione (infinita), tutti elementi destinati a creare un pesante gap culturale tra gruppi e generazioni.
Un divario non tanto tra chi userà questi strumenti e chi non li userà, ma tra chi lo farà consapevolmente, alla luce di una “educazione mediale” in grado di estrarre valore dalle nuove tecnologie, e chi ne subirà l’impatto attrezzato solo degli schemi di riferimento attuali. Per i “migranti” tra le due culture, c’è il rischio, dice Granieri, di intaccare il governo stesso della nostra vita emozionale, dei nostri affetti, dei nostri interessi, ma anche la tutela dei nostri diritti e la difesa dei nostri valori. Saremmo quindi di fronte all’ennesimo bivio, rispetto al quale lo strumento è ancora una volta neutro, e la responsabilità è nostra: vivere in modo “accresciuto” o rimanere vittime del ciclo delle ansie, finendo per delegare la gestione del cambiamento - comunque inevitabile - ai nostri figli.
Il principale merito di questo libro è di aver colto l’essenza di uno dei problemi principali dell transizione tecnologica e culturale che stiamo attraversando: il problema della consapevolezza. Granieri però ci arriva dopo un lungo carotaggio sui “metaversi” o “mondi virtuali” che appartengono da tempo al principale ambito della sua indagine, e che nel frattempo hanno disatteso molte delle loro prospettive iniziali, almeno in chi vi aveva compiuto un investimento emotivo e razionale. La rete, che piaccia o no, nel frattempo somiglia sempre di meno a un metaverso, mostrando invece una progressiva capacità di incidere sul mondo reale attraverso interfacce sempre più evolute e al contempo rispettose dell’insostituibilità della vita offline. Una rete meno fine a sè stessa, più pervasiva nel quotidiano, in grado di costruire persino nuovi modelli economici, ma individualmente meno immersiva, rispetto a quanto Second Life sembrava promettere, davanti al monitor.
Ciò non toglie peraltro attualità e pertinenza ai punti sollevati in questo lavoro comunque molto valido. Se un uso “strategico” di un mezzo “stupido” come la televisione è stato in grado di svuotare di contenuti la nostra democrazia, non credo sia saggio sottovalutare il tema dell’impiego inconsapevole di un mezzo incredibilmente più complesso e intelligente come Internet. E sul fatto che gli anni che stiamo vivendo siano decisivi in merito, sotto il profilo della presa di coscienza e dell’evoluzione culturale, non mi sembra che vi siano dubbi di sorta.
Venerdì scorso ho proposto ai ragazzi del Master MUMM di Economia e Commercio la versione aggiornata della mia presentazione “Aziende e 2.0, cambiare il modo di pensare”, che per l’occasione ho pensato di condividere su Slideshare con l’audio sincronizzato.Si parla ancora una volta del mutamento culturale che le Aziende devono affontare se vogliono continuare a comunicare efficacemente con i loro interlocutori istituzionali, nelle logiche conversazionali imposte dai social media. In questo aggiornamento ho provato ad arricchire la sezione delle case study, ad approfondire i trend (tutt’altro che innovativi) dell’online advertising, a delineare le prospettive dei marketing services nella chiave dell’”opt-in”.
Qui potete trovare anche la seconda parte, che approfondisce il tema dell’impiego di blog, podcast e web tv in ambito corporate.
Entrambe le presentazioni sono scaricabili in formato powerpoint direttamente su Slideshare. Inoltre, l’audio può essere anche ascoltato sui lettori portatili, scaricando i seguenti due file MP3.
Gli User Generated Content sono monetizzabili? E se si, in che misura? Quale può essere un trade-off vantaggioso tra costi e benefici nel loro impiego da parte dell’industria dei media? E’ questo un tema che ricorre spesso con i miei interlocutori tipici: sul lavoro, alla ricerca di un modello di business che “giri” intorno a questo tipo di contenuti, ma anche nella cloud del popolo dei Barcamp, dove forse è più facile cogliere prima e con più chiarezza alcuni segnali deboli che provengono dal cuore della cultura digitale.
Negli ultimi mesi sembra rafforzarsi l’opinione che individua il maggior valore degli UGC in quella “area grigia” in cui gli stessi entrano a contatto con i blockbusters (la “testa” della coda) e quindi lontano dalla massa dei video meramente amatoriali che affollano “la coda della coda”. Per etichettare questa tipologia di contenuti, di volta in volta, sono stati usati vari neologismi, il più fortunato dei quali è prosumer content. Ma anche “prosumer”, che fa riferimento al tipo di mezzi semiprofessionali con cui i contenuti sono realizzati, senza cogliere le altre dinamiche in corso lungo la catena del valore, sembra un termine inadeguato per definire il fenomeno nel suo complesso.
Se vogliamo davvero compiere un tentativo in questo senso, occorre innanzitutto provare ad elencare le caratteristiche distintive di questi contenuti:
sono contenuti che per il valore del documento o del messaggio grezzo (es: le riprese coi telefonini della repressione in Iran) o per la creatività che esprimono (es: le selezioni “staff picks” di Vimeo) possono inserirsi a pieno titolo nel flusso mainstream;
sono contenuti realizzati da case di produzione che nascono per la distribuzione via web (Revision3, OnNetworks, ecc.), e - a fronte di bassissimi costi di produzione - possono sottrarre tutte le nicchie ai mainstream integrati verticalmente i quali, dati gli costi della capacità trasmissiva tradizionale (via etere e satellite) possono al massimo rivolgersi a macro-nicchie con il loro tipo di offerta;
sono i contenuti generati da “eventi”: per ora ristretti al tipico pubblico “tech & high brow” (es: TED, ma anche in prospettiva le stesse Venice Sessions) essi potrebbero estendersi a target sempre più ampi, trasversali rispetto alle categorie verticali
sono “advertorial”, o “video promozionali”, in ogni caso contenuti corporate che però - per vari motivi - hanno un valore anche a prescindere dal loro significato commerciale (i video dei keynote della Apple ne sono l’esempio più eclatante, ma anche molti corporate podcast - FastLane di General Motors o RadioFeltrinelli in Italia, che può essere assimilata a una trasmissione radiofonica culturale)
sono tutti i materiali multimediali che documentano l’attività accademica o formativa in generale (molti formatori ormai usano YouTube, SlideShare e altre piattaforme di condivisione per la propria promozione, mentre è sempre più frequente il caso di docenti universitari che pubblicano le registrazioni dei loro corsi come servizio per i loro studenti);
sono i materiali descrittivi, come le audioguide, prodotti autonomamente dalle istituzioni museali e culturali come servizio a valore aggiunto per il pubblico.
Questo elenco, che potrebbe andare parecchio avanti, ci racconta due cose: da un lato che è quantomeno ingeneroso, come ancora fanno molti analisti del settore dei media, definire gli UGC come una “montagna di spazzatura” popolata prevalentemente di filmini familiari, riprese di matrimoni e imprese di ragazzini scapestrati sullo skateboard; dall’altro che una frazione sempre più ampia di soggetti - commerciali e non - ha compreso di dover incorporare, per cogliere le nuove opportunità offerte dalla rete, alcune funzioni proprie degli editori, finendo per affollare la parte sinistra della “coda lunga” di contenuti che - rivestendo un qualche interesse per il pubblico, anche se di nicchia - potrebbero rivelare un valore non trascurabile nella catena della distribuzione. Specialmente se consideriamo le nicchie nel loro complesso e la possibilità di raggiungerle senza i tipici costi di distribuzione e promozione che per anni hanno afflitto la “testa” dei blockbuster, finendo per dettare legge e determinare la “cultura dei grandi successi”.
Questa consapevolezza comincia a maturare, specialmente nel mondo anglosassone, almeno presso i nuovi distributori, in particolare Apple e Google che si trovano nella invidiabile posizione di poter osservare la globalità del fenomeno e di misurarne la profittabilità. Chi ancora tarda a comprenderne le potenzialità, paradossalmente, sono proprio i singoli produttori: potremmo dire che la parte “valorizzabile” gli UGC, che forse faremmo meglio a cominciare a chiamare semplicemente “gli indipendenti”, sta raggiungendo una “maturità inconsapevole” proprio perchè dal basso i produttori non riescono a cogliere il loro valore nel loro complesso. L’altro aspetto su cui, stante lo sforzo di realizzare un contenuto di valore, non c’è sufficiente consapevolezza collettiva è il tema dei bassi costi, e in particolare:
i bassi costi di realizzazione (grazie all’evoluzione delle tecnologie di produzione, che permettono la disintermediazione degli studi di produzione)
i costi pressochè nulli di distribuzione, permessi dalla rete ormai su tutti i device fissi e mobili (disintermediazione dei proprietari di capacità trasmissiva)
la possibilità di un sostanziale market-to-one a costo zero, grazie all’evoluzione dei meccanismi di aggregazione tag-based, se non addirittura - in prospettiva - in chiave semantica (disintermediazione dei servizi di marketing tradizionali)
Per poter chiudere il cerchio e affrontare il tema dei nuovi modelli di business generati dagli “indipendenti” occorre dunque non solo far maturare il contenuto in quanto tale, ma - soprattutto - la consapevolezza del suo nuovo ruolo nella catena del valore, alla luce del loro “senso” collettivo e delle menzionate opportunità di disintermediare i soggetti che per lungo tempo ne hanno determinato gli alti costi marginali, fino a rendere insostenibili modelli diversi rispetto a quelli basati sul traino dei “blockbusters”. E’ in questo che non sono d’accordo, per intenderci, con Seth Godin quando analizza la coda lunga sempre e solo in base al criterio della willingness to pay degli utenti finali, come se i nuovi business models ruotassero intorno a questa singola fonte di ricavi.
Di questo e di altri aspetti parlerò nel corso del mio keynote previsto nel corso di TechnologyBiz, l’evento previsto per il 28 e 29 Ottobre alla Città della Scienza a Napoli, e intitolato - con poca fantasia - “La maturità degli User Generated Content”. Spero di incontrarvi in quella occasione per discuterne insieme.
Nonostante l’orario tardo, martedì scorso decido di recarmi alla Federazione Nazionale della Stampa per l’ennesimo dibattito sui media partecipativi. Arrivo al fatidico 349 di Corso Vittorio, e vengo quasi travolto dalla gente che scende le scale. “E’ tutto finito” - mi fanno - “ma ci vediamo al Wine Bar qua davanti per stabilire i prossimi passi”.
Non ci capisco granchè, ma mi faccio prendere dalla serendipity, e nel giro di 5 minuti mi ritrovo insieme a Diego Galli (FaiNotizia), Francesco Piccinini (AgoraVox) e altri attivisti del citizen journalism italiano. Alla mia sinistra, dall’introduzione di Bernardo Parrella (GlobalVoices) capisco che lo scopo del debriefing sarebbe quello, in un’ora (!), di porre le basi di una piattaforma comune che aggreghi i contenuti dei principali siti di giornalismo participativo in Italia.
L’impresa è improba, anche perchè Francesco mette subito in chiaro che si deve trattare di un aggregatore finanziariamente sostenibile, e si finisce per parlare di redazioni, headcount, e soprattutto - ancora una volta - di “unique visitors”. Su quest’ultimo argomento Parrella entra a gamba tesa, dicendo senza mezze misure che Agoravox è numericamente irrilevante, e gettando nello sconforto non solo Piccinini, ma anche tutti gli altri “reporter diffusi seduti intorno al tavolo, le cui rispettive iniziative sono evidentemente ancora meno allettanti per una ipotetica raccolta pubblicitaria. La riunione si chiude mezz’ora dopo con un sostanziale nulla di fatto.
Ecco, al di là del becero “celopiulunghismo” esercitato a colpi di visitatori unici, criterio monodimensionale che evidentemente è considerato sufficiente a spiegare e governare qualsiasi fenomeno del web, sono proprio le premesse della discussione a non vedermi d’accordo.
Se l’obiettivo, come mi è parso di capire, è rompere il cortocircuito della stampa mainstream controllata dai soliti noti, non si vede perchè:
sia necessario creare una piattaforma unica
sia necessario che tale piattaforma assuma la forma di un aggregatore/selezionatore
che l’aggregazione/selezione venga compiuta grazie a filtri semantici particolarmente “smart” …
…oppure alla vecchia maniera, e cioè da una redazione umana
sia necessario risolvere all’interno della piattaforma aggregatrice il nodo del modello di business
il successo “politico” della piattaforma sia sancito dalla capacità di rimediare spontaneamente sulla stampa mainstream
il successo “economico” della piattaforma sia sancito dalla sostenibilità mediante la raccolta pubblicitaria
Ecco, io non credo di dire una bestialità se affermo che questa passione per l’aggregatore/selezionatore è figlia dell’equivoco secondo cui le persone che dirigevano la discussione hanno sempre e comunque in mente la versione immateriale di un “quotidiano”o comunque di una “testata” con un modello ad-based. Una “testata”, dietro al quale - beninteso - un certo numero di persone illuminate stabiliscono a priori cosa sia meglio che il popolo bue, lobotomizzato dalla TV, venga a sapere. E l’equivoco appare più chiaro quando si levano voci per la “stampa in pdf” come vera e propria killer application del prodotto. Credo che vi siano un bel pò di alternative a questa visione.
Fin qui il discorso su cosa, a mio parere, è “ingiustamente ritenuto necessario” fare. Ben più spinoso è tema di “cosa sia sufficiente fare”. Ne sto discutendo, in questi giorni, con varie persone più costruttive e meno inclini a sterili personalismi. Quando ne sarà venuto fuori qualcosa di significativo, proverò a scriverlo da queste parti.
Di ritorno da una settimana di vacanza, trovo nella casella della “snail mail” il secondo numero di Wired. Il primo si è perso nei meandri della non efficientissima spedizione per abbonamento postale, ma ero riuscito in qualche modo a leggerlo di straforo quasi per intero.
Penso che i temi siano maturi per qualche prima impressione su questa rivista, che aveva sollevato aspettative notevoli, spesso in contrasto tra loro.
Ed è proprio questo il punto: la versione italiana di Wired non può accontentare tutti. Nè i puristi, che si aspettavano una rigorosissima localizzazione della rivista americana, nè il pubblico più ampio, che magari avrebbe voluto una rivista sull’innovazione “cool”. Per non parlare del “popolo dei blog” che sotto sotto sperava di trovare una rivista che parlasse dei blogger e degli altri personaggi più o meno in vista online e offline tra blogfest, barcamp, girl geek dinner, eccetera eccetera.
Il problema è che nessuna di queste scelte era sostenibile, da sola, per il modello di business di una rivista cartacea tipicamente ad/subscription based. Il clima libero e frizzante della discussione di alto profilo in rete semplicemente non è riproducibile senza scontentare gli inserzionisti, da sempre spaventati dell’impatto del “colto” sulla massa dei neofiti. La rivista semplicemente “newcool” avrebbe trovato sulla sua strada troppi e già agguerriti concorrenti. Insomma, un inno al “vorrei ma non posso”.
Alla fine, schiacciata dalle troppe aspettative (”tirate per la giacchetta”, si sarebbe detto un tempo) la creatura di Riccardo Luna tenta una via di fuga, di fatto l’unica davvero praticabile, giocandosi tutto sul filo conduttore delle idee per il futuro. E, paradossalmente, lo fa disintermediando il Web, che infatti risulta tutt’altro che al centro della discussione: sintomatica, a tal proposito, la scelta di Rita Levi Montalcini sulla copertina del primo fascicolo.
L’operazione poteva anche riuscire, a patto di conquistarsi fin da subito una certa credibilità. Perchè è solo la credibilità l’unica merce davvero preziosa per chi (e sono sempre di più a farlo) comincia ad indossare le regole della nuova comunicazione in modo istintivo, per il solo fatto di usare il web come casa comune e luogo principe del dibattito sul nostro futuro.
E qui arrivano le note dolenti. I primi due numeri di Wired su troppi temi sembrano partire da tesi precostituite, da realtà assiomatiche, costruendo i servizi e gli approfondimenti solo sui dati a supporto di queste tesi, finendo per ignorare non solo gli altri dati, ma anche le altre possibili newsangles.
Si veda il criticatissimo servizio sulle torri rotanti di David Fisher: il tema della nuova architettura dinamica è affascinante, ma non si possono ignorare i molti dubbi legati ai relativi progetti solo perchè si è “distratti” (nella migliore delle ipotesi) dalla notevole potenza di fuoco di una efficacissima macchina di P.R. Allo stesso modo, non è accettabile che si parli del fantasmagorico progetto per rendere il centro trasmissioni di Radio Vaticana un impianto a “impatto quasi zero” mettendo elegantemente una pietra sopra le emissioni di onde elettromagnetiche che da anni sono oggetto di una spinosa controversia.
Per passare a considerazioni che prescindono dal “taglio”, credo sia giusto lodare il tentativo di Wired di addentrarsi volentieri nel campo minato delle “culture digitali”, ma sarebbe anche opportuno provare a conservare un minimo di rigore nel destreggiarsi tra i complessi scenari socio-antropologici indotti dall’esplosione dei social media nel loro complesso. Non ha molto senso mettere nello stesso calderone un fenomeno di costume come il retrogaming, le sperimentazioni del public design e i nuovi modelli di economia collaborativa, a condizione di non volersi distinguere granchè da “D di Repubblica“. Che però è gratis e ha già una identità ben precisa.
Al tempo stesso non ho problemi ad andare controcorrente nell’affermare che vi sia - eccome - lo spazio per una rivista cartacea di questo tipo nel mercato italiano. Si tratta solo di assestare il tiro, e non necessariamente in una delle mille direzioni indicate da chi, alla prima ora, ha preteso di sancirne il concept e la linea editoriale.
Il mio controverso post sul Digitale Terrestre, come era largamente prevedibile, ha suscitato parecchi commenti, non solo su questo blog ma anche su FriendFeed e Facebook. E altre opinioni (devo dire, sempre abbastanza polarizzate), continuano ad arrivare privatamente, sia di persona che in email. Evidentemente ho toccato un tasto sensibile.
Un tasto che, si badi bene, non ha necessariamente a che vedere con il business, ma con le abitudini di tutti noi. Se sostengo che la TV di flusso è destinata ad un drastico ridimensionamento non è tanto a causa di una evoluzione tecnologica, ma semmai per via di una rivoluzione comportamentale degli utenti, che si inserisce in un fenomeno ben più ampio, quello per cui il rapporto tra cliente/utente e beni/servizi sta cambiando a vista d’occhio. Dopo anni in cui i margini industriali sono stati costruiti sulla capacità di orientare le scelte dei clienti, già oggi e sempre più domani i margini sono nella capacità di intercettare le scelte già compiute, per altre vie (scelte disintermediate) dai clienti stessi, fino a realizzare - a regime - il nuovo modello di VRM (Vendor Relationship Management) in cui le stesse regole della relazione sono scritte da questi ultimi.
E allora, per tornare alla domanda che mi viene posta insistentemente, che fine farà la TV di flusso? La risposta più sincera sarebbe “non lo so”, ma potrei cavarmela meglio facendo come Corrado Guzzanti, che nella veste di Santone della religione di Quèlo rispondeva: “La domanda è mal posta, volevi forse chiedermi che ore sono?”.
E a questo punto forse potrei rispondere che è ora di non considerare la TV di flusso come una costante, e non solo dal punto di vista infrastrutturale. E’ vero che le news e lo sport in diretta potranno continuare a sostenere il vecchio modello distributivo molto a lungo, ma è anche vero che - spostandoci dai modelli di business a quelli socio-antropologici - molto prima dell’evoluzione televisiva è stato avviato un nuovo processo, che è quello del recupero dell’emozione di vivere l’evento in prima persona, sul posto. All’insegna, per intenderci, dell’insostituibilità del “Qui e ora”.
Avete dato un’occhiata all’impressionante aumento delle presenze “fisiche” alle manifestazioni culturalidurante le feste natalizie nelle grandi aree urbane? Al successo di tanti micro e macro eventi, che impediscono strutturalmente anche alle più miopi tra le nostre amministrazioni locali di ridimensionare iniziative come l’Estate Romana? A quanto - sempre più spesso - rinunciamo volentieri a una serata o a un pomeriggio davanti al video per andare a fare cose impensabili fino a qualche anno fa, per il solo fatto di condividerle nel mondo degli atomi?
Il problema non è più tanto “la TV di flusso”, ma il fatto che per vincolarci logisticamente e temporalmente alla fruizione di un evento, vederlo davanti a uno schermo è sempre più un compromesso insostenibile. Una volta che, nella nostra giornata, abbiamo allocato una finestra spazio temporale per fruire, o meglio vivere e condividere qualcosa, tanto vale andarci di persona, meglio ancora se in compagnia di qualcuno. In sostanza, la TV che per anni (fino all’aberrazione finale del Grande Fratello) ha preteso di surrogare la nostre vita reale oggi deve - finalmente - cominciare ad abbassare la guardia. E recuperare un ruolo meritorio: quello (attraverso l’on demand) di darci esattamente quello che vogliamo, dove vogliamo, sul device che vogliamo. Ecco dove la TV non tra 5 anni, forse non tra 10, ma prima o poi dovrà necessariamente approdare. E questo, ovviamente, con il digitale terrestre non ha proprio nulla a che vedere.
Un piovoso sabato mattina qualunque nel depresso quadrante nord-ovest della Capitale può sempre riservare qualche bella sorpresa. Come per esempio, scoprire che il KublaiCamp è stato un piccolo capolavoro organizzativo. Con una location perfettamente centrata, una buona gestione dei tempi e degli spazi, e un’ottima fruibilità, grazie allo streaming video, anche per chi non è riuscito a intervenire di persona.
L’unica perplessità riguarda proprio la scelta del vincitore. Se davvero l’intenzione era quella di premiare il progetto più “costruttivo” per la promozione del territorio, non si vede come CriticalCity (che ho testato oggi pomeriggio) possa essere considerato qualcosa di più di una specie di caccia al tesoro multimediale. Ed è un vero peccato, perchè l’idea, e anche la sua realizzazione, arriva a dieci metri da un traguardo molto significativo: quello di incidere davvero sul territorio con azioni utili, e non meramente narrative o decorative. Mentre i “fotoracconti” e le “missioni” di Critical City sono infatti già ampiamente disponibili su social network preesistenti e ben più “abitati”, come Facebook, Flickr e YouTube, non sarebbe stato male, invece,finalizzare questo strumento alla realizzazione di azioni di volontariato, come il riciclaggio di materiali, la pulizia di una strada, le attività per gli anziani soli, insomma tutte quelle belle cose, magari più banali, ma di cui una grande città ha drammaticamente bisogno.
Se andiamo a scoprire i “pallini” che localizzano gli utenti, appare inoltre evidente che l’iniziativa ha un carattere decisamente “milanocentrico”, ciò che stride un po’ con le finalità dichiarate del concorso. Un progetto che - peraltro - sembra fatto apposta per vincere, per come è stato sapientemente presentato e comunicato nella community di Kublai.
Personalmente, avrei premiato - piuttosto - il progetto delle audioguide distribuite della Val di Noto, che senza lanciare il fumo negli occhi del mashup geotaggato proponeva un’idea semplice, efficace e “funzionalmente creativa”. Oppure il geniale ning OnYourWay di Andrea Costa, dedicato all’ottimizzazione dei trasporti. Ma è solo un’opinione.
Tra i talk più interessanti, ancora una volta devo spendermi a favore di Antonio Tombolini, che ci ha illustrato con la consueta maestria le potenzialità dell’E-paper nei processi deliberativi.
Meno convincente la conclusione di un affascinante tuttologo (di cui non ricordo il nome) che ha impartito l’estrema unzione alla formula del BarCamp (senza peraltro indicare una alternativa), rammaricandosi del fatto che le idee italiane risiedano su server americani (imperdonabile!) e proponendo come antidoto la creazione di social network territoriali. Tutti da ripopolare, naturalmente: auguri.
Scherzi a parte, semmai questo evento ha dimostrato, come già avvenne con il DemCamp, che la modalità della non-conferenza si presta molto bene alla realizzazione di fini istituzionali. Il BarCamp è sempre più un mezzo e sempre meno un fine, e di questo possiamo cominciare a rallegrarci senza sentirci in colpa.
I Media Center Software, vale a dire i programmi per portare i contenuti della rete sullo schermo del salotto, per un motivo o per l’altro finora non mi avevano mai convinto, pur essendo facile intuirne le potenzialità. Scartando a priori tutti i software a pagamento, per di più offerti in bundle con qualche “giardino murato” di contenuti in abbonamento, avevo testato vari programmi di questo tipo rilasciati con licenza freeware (e in alcuni casi anche Open Source), ma con scarsa soddisfazione.
La parte più delicata di questi progetti è infatti la capacità di includere plugin in grado di lavorare con le API dei principali servizi disponibili sul web (come You Tube, Joost, Hulu eccetera), in modo da permettere al pubblico di utilizzarli agevolmente, con una interfaccia coerente e user-friendly, dal divano di casa, con un semplice telecomando. E nessuno dei programmi finora disponibili era in grado di rispettare questo requisito.
Ora però, è uscito Boxee, un freeware (e anche Open Source) che promette davvero molto bene. Disponibile su MacOS, Linux e presto per Windows, è un Media Center che porta a casa la quasi totalità dei contenuti multimediali, anche in alta definizione, scaricabili dalla rete, compresi i torrent pubblici, servizi come Last.fm e Flickr, e naturalmente qualsiasi feed RSS a cui ci venga in mente di iscriverci.
Il tutto attraverso una interfaccia semplice e gradevole, facilmente accessibile con un qualsiasi telecomando a infrarossi, un accessorio in questo caso indispensabile, e rintracciabile a meno di 10 euro in qualsiasi online store di accessori per il PC.
E’ il segnale della svolta, e cioè di una Web Net TV finalmente aperta al grande pubblico, e quindi in grado di costituire una alternativa praticabile, gratuita, virtualmente infinita e on-demand alla TV digitale di flusso (via etere e/o via satellite)?
Difficile dirlo. Ma nei paesi che da sempre ci insegnano, con largo anticipo, dove i comportamenti del pubblico andranno a parare, alla luce di una altrettanto prevedibile evoluzione tecnologica, la “destinazione” di questo trend è inequivocabile: un pubblico sempre più ampio di persone ormai si aspetta di fruire i propri contenuti, cioè esattamente quelli scelti dall’utente e, nel momento, nel luogo e sul devicestabilito dall’utente. Possibilmente con tutte le applicazioni “Social” del caso.
Un Media Center come Boxee è un primo passo verso un pubblico “maturo” e “attivo anche dal divano” di questo tipo. Lo stesso pubblico che presto pretenderà di avere gli stessi contenuti sempre con sè, personalizzati all’inverosimile, magari sul telefono cellulare o comunque sul device che avrà sempre in tasca. E lasciando alla TV e alla radio di flusso la non trascurabile (ma comunque minoritaria) “nicchia” dei contenuti live, soprattutto notizie e sport.
Chi sarà in grado (e i primi che mi vengono in mente sono i grandi carrier di Telco, che oltre a gestire il canale di ritorno sono letteralmente seduti su una miniera di informazioni generate - consapevolmente o meno - dagli utenti attraverso le proprie scelte) di offrire una piattaforma di questo tipo, dove l’utente possa ritrovare sempre e ovunque tutti i propri contenuti a casa e nell’oggetto “tascabile” di cui sopra, avrà ottime possibilità di sfruttare tutte le sinergie tra social media, online advertising, e-commerce ecc. ecc. Con il privilegio di poter osservare da una posizione confortevole la naturale estinzione di vecchi arnesi come i Centri Media, l’Auditel, le telepromozioni e tutto il simpatico indotto che ha lobotomizzato il pubblico a partire dagli anni ‘80.
Boxee - tra le altre cose - promette presto di essere integrato in un “piece of hardware” che renda non necessaria l’installazione sul PC, ciò che ancora costituisce un ostacolo per la grande maggioranza dei potenziali utenti. Non sarei sorpreso di assistere, nel giro di qualche mese, a una versione Mobile, simile al glorioso Canola per il Nokia N800. E allora il cerchio potrebbe chiudersi anche prima del previsto, finendo per convincere anche molte persone tra quelle sedute nella stanza dei bottoni.
Il Partito Radicale, come noto, non ha mai avuto granchè da imparare in materia di uso dei media. Con veri e propri colpi di genio come “l’imbavagliata” di Pannella e Bonino durante le tribune elettorali, o come la campagna “Emma for President”, i militanti della rosa del pugno si sono guadagnati mille citazioni anche nel mondo della comunicazione aziendale, in particolare per quanto riguarda la capacità di esercitare le leve emotive degli italiani a supporto delle loro iniziative.
Il rischio che hanno sempre corso, semmai, è quello degli “early adopter”, cioè di coloro che adottano strumenti acerbi, che ancora non hanno espresso tutte le loro potenzialità. E’ accaduto per Agorà Telematica, uno dei primi ISP italiani, per l’archivio multimediale di Radio Radicale, che anticipa da anni le logiche della coda lunga, e anche per Fai Notizia, una delle più importanti piattaforme di citizen journalism viste finora da queste parti.
E così quando Diego Galli, responsabile dei siti internet dei Radicali, ha ritenuto di invitarmi a tenere una relazione per un seminario interno del partito, sul tema delle prospettive politiche del giornalismo partecipativo, non ho potuto far altro che provare a spingermi ancora più avanti, delineando tre possibili trend evolutivi di questo fenomeno e alcune proposte di campagne politiche sulla libertà di informare e di essere informati.
I temi erano in qualche modo già stati accennati nella prima puntata di Mutazioni Digitali, il talk show che conduco insieme a Marco Traferri, ma si erano un pò persi nella prevedibile polemica tra gli esponenti dei nuovi media e i giornalisti tradizionali. Stavolta sono riuscito ad andare un pò più a fondo, e ho potuto concentrarmi su qualche nodo cruciale, come il tema dell’assenza delle tutele legali e della conseguente “libertà di censura” che affligge l’emergente universo dei blogger e dei reporter diffusi, e che già Daniele Di Gregorio affrontò con chiarezza e competenza nel corso dell’ultimo RomeCamp.
L’intervento dura circa mezz’ora, e può essere scaricato qui oppure visto (e ascoltato, grazie alla funzionalità Slidecast) qui sopra.
Alcuni di voi lo sapranno: da parecchi anni ho un blog intitolato Pendodeliri . Nato come strumento di interlocuzione con gli ascoltatori dell’omonimo podcast, Pendodeliri è diventato poi un blog “personale”, in cui il racconto del vissuto quotidiano si mescola con i contributi di carattere professionale, che - nel mio caso - fanno riferimento al mondo della comunicazione aziendale, ai social media e al Web 2.0.
Con l’apertura di Conversational intendo spostare in un contenitore “ad hoc” tutto il mio contributo alla discussione relativa all’ambito professionale, lasciando a Pendodeliri il compito originario di gestire i rapporti informali con le molte persone che ho incontrato, online e offline, in questi ultimi anni.
Nel nuovo blog, in particolare, vorrei parlare del rapido cambiamento di prospettiva che il mondo della comunicazione aziendale si trova ad affrontare rispetto all’apparizione di strumenti (quelli che appartengono al cosiddetto Web 2.0) che offrono agli interlocutori delle aziende l’opportunità di rispondere punto per punto, in una vera e propria conversazione in tempo reale, a quei messaggi “corporate” che per anni sono stati inviati al pubblico senza l’aspettativa di una risposta, o quantomeno di una risposta che - a costi irrisori - può oggi, a certe condizioni, avere lo stesso impatto di una campagna tradizionale e multimilionaria.
Questa nuova prospettiva, e l’ovvio, epocale cambiamento culturale che essa comporta, determina una serie di issues e di opportunità. Nel caso delle issues, per un professionista aggiornato è imperdonabile far finta di niente, senza cercare di gestirle attraverso lo studio e l’interiorizzazione delle nuove regole di ingaggio. Nel caso delle opportunità è altrettanto imperdonabile chiamarsi fuori o peggio, adottare strumenti e pratiche obsolete nella speranza che siano ancora valide.
Il mio augurio è che questo spazio possa contribuire a un dibattito ancora molto serrato tra i professionisti della mia generazione e i molti, nuovi “evangelist” che a fatica provano a smuovere le acque in modo da rendere la transizione meno dolorosa (o magari anche proficua) per tutte le parti coinvolte nel processo.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica