L’editoriale di Francesco Alberoni, che inserisce in un unico malefico polpettone “i giovani d’oggi”, il loro modo di comunicare, le discoteche, le chat, la droga, i blogger e la parte più deteriore (e fortunatamente sconfitta) del ‘68 ha suscitato varie reazioni in rete. Segnalo, tra le più autorevoli, quella di Sergio Maistrello, e in particolare questo stralcio.
“Poi se la prendono coi blogger. Ma i blogger - qualunque cosa siano - almeno parlano in rete, lasciando l’iniziativa e il filtro a ciascuno di noi. Siamo noi, immersi in una conversazione ricca e solidale, a contestualizzare e a valutare quel che fa per noi o che riteniamo sensato, paradossalmente arricchendo e non fossilizzando il nostro punto di vista. In tv, in radio, sui quotidiani - ancora molto influenti verso le grandi praterie non ancora connesse - no: il filtro è a priori, si suppone una scrematura della qualità e del pensiero che, quanto meno, dovrebbe ovviare ai deliri e alle distorsioni palesi della realtà (laddove ci si aspetterebbero opportunità divulgative e dibattiti costruttivi tra chi, conoscendo a menadito media digitali e network sociali, legge in modo differente opportunità e rischi). Invece da mesi si spara su internet dicendo, ventilando e legiferando colossali scemenze. Che peraltro non raggiungeranno nemmeno il loro scopo, perché minate alla base dalla stessa mancata comprensione dello strumento che ne ha dato origine.”
Ovviamente quoto ogni parola di Sergio. Credo che Alberoni non avrebbe mai scritto quell’editoriale se avesse letto il suo libro “La parte abitata della rete“, che continuo a consigliare ai miei interlocutori a distanza di qualche anno dalla sua uscita, a dimostrazione che un’idea - per essere buona - non deve necessariamente essere più giovane di una settimana.
L’articolo di Alberoni ha però un pregio, quello di rivelare con chiarezza il meccanismo basilare che impedisce alla sua generazione di comprendere tutte le successive. E’ una generazione che, forte dello status acquisito, ritiene di non avere più nulla da ascoltare e nulla da imparare, nemmeno dal proprio futuro, che poi è il nostro presente, e che è già il passato dei nostri figli. Una generazione a senso unico, disorientata da un mondo in cui tutti, finalmente, possono parlare ad armi pari con tutti, e che si consola nel constatare che le loro parole possano ancora essere stampate in centinaia di migliaia di copie, a differenza delle nostre, confinate nelle impalpabili pagine del web.
Il punto è che in questo mondo, che disorienta non solo gli Alberoni, ma anche i Vespa, i Barbareschi e - dispiace scriverlo - lo stesso Giorgio Bocca, la chiave per essere opinion leader non è più la capacità di occupare gli spazi di comunicazione (che fortunatamente non sono più una risorsa così scarsa) ma la credibilità dei messaggi, che si guadagna attraverso il costante scrutinio di una conversazione a due vie, quella permessa dai nuovi strumenti.
Sotto questo profilo l’iniziativa di Maistrello, cioè quella di promuovere un Reality Check per verificare in rete la credibilità dei messaggi istituzionali è non solo meritoria, ma coglie perfettamente lo zeitgeist dell’evoluzione in corso. Che riguarda la politica, le aziende, le istituzioni e in ultima istanza ciascuno di noi.