In questi ultimi giorni sono stato spesso interpellato da persone che, vuoi per l’età, vuoi per la confidenza con i conversational media, manifestano una propensione naturale alla divulgazione verso i “digitally impaired”. Il loro problema principale è la frustrazione di avere come interlocutori naturali le persone che già abitano la rete, e alle quali ovviamente non c’è molto da spiegare.Come parlare, quindi, a chi non usa la rete? Con quale linguaggio e soprattutto, con quale mezzo?
Non esistono risposte facili. La cosa migliore rimane la possibilità di parlare di persona, il che offre l’opportunità di fotografare fin da subito “lo stato dell’arte” delle conoscenze e delle motivazioni dell’interlocutore, individuando subito il percorso migliore dal suo punto di vista. E’ quello che ho fatto - devo dire con successo - con mia madre, felice neoproprietaria di un rifulgente Samsung NC-10 (e fortunatissima scroccatrice della connessione wifi colpevolmente aperta dall’ignaro vicino) che già naviga con profitto tra le notizie di Google News e i canali artistici - è una pittrice - di YouTube e Dailymotion.
Se vogliamo davvero diventare “evangelist” di massa, dobbiamo però rinunciare all’interlocuzione diretta, turarci debitamente il naso e rivolgerci a queste persone attraverso i mezzi “top-down” che (ancora) prediligono, e cioè la radio, i giornali, la televisione. I più eruditi la chiamano “rimediazione”.
La buona notizia è che per chi usa il web in modo consapevole questa operazione non è affatto fuori dalla propria portata. Anzi:gli early adopters della rete hanno fisiologicamente imparato a farsi conoscere, a essere dei buoni “uffici stampa di sè stessi”. Inoltre, dall’altra parte, i mainstream media hanno un gran bisogno di esperti che possano spiegare questi strumenti all’universo mondo dei propri lettori, telespettatori e radioascoltatori. Se a livello nazionale praticamente ogni radio, tv o giornale già dispone di un proprio esperto di riferimento (cui tipicamente viene affidata una rubrica divulgativa), a livello locale questo ancora non è accaduto in modo compiuto e strutturato.
In sostanza, chiunque possieda una certa capacità di esprimersi, accoppiata a una buona conoscenza dei social media e un minimo di intraprendenza, ha serie possibilità di trovare spazio e visibilità sui media della propria zona.
La cosa più importante è creare una piccola (ma ben strutturata) rete di relazioni tra gli operatori della stampa locale. Se si ha una conoscenza personale, si può partire da quella. Altrimenti, non è difficile costruirsi un indirizzario di 30-40 giornalisti o redattori da chiamare ovviamente - in prima battuta - non per offrire una collaborazione, ma per “vendere delle storie”.
La rete è piena di storie (c.d. “newsangles”) di cui il mondo mainstream va ghiotto. Anzi, l’errore tipico del giornalista mainstream è quella di costruire una storia da nulla infilandoci la rete di straforo per costruire un titolo “catchy”: “Svaligiano l’appartamento e rivendono i mobili su Ebay”, “La musica di YouTube incita alla violenza”, e così via.
Ciò di cui i giornali hanno fame sono storie in cui la rete “cambia realmente” la realtà offline, e di queste storie (si pensi anche solo ai progetti di Kublai, in questo caso tutte “buone notizie”) il web letteralmente trabocca.
Una volta guadagnato il ruolo di “story pusher” (può essere utile l’impiego di un caro, vecchio comunicato stampa, magari per conquistare le famose quattro righe in cronaca dimostrando intanto di non essere “fuffologi”, come direbbe la mia amica Valentina) si può passare allo step successivo: una rubrica su come la rete può aiutare l’uomo della strada, in mille necessità quotidiane.
Non si parla, per intenderci, di tecnologia. Le tecnologie annoiano, e ai giornalisti sanno tanto di marchetta. Si parla di evoluzioni comportamentali, di fenomeni sociali, e soprattutto di nuove applicazioni pratiche di tecnologie già esistenti, ma che pochi conoscono o immaginano.
Tutto questo ovviamente funziona anche sulla radio comunitaria o universitaria locale (in FM però, non sul Web dove si finirebbe per parlare nuovamente agli “iniziati), o anche sui notiziari TV via etere con raggio d’azione cittadino o regionale.
Credo sia una buona idea se le molte persone che animano coi loro progetti i barcamp, i seminari universitari e le altre occasioni pubbliche che affrontano questi temi cominciassero a “fare rete” anche lontano dalla campana di vetro all’interno della quale tutti parlano lo stesso linguaggio. Se non altro per la curiosità di vedere cosa c’è”là fuori”.