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L’insostenibile leggerezza di Jazz Channel

10 Novembre 2009 · 12 commenti

Per anni ho invocato, sia per l’etere radiofonico, sia per la televisione digitale l’apparizione di un canale interamente dedicato al Jazz. Mi sembrava uno dei più ovvi, naturali sbocchi di un fenomeno di marketing qujazzale ormai il Jazz è diventato, che avrebbe al contempo fatto felici migliaia di appassionati in tutta italia, quelli che affollano le piazze dei festival, comprano (sì, comprano) i CD quando non i vinili, e fanno notte lanciandosi in interminabili discussioni su Miles, John e Keith nei dopocena con gli amici.

E invece niente. Dopo la fugace apparizione di BET International sulla piattaforma D+ (peraltro piuttosto deludente, nonostante la portata globale dell’operazione), dopo l’improvvido auspicio di Veltroni per una frequenza in FM che avrebbe trasmesso in diretta nientemeno che dalla Casa del Jazz appena inaugurata (speranza facilmente naufragata quando la direzione della stessa fu affidata a un discografico come Luciano Linzi), di iniziative del genere non se ne è più sentito parlare.

Fino al luglio scorso, quando in assoluta sordina, sulle frequenze laziali del digitale terrestre ha fatto la sua apparizione Jazz Channel. Una entità invero abbastanza misteriosa: non esiste un sito, non c’è un palinsesto stabile, solo un certo numero di concerti recenti trasmessi dai locali e dai palcoscenici romani (compreso quello della stessa Casa), inframezzati da vecchi filmati e polverose registrazioni d’annata.

Ma in fondo non ci vuole molto di più. Il canale c’è, e viene piuttosto da chiedersi come si finanzi, visto che la raccolta pubblicitaria appare davvero limitata. Sono i proprietari dei locali a sovvenzionarlo? Gli sponsor dei festival? Le istituzioni culturali? Gli artisti stessi, per autopromuoversi? E soprattutto, quanto durerà?

Qualcuno ha già parlato di un piccolo mistero del capitalismo. Io preferisco pensare che almeno per ora si tratti di un canale “lean”, cioè leggero e a basso costo, e quindi abbastanza sostenibile da ciascuno dei portatori di interessi che abbiamo menzionato. E forse un primo, rustico esempio di come potrebbero cambiare i modelli di business della televisione in un universo mediatico governato dalle nicchie.

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Rai.tv - l’ultima creatura di quegli inguaribili sperimentatori di Rai Net

9 Febbraio 2009 · 8 commenti

rai.tvE’ destino che in questi giorni su queste pagine si parli di televisione. Il fatto è che le novità sono tante. Non abbiamo fatto a tempo ad implorare la Rai di rinnovare la propria offerta online, che - lo scorso weekend - è partito il nuovo portale (quant’è vecchia, questa parola!) di Rai.tv, che riunisce in un unico luogo della rete la diretta streaming di tutti i canali gratuiti della televisione pubblica, l’offerta on-demand (podcast compresi) e anche un abbozzo di servizio di video sharing.Si tratta, inutile dirlo, di un bel passo avanti, simile a quello compiuto da realtà pubbliche più attente alla rete, come Arte-Tv e BBC. Ed è anche la conferma che in generale, la televisione pubblica ha una più facile integrazione con il web rispetto ai canali privati (alzi la mano chi è soddisfatto dei siti di Mediaset, tanto per fare un esempio). Del resto, è del tutto ovvio che sia così. Sia perchè esiste un “contratto di servizio” che obbliga la concessionaria, prima industria culturale del paese, a trasmettere i suoi contenuti con le migliori tecnologie disponibili (e meno male!), superando via via tutti i problemi di gestione dei diritti che queste tecnologie comportano. Sia perchè la Rai (ma anche la BBC, TVE, France Télévisions, eccetera) hanno una naturale propensione alla sperimentazione, per quanto l’imitazione del modello di business della televisione commerciale ogni tanto ce lo faccia dimenticare.

In casa Rai, in particolare, possono contare sulle capacità dello staff di Rai Net e sulla visione del suo direttore, Giampaolo Rossi, che da tempo seguo nelle sue apparizioni in vari seminari e convegni. E’ proprio di questi personaggi che la tv privata manca, e cioè di chi sa che con la paura di sbagliare, accontentando sempre e comunque il diktat di chi non ha e non può avere una visione strategica (e cioè gli investitori pubblicitari), non si va da nessuna parte, specie in un settore come quello dei nuovi media.

Ma veniamo a Rai.tv, e alle sue tre “anime”.

Le dirette

La trasmissione in diretta streaming dei canali pubblici gratuiti (per ovvi motivi sono esclusi i canali offerti a pagamento all’interno della piattaforma SKY) è garantita dall’omnipresente lettore Silverlight che - a parte qualche problemino di compatibilità con Linux - funziona egregiamente. La qualità dello stream, però, non è eccelsa, e questo si paga con la visione a tutto schermo. Se non è una precisa scelta politica (non si sa mai) si potrebbero prevedere due stream, uno per le connessioni “così così” e l’altro per chi ha la fortuna di disporre di almeno mezzo mega di banda reale. Nota lieta: in streaming sono disponibili alcuni canali (come l’intrigante “Millepagine”, decidato alla letteratura) completamente nuovi, e cioè fruibili esclusivamente attraverso il web. Sulle mie perplessità circa la necessità di nuovi canali di flusso per contenuti non-live mi sono già espresso, ma evidentemente la mia è una posizione minoritaria. Interessante l’uso degli spot pre-roll che partono all’inizio di ogni collegamento. Ancora più interessante sarà vedere i numeri degli accessi, e compararli agli accessi dell’on-demand.

L’on demand

Il fatto stesso che venga concepito un servizio del genere è un bel salto culturale per un paese come l’Italia, quindi va apprezzato a prescindere. Qui le lamentele riguardano soprattutto l’ampiezza dell’offerta, ma c’è da immaginarsi che sia destinata a crescere progressivamente. Viene da chiedersi perchè non si fa un po’ di sano benchmark con il servizio ArteVOD (il migliore su piazza tra le tv pubbliche), che permette - tra l’altro - anche il download dei relativi files. Questo del download è un vulnus che non si riesce a superare, il che è particolarmente bizzarro se si pensa che - con un semplice software, chi avesse la volontà pervicace di appropriarsi del file in streaming potrebbe farlo facilmente, per non parlare di un servizio come Faucet PVR. La tattica di usare l’alfabetizzazione informatica dell’utente come “limitatore accettabile” di un comportamento complessivamente sgradito (il download del file) è forse l’unica via per superare le resistenze interne e avviare un servizio per anni osteggiato dai broadcasters. E’ però anche difficile considerarlo un approccio sano al problema del DRM, che andrebbe affrontato con più coraggio a monte, riformando il concetto stesso di proprietà intellettuale. Gli strumenti, come noto, ci sono.

Il servizio di podcasting

E’ da tempi non sospetti che la Rai pubblica le versioni in podcasting delle proprie trasmissioni regolari, prima solo della radio, poi sempre più della televisione. In questo modo Viale Mazzini ha trovato nuovi pubblici per contenuti costretti in fasce d’orario sfortunate (si pensi allo splendido Fahrenheit di Radiotre, che prima era destinato solo a chi non lavora al pomeriggio). Ma se fino a poco tempo fa l’idea di distribuire i file in RSS sembrava un esperimento carbonaro, ora ci pare di capire che questa modalità sia divenuta ufficiale e degna della definizione di un vero e proprio modello. L’impressione è che in questo “contenitore” finiscano quei contenuti che o non comportano grossi problemi di DRM (il podcast implica la scaricabilità, inutile sottolinearlo) oppure che sono “riconfezionati” in modo da non comportarne. Avanti così.

Il servizio di Video Sharing

Se a una prima occhiata non si vede il bisogno di una specie di miniyoutube in salsa pommarola, a ben vedere questa sezione del sito va elogiata proprio perchè la sua chiave è la possibilità (o per essere precisi, la prospettiva) di una rimediazione dei contenuti generati dagli utenti. Si tratta infatti di poter caricare sul sito dei video autoprodotti destinati, previa una sacrosanta selezione redazionale, a essere ritrasmessi sui canali mainstream. Quello - insomma - che hanno già cominciato a fare soprattutto canali all-news come CNN, Fox e la nostra SKYtg24. Bene, bravi, bis.

Suggerimenti e conclusioni

Rimane una domanda di fondo, che poi è anche il suggerimento principale . Perchè, in un futuro prossimo in cui i televisori avranno integrato il collegamento a internet e un firmware simile a Boxee (che non lo è ancora), qualcuno dovrebbe accendere un computer, aprire il browser, digitare un indirizzo per andare a vedere i contenuti forniti da un solo broadcaster? Non sarebbe forse il caso di aprire le API (come hanno fatto altri broadcaster come CBS e CNN per fare un paio di piccoli nomi) in modo che tali contenuti siano fruibili indipendentemente dalla modalità di accesso e dalla piattaforma?

Ma al di là dei possibili miglioramenti “in progress”, occorre contestualizzare questo sforzo per coglierne l’importanza. Il vero merito delle grandi aziende nello sviluppo di nuovi progetti non è la capacità di innovare “in sè”, ma di trovare la forza, le competenze, la creatività e quel pizzico di buon senso necessari per superare gli ostacoli interni ed esterni che - in queste realtà più che nelle dinamiche aziende protagoniste del 2.0 - sono sempre di grandi dimensioni. La Rai, dopo qualche colpo di assestamento, sembra riuscirci. Con questo portale (ahi!) si pone al livello delle altre esperienze europee dello stesso filone, apportando un po’ di quella sacrosanta e italianissima “arte di arrangiarsi” che tante volte ci ha cacciato fuori dai guai. E mai come in questi giorni, mediaticamente parlando, sentiamo di averne il bisogno.

Categorie: media · televisione
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