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Here and now

4 Febbraio 2009 · Nessun commento

Il mio controverso post sul Digitale Terrestre, come era largamente prevedibile, ha suscitato parecchi commenti, non solo su questo blog ma anche su FriendFeed e Facebook. E altre opinioni (devo dire, sempre abbastanza polarizzate), continuano ad arrivare privatamente, sia di persona che in email. Evidentemente ho toccato un tasto sensibile.

Un tasto che, si badi bene, non ha necessariamente a che vedere con il business, ma con le abitudini di tutti noi. Se sostengo che la TV di flusso è destinata ad un drastico ridimensionamento non è tanto a causa di una evoluzione tecnologica, ma semmai per via di una rivoluzione comportamentale degli utenti, che si inserisce in un fenomeno ben più ampio, quello per cui il rapporto tra cliente/utente e beni/servizi sta cambiando a vista d’occhio. Dopo anni in cui i margini industriali sono stati costruiti sulla capacità di orientare le scelte dei clienti, già oggi e sempre più domani i margini sono nella capacità di intercettare le scelte già compiute, per altre vie (scelte disintermediate) dai clienti stessi, fino a realizzare - a regime - il nuovo modello di VRM (Vendor Relationship Management) in cui le stesse regole della relazione sono scritte da questi ultimi.

E allora, per tornare alla domanda che mi viene posta insistentemente, che fine farà la TV di flusso? La risposta più sincera sarebbe “non lo so”, ma potrei cavarmela meglio facendo come Corrado Guzzanti, che nella veste di Santone della religione di Quèlo rispondeva: “La domanda è mal posta, volevi forse chiedermi che ore sono?”.

E a questo punto forse potrei rispondere che è ora di non considerare la TV di flusso come una costante, e non solo dal punto di vista infrastrutturale. E’ vero che le news e lo sport in diretta potranno continuare a sostenere il vecchio modello distributivo molto a lungo, ma è anche vero che - spostandoci dai modelli di business a quelli socio-antropologici - molto prima dell’evoluzione televisiva è stato avviato un nuovo processo, che è quello del recupero dell’emozione di vivere l’evento in prima persona, sul posto. All’insegna, per intenderci, dell’insostituibilità del “Qui e ora”.

Avete dato un’occhiata all’impressionante aumento delle presenze “fisiche” alle manifestazioni culturali durante le feste natalizie nelle grandi aree urbane? Al successo di tanti micro e macro eventi, che impediscono strutturalmente anche alle più miopi tra le nostre amministrazioni locali di ridimensionare iniziative come l’Estate Romana? A quanto - sempre più spesso - rinunciamo volentieri a una serata o a un pomeriggio davanti al video per andare a fare cose impensabili fino a qualche anno fa, per il solo fatto di condividerle nel mondo degli atomi?

Il problema non è più tanto “la TV di flusso”, ma il fatto che per vincolarci logisticamente e temporalmente alla fruizione di un evento, vederlo davanti a uno schermo è sempre più un compromesso insostenibile. Una volta che, nella nostra giornata, abbiamo allocato una finestra spazio temporale per fruire, o meglio vivere e condividere qualcosa, tanto vale andarci di persona, meglio ancora se in compagnia di qualcuno. In sostanza, la TV che per anni (fino all’aberrazione finale del Grande Fratello) ha preteso di surrogare la nostre vita reale oggi deve - finalmente - cominciare ad abbassare la guardia. E recuperare un ruolo meritorio: quello (attraverso l’on demand) di darci esattamente quello che vogliamo, dove vogliamo, sul device che vogliamo. Ecco dove la TV non tra 5 anni, forse non tra 10, ma prima o poi dovrà necessariamente approdare. E questo, ovviamente, con il digitale terrestre non ha proprio nulla a che vedere.

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Digitale Terrestre: d’accordo, niente è più come prima. Però non in quel senso…

29 Gennaio 2009 · 12 commenti

digitale terrestreSono ormai abbastanza allenato ad ascoltare le conferenze istituzionali sul futuro della tecnologia. Credevo quindi di essere pronto al peggio quando ho pazientemente cominciato ad ascoltare la registrazione della Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre, presentata da Bruno Vespa e significativamente sottotitolata “Niente è più come prima”.

Ma stavolta mi è bastata la prima ora di convegno per raggiungere il punto di saturazione. Questi signori stanno parlando di qualcosa che nasce morto in partenza.

Il digitale terrestre, che in Italia è servito solo a salvare Retequattro, sarebbe perdente anche (e non è il caso nostro) se fosse sfruttata bene. E per un motivo molto semplice: è una TV di flusso. E la TV di flusso è destinata a sopravvivere solo per le notizie, lo sport e gli eventi live. E se queste tre “killer application” erano finora sufficienti a giustificare gli alti costi di gestione della TV di flusso, con il crescere di una sempre più ricca e aggressiva offerta On Demand, che trova nel protocollo IP la piattaforma più efficiente, essa è destinata magari non a soccombere ma a diventare un prodotto di nicchia. E dato che il digitale terrestre, proprio come il satellite e l’etere analogico non può che essere una tv di flusso, faranno tutti la stessa fine, come è ovvio che sia con un pubblico che vuole avere sempre più il controllo del contenuto e non si accontenta più di vedere cosa passa il convento.

In sostanza, dopo che la TV degli anni ‘50 ha plasmato un popolo, costringendolo a vedere quello che passava il convento, e che la TV degli anni ‘80 lo ha telecomandato permettendogli di scegliere cosa passavano ben 6 conventi diversi, per questi signori il punto d’arrivo sarebbe poter scegliere tra centinaia di conventi. O col satellite, ma a pagamento, visto che si tratta di consumatori consapevoli di reddito medio-alto ma non catechizzabili con la pubblicità; Oppure gratis, col digitale terrestre appunto, visto che (nei loro deliri di onnipotenza) sarebbe ancora possibile continuare a decidere i percorsi del pubblico nei supermercati, manco fossero i cani di Pavlov. L’importante, in ogni caso, è che il controllo del contenuto rimanga dalla parte dei broadcasters. Ma - e per fortuna, aggiungo io - le cose stanno diversamente.

Non solo i contenuti sono destinati ad essere integralmente controllati dagli utenti, che potranno stabilire quando, come, dove e quante volte fruirne in piena libertà. Quello di cui non ci si accorge, e che appare ancora più evidente oggi, con la presentazione dei dati dell’Osservatorio Multicanalità di AC Nielsen, è soprattutto che una crescente massa di ex-telespettatori è già ben oltre oltre il ruolo di “consumatore consapevole” ed è diventata un nuovo segmento, i cosiddetti “Reloaded“, e cioè coloro il cui processo di acquisto passa per una grande varietà di canali, e per i quali il ruolo della televisione è sempre meno importante.

Non credo ci vorrà poi troppo per far capire ai “padroni del vapore” che, prima di preoccuparsi troppo del ROI dell’advertising su Internet (o meglio, su tutti i contenuti che viaggiano su IP) occorre porsi qualche seria domanda sulla sostenibilità del modello di business attuale: da un lato le entrate pubblicitarie, attraverso i centri media; dall’altro gli altissimi costi infrastrutturali per un tipo di contatto infinitamente meno efficace nel processo d’acquisto. Senza dimenticare che nessuno può dare per scontato che la raccolto pubblicitaria sia ancora al centro dei modelli del futuro, ma questo è un altro discorso.

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