conversational * ideeperlanuovacomunicazione

Articoli marcati comecomunicazione

The Power Point of No Return

10 Marzo 2010 · 5 commenti

pPerchè quasi tutte le volte che dobbiamo produrre un documento aziendale usiamo delle slide? E’ una domanda che ultimamente mi trovo a pormi in modo sempre più insistente, seppellito dalle montagne di documenti orizzontali (quasi sempre PowerPoint) che vengono prodotti alla minima esigenza di manifestare un pensiero che rifletta il punto di vista “aziendale” di un individuo, di una funzione, di una business unit o dell’intera Corporation.

In un convegno di qualche anno fa Nicholas Negroponte, dopo che alcuni relatori lo avevano preceduto con presentazioni da 40 slide ciascuna, disse che non avrebbe usato alcun supporto grafico perchè secondo lui PowerPoint era responsabile di una frazione significativa del calo del PIL degli Stati Uniti.  In quella circostanza Negroponte giustificò questa piccola provocazione ricordando come negli USA sia invalsa la pratica (subito adottata da noi, che non ci facciamo mancare mai niente) di far avanzare un qualsiasi progetto dalle funzioni più basse di una azienda fino al vertice a colpi - appunto - di presentazioni sempre diverse. E il problema non è tanto il tempo perso nel prepararle, quanto il fatto che l’idea originaria, presente ancora “vergine” nelle prime versioni dei documenti, nelle successive inesorabilmente si perde tra esigenze politiche, equilibri di potere interni, necessità di “vendere” un aspetto piuttosto che un altro, fino ad arrivare al Top Management sotto forma di un polpettone inestricabile dove è scomparsa qualsiasi forma del pensiero che si intendeva trasmettere. Ed è il polpettone inestricabile, non l’idea, che viene infine approvato e messa in pratica, con l’effetto di compattare ulteriormente i blocchi e i compromessi organizzativi che l’hanno prodotto, senza contare l’effetto di scoraggiare eventuali “idee” successive.

In tutto questo la scelta del formato delle slide, rispetto a un semplice documento testuale, gioca un ruolo non trascurabile. Le slide vengono preferite al classico “Word” proprio perchè permettono di usare la grafica e la sintesi come un artificio, permettendo blocchi, compromessi e polpettoni sempre più inestricabili. La mia non vuole essere una critica allo strumento in sè: se ben usati, programmi come PowerPoint, Keynote o Prezi possono essere estremamente utili per presentare un’idea o anche solo per organizzare lo storyboard. Ma è l’uso che nella pratica si è rivelato prevalente, quello di produrre dei deliverable sotto forma di slide (intesi per essere letti indipendentemente dalla presenza del relatore) che ha prodotto il disastro attuale. Ciò che viene scritto per essere stampato e consegnato (o magari fatto circolare a indirizzari  di dimensioni oceaniche), e non per essere integrato da uno speech, implicitamente rompe il “canone della presentazione”ed entra nel dominio della narrazione autoconsistente, dove non può e non deve mancare nulla: sia sotto il profilo meramente espositivo (non essendo prevista interattività si deve scrivere tutto, in modo che tutti capiscano) sia sotto quello “politico” (visto che può finire in qualsiasi mano, si deve scrivere tutto, in modo che nessuno abbia a lamentarsi).

Chi concepì originariamente questi strumenti non faceva mistero del ruolo evocativo (e non didascalico) o di onesta sintesi che avrebbe dovuto svolgere la grafica. A volte, si diceva, basta una immagine per trasmettere il pensiero meglio di mille parole. Ma nella deleteria chiave del “deliverable a tutti i costi”, la grafica serve proprio per”dire ciò che non si può dire a parole”. E quindi il tale logo non deve essere troppo vicino alla “palla” di quel mercato, altrimenti chi ha giurisdizione su quel mercato potrebbe risentirsi; quella freccia può andare in una direzione, ma non in un’altra perchè si deve capire (ma non si può dire) che non è previsto feedback, e così via.

Il risultato è che le slide aziendali molto spesso hanno il preciso compito di NON comunicare idee, concentrandosi sull’esigenza di manifestare il presidio di un concetto e di certificare rapporti di forza. Si potrà obbiettare che è questa deriva è presente anche nei documenti testuali: certo, ma è semplicemente più scomodo descrivere un rapporto di forza piuttosto che limitarsi a rappresentarlo. Senza dimenticare che i nostri manager sono spesso attanagliati, quando aprono Word, dalla “sindrome della pagina vuota”, mentre è facile - nonchè universalmente accettato  - riciclare vecchi grafici o risistemare alla meglio qualche bullet point.

La natura profonda di questo problema è nel ventre molle delle organizzazioni aziendali, e in particolare nelle nostrane che prendono il peggio dall’efficientismo di facciata di origine anglosassone (ben rappresentato nelle strisce di Dilbert) e la superficialità (è il termine più gentile che mi viene in questo momento) dell’approccio italiano alla comunicazione interna. Non è un caso che quando a comunicare sono soggetti di diversa cultura e estrazione, il livello del documento quasi sempre migliora. Se quindi si intende sfuggire alla sindrome della vacuità concettuale, una buona regola potrebbe essere quella di armarsi di umiltà, guardare fuori (il più lontano possibile) e trarne tutte le lezioni del caso.

Categorie: comunicazione aziendale · culture digitali · formazione · presentazioni
Contrassegnato da tag: , , , , , , , ,

Le nuove domande dei consumatori “reloaded”

25 Febbraio 2010 · Nessun commento

seanPer tanti anni, nella definizione dei messaggi chiave di una qualsiasi campagna di comunicazione integrata, account e creativi si sono scervellati nell’intento di “anticipare le domande del cliente” con i temi di maggiore impatto, da legare - ovviamente - alle infinite virtù del prodotto o del servizio reclamizzato.

Il “consumatore reloaded”, quello che non solo prende le sue decisioni dopo essersi informato su una varietà di canali, creando ormai lui stesso canali su cui stabilisce le regole d’ingaggio, non solo può rispondere ai messaggi istituzionali con la loro stessa visibilità, ma finisce anche per porsi nuove domande.

E così, al fianco delle tradizionali “Cosa fa questo prodotto?”, “Qual è il prezzo?”, “Chi consuma questo prodotto?” eccetera eccetera, si fa strada una domanda ancora largamente ignorata dalle Aziende, e cioè: “Perchè mi stanno dicendo questo?”.

Sì, perchè usando la rete, e il suo potere di disintermediazione, il consumatore ha implicitamente smascherato alcuni del meccanismi di formazione del consenso intorno a certi messaggi istituzionali. E così, se per esempio in un partito qualcuno, da sempre riconosciuto il leader, proclama “Sono io il leader“, questo significa che la sua leadership è messa in discussione.

Non si tratta solo di consumatori “smaliziati”. La disillusione rispetto a un messaggio aziendale è una sorta di residuo passivo, e - come tale - una categoria quantitativa. E’ la ricchezza delle informazioni sul prodotto che solo la rete offre, con le sue capacità di generare “crowd”, a determinare una più elevata attenzione qualitativa su tutti i valori dell’azienda e del prodotto/servizio considerati. Se una volta quindi l’unico rischio che un’Azienda correva nel proclamare “i nostri spremiagrumi sono sicuri” era che anche i consumatori non consapevoli dei rischi potessero così dedurli dal messaggio rassicurante (che arriva puntualmente in ritardo, cioè dopo una attenta valutazione “corporate” del rapporto costi/benefici di una tale dichiarazione), oggi Toyota è stata costretta a ritirare più di 8 milioni di autovetture perchè era stato facile, in rete, aggregare tutti i casi in cui i difetti delle autovetture avevano comportato gravi conseguenze in materia di sicurezza.

Ma il tema non riguarda solo la comunicazione di crisi. Il livello di attenzione del pubblico, e il suo accresciuto potere d’influenza in rete, può anche incidere su una campagna istituzionale “pura”. Cosa spinge Credit Agricole a lanciarsi in una costosa campagna sul “Green Banking”, con Sean Connery come testimonial? Quanto è facile intuire una connessione tra l’esigenza del marchio di differenziarsi da un universo, quello dei servizi finanziari, largamente colpito dal Credit Crunch? Queste non sono più domande da addetti ai lavori: sono le domande che si pongono tutti. E le aziende, tutte le aziende, farebbero bene a cominciare a tenerne conto.

Categorie: advertising · comunicazione aziendale · culture digitali · media
Contrassegnato da tag: , , , , , ,

2 ore e 59 minuti con Daniela Moretti

14 Luglio 2009 · 10 commenti

morettiDopo lunghe esitazioni, esortato da amici blogger e colleghi del mondo della comunicazione aziendale, a cui avevo confidato da tempo questo proposito, alla fine mi sono deciso ad iscrivermi a un corso di Daniela Moretti.

L’ho fatto - ovviamente - a condizione di abbandonare l’aula prima dello scoccare della terza ora, che mi avrebbe costretto a sborsare i fatidici 99 euro della pubblicità della metropolitana, dove il volto della bionda Daniela e il suo inossidabile sorriso ti inseguono tutte le volte in cui il treno è pieno e non vuoi incrociare lo sguardo di qualche altro improvvido passeggero.

L’ho fatto non certo per scoprire come perfezionare la comunicazione interpersonale, per migliorare l’autostima, o per imparare i segreti della PNL. No, l’ho fatto solo per cercare di capire come funziona il modello di business di questa vera e propria macchina da guerra, trascinata da una potente locomotiva di martellante marketing 1.0 che da anni promette meraviglie: lavorare al top, trovare l’amore, ottenere qualsiasi obiettivo, essere felici, insomma.

In parte un interesse professionale, dunque, ma anche una sincera curiosità di natura socioantropologica che mi ha spinto ad osservare molto più spesso i riflessi condizionati della platea piuttosto che quello che accadeva sul palco.

Cosa spinge le persone a cercare una “medicina comunicazionale” per “avere maggiore fiducia in sè stessi”, “sprigionare sicurezza” e risolvere così i grandi problemi della propria vita? In che modo qualcuno riesce a fargli credere che una migliore comunicazione sia la soluzione universale?

Ammetto di aver varcato la soglia dell’aula pieno di pregiudizi, ma anche nella sincera speranza di vederne spazzato via almeno qualcuno. E invece niente da fare. Daniela arriva preceduta da una musica da discoteca degli anni ‘90: evidentemente il marketing ha studiato con attenzione la demografica del target. Nemmeno nel mio più fervido cinismo avrei potuto immaginare che il suo esordio potesse ispirarsi al classico “Siete caldi?” di Claudio Cecchetto. Ma è solo l’inizio di una serie di previsioni tutte rigorosamente azzeccate nell’unica chiave possibile: quella della parodia. Ed ecco quindi le solite frasi su “come essere vincenti”, gli scambi di posto, i frangenti di autoesaltazione, persino qualche battuta in romanesco.

Passa circa una mezz’oretta, eppure è chiaro che un sottile filo metodologico, per quanto brutale nella sua semplicità, unisce tutti questi eventi in una sequenza tutt’altro che casuale. Lo capisco osservando le facce intorno a me: l’attenzione è comunque desta. In questo becero linguaggio le persone, comunque, si identificano. E lasciamo perdere chi siano i buoni o i cattivi maestri: di fatto, all’80 per cento di qualsiasi sessione motivazionale, dopo una ventina di minuti l’uditorio pensa ad altro. Qui, invece, nessuno stacca lo sguardo dal palco.
Tutto si gioca intorno all’attenzione, ed effettivamente c’è una leva emozionale che viene esercitata per arrivare al culmine nei momenti chiave, quelli in cui il messaggio viene marchiato a fuoco nel retrocranio dei partecipanti. Prima di andarmene, riesco a cogliere almeno tre di questi momenti essenziali:

  • la chiave per vivere una vita straordinaria è l’amore;
  • per avere bisogna, prima, essere;
  • non puoi raggiungere i tuoi obiettivi ne non capisci cosa vuoi, se non lo persegui con la giusta determinazione e motivazione, se non traduci questi propositi in azione.

Si tratta di tre messggi ampiamente condivisibili, quasi delle banalità. Ma io credo che in vari campi qualsiasi sessione formativa che riesca a lasciarti impressi pochi messaggi, ancorchè banali, sia di per sè un’esperienza positiva, ed è così che mi spiego, senza troppi giri di parole, la fortuna economica della macchina di marketing targata Daniela Moretti. Una macchina facilmente adattabile a contenuti meno vaghi, e non a caso esiste già anche la sua scuola d’inglese, il “New british centre”.

Ma allora, se questa bionda signora riesce davvero a cambiare la vita di molte persone ad un prezzo tutto sommato ragionevole, dovè il problema? Beh, ci sono alcuni problemi.

Per cominciare, in una tipica organizzazione aziendale, il successo è una risorsa scarsa: è giusto perseguirlo, ma lo si ottiene a detrimento di qualcun altro. Al tempo stesso, la tensione collettiva verso la ricerca individuale del successo aumenta il valore complessivo dell’azienda (un tizio con la barba bianca, tanto tempo fa, parlava di “plusvalore”), ma nulla garantisce che esso sia ridistribuito nè democraticamente (le aziende per loro natura NON sono democratiche) nè, e qui sta il punto - meritocraticamente. In sostanza, è necessario un atteggiamento fideistico del dipendente rispetto al tema della meritocrazia interna. L’unico vero strumento che permette al dipendente l’esercizio interno di pratiche meritocratiche è la pressione esterna del mercato del lavoro: “se sono bravo, qualcuno, là fuori, potrebbe pagarmi di più”.

Ma andiamo oltre: la visione di una “svolta comunicativa” in grado di garantirti il successo sul lavoro e che al contempo ti renda più desiderabile nella vita di relazione è quantomeno inquietante. Ancora una volta il “fault” delle tesi morettiane è in una visione ristretta, individuale, per intenderci limitata al singolo che poi deve sborsare i fatidici 99 euro. Se infatti allarghiamo l’orizzonte e ipotizziamo gli effetti sociali di questo approccio, si arriva facilmente alla conclusione che nessuno vorrebbe vivere in una società in cui il successo è una categoria monodimensionale, in cui vieni scelto dal partner con lo stesso criterio per cui il tuo capo ti darebbe un aumento di stipendio.

E qui torniamo alla PNL: l’idea centrale di questa teoria, che - si badi bene - ha una base scientifica quantomeno dubbia, è che “i pensieri, i gesti e le parole dell’individuo interagiscono tra loro nel creare la percezione del mondo. Modificando la propria visione, le persone possono potenziare le proprie percezioni, migliorare le proprie azioni e le proprie performance”. Senza entrare nel merito dell’idea (lascio ad altri, più titolati soggetti il compito di pronunciarsi in questo senso), è evidente la forza della sua semplicità: si tratta, a differenza di molte teorie sulla psicologia degli individui, di un’idea perfettamente vendibile, purchè vengano rimossi all’origine due piccoli ostacoli: il beneficio del dubbio e il senso del ridicolo.

Il dubbio è che vi possa essere una soluzione del tipo “one size fits all” a tanti problemi che spesso ricorrono insieme, ma che sono e rimangono problemi diversi (essere introversi, avere poca fiducia in sè stessi, avere problemi di comunicazione, essere insoddisfatti del proprio aspetto, ecc.). Il senso del ridicolo è una delle chiavi migliori che ci permette, normalmente, di distinguere tra un ciarlatano e uno studioso o tra un buon venditore e una persona competente. Se Daniela Moretti e gli altri epigoni della PNL vogliono farci credere di essere degli studiosi competenti, devono abbattere la barriera del ridicolo, e coinvolgerci fin dall’inizio nel vacuo esercizio dello scambio di posto, così come in passato agli sventurati dipendenti di alcune aziende è stato chiesto di camminare sui carboni ardenti.

Insomma, tornando in ufficio mi sono reso conto di quanto preziosi siano questi due “vaccini” rispetto ai piccoli e grandi imbonitori di cui tutta la nostra società è sempre più permeata. Ma ho pensato anche alle molte persone a cui è stata lentamente erosa la consapevolezza del proprio libero arbitrio, del proprio punto di vista, della possibilità che alcuni problemi, come l’incompetenza associata all’arroganza e alla prepotenza, che producono ogni anno migliaia di “insicuri” e “cattivi comunicatori” costituiscano temi che afferiscono alla collettività prima che alla persona. E non si tratta di un pensiero troppo confortante.

Categorie: Senza categoria · comunicazione aziendale · corsi · divulgazione · eventi · formazione · marketing
Contrassegnato da tag: , ,

Quando la pubblicità è un rumore di fondo e i mercati sono malversazioni

20 Aprile 2009 · 2 commenti

Lo scorso weekend mi sono reso conto di essere un uomo molto fortunato: finora non ho mai dovuto comprare una macchina. Tra auto aziendali, prestiti e (semi) regali dei genitori sono sempre riuscito a sottrarmi al girone dantesco dei concessionari e degli autosaloni.

Questo fino allo scorso weekend, in cui per cause di forza maggiore ho dovuto gettarmi anch’io tra le anime in pena che si aggirano per squallidi piazzali a scrutare dietro i parabrezza, cercando di interpretare i mille bigliettoni A4 che danno per scontati termini come “TAEG”, “ecoincentivi” e “antiparticolato”.

Ma perchè - mi chiedevo nel piazzale, in un raro momento di lucidità - si dà per scontato che io sappia cos’è il TAEG? L’ho capito aprendo un quotidiano.

Eh sì, perchè un quotidiano - e me ne sono accorto solo adesso - è ricoperto per il 40% di pubblicità di auto, concessionarie e autosaloni. Pubblicità che io avevo sempre ignorato, al punto tale da considerare il tutto un fastidioso rumore di fondo, come le porte di uno slalom tra un articolo e l’altro, niente più.

Mi chiedo, ma a che serve questa gara a chi urla di più su giornali, radio e televisione quando da sempre la gente decide che macchina acquistare in base a criteri come “il concessionario di fiducia”, “l’amico che non dà fregature” e “il meccanico che capisce se hanno taroccato il contachilometri”? Per me rimane un mistero.

Di sicuro, proprio come per la scelta delle voci delle liste di nozze, quello dell’auto è un mercato che sfugge completamente alle regole più elementari, in cui il rapporto cliente-fornitore risulta quasi invertito. Di conseguenza così come, una volta scelto il negozio dove aprire la lista, sono loro - e non tu - a scegliere il servizio di piatti, allo stesso modo un autosalone (non facciamo nomi: Lidauto di Ostia Antica) può impunemente scrivere, a caratteri cubitali “Domenica 19 Aperto” sul Messaggero, e poi farti trovare il cancello sbarrato dopo un viaggio di due ore in cui ti sei giocato un bel pezzo di weekend.

Ma perchè tutto questo è possibile? Perchè la gente non si ribella e insegue questi tiranni coi forconi?

Probabilmente perchè sia il nubendo, sia l’automobilista appiedato sono figure che vengono interpretate dal nostro sistema economico come “soggetti coatti”, che si trovano in una condizione temporanea di bisogno. Una volta fissata la data delle nozze, la libera scelta del nubendo-cliente (voci della lista, ricevimento, viaggio di nozze) è un fastidio, ed ecco che alla minima pressione dell’interlocutore commerciale si è pronti a chinare il capo.

Allo stesso modo, dato che non possedere un’auto - e per certi target “una certa auto” - non ci permette di essere soggetti sociali, quindi di esistere (o almeno questo riescono a farci credere) , presi dalla disperazione a un certo punto potremmo anche portarci a casa “la fregatura”. Già, perchè “la fregatura”, proprio come la terra marginale Ricardiana qualcuno la deve pur comprare, altrimenti il mercato nel suo complesso andrebbe in tilt.

E’ una triste realtà, ma in certi casi chiunque di noi può entrare a pieno titolo nel segmento di mercato di fatto più redditizio, i “Gullible Morons” di Scott Adams, gli ambitissimi “Idioti raggirabili”. L’importante è stato entrarci il più tardi possibile.

Categorie: Senza categoria · advertising · comunicazione aziendale · marketing
Contrassegnato da tag: , , , ,

Il 2009 dei Social Media

31 Dicembre 2008 · 7 commenti

Il 2008 è ormai (quasi) alle spalle, senza troppi rimpianti direi, e con la consueta sollecitudine Nicola Mattina, fondatore del Club dei Media Sociali, ci chiede di formulare delle previsioni sulla direzione che prenderanno questi strumenti nel 2009, anche sulla scorta delle profezie contenute in una interessante presentazione di TrendSpotting.

logo cms

Non ho mai avuto molta fiducia nelle previsioni sui trend tecnologici, anche perchè chi le fa di mestiere raramente ci azzecca, come ebbi modo di illustrare insieme a Stefano Epifani e Stefano Mizzella in una divertente puntata di Proxy Bar, il magazine radiofonico sulle culture digitali ormai passato in archivio.

Ma forse in questo caso la tecnologia non c’entra molto. Di nuove tecnologie, verosimilmente, nel 2009 non ne vedremo granchè. Semmai - e questo è molto più interessante - molte persone potrebbero cominciare ad utilizzare, grazie ad interfacce più efficaci, tecnologie esistenti e finora rimaste appannaggio dei “tricky techies“. In fondo anche Facebook, il grande fenomeno del 2008, esisteva già da qualche anno: quello che è accaduto negli ultimi mesi in Italia è stata una svolta “socio-antropologica”, e cioè molte persone hanno finalmente trovato in Facebook una interfaccia che ha raggruppato in modo intelligente funzionalità che il Web aveva saputo già esprimere, seppur in modo più disarticolato.

Forse, quindi, il 2009 potrebbe diventare l’anno delle “tecnologie trasparenti“. Quello in cui, per intenderci, leggeremo i blog attraverso un aggregatore senza rendercene conto (e senza sapere cos’è un feed), guarderemo i podcast sul televisore semplicemente perchè avremo premuto sul telecomando un tasto che si chiama “aggiorna i tuoi canali”, ci imbatteremo nei contenuti che ci incuriosiscono non perchè li abbiamo cercati, ma perchè qualcuno avrà trovato il modo di capire i nostri interessi, e così via.

O almeno, se proprio non accadrà nel 2009, questo è il mio auspicio per i prossimi 5 anni: un Web rivolto non solo a chi “è orientato al risultato e quindi si prende in carico una parte del processo”, come gli utenti evoluti di oggi (”installo l’aggregatore”, “embeddo il widget”, ecc. ecc.) ma anche a chi, provenendo dall’esperienza passiva del televisore, “è orientato al risultato pur non preoccupandosi del processo“. Se ci pensiamo bene Facebook ha fatto breccia nel cuore degli “unliterate”, dando luogo a una vera e propria “invasione barbarica”, proprio perchè si prende in carico di proporre, indovinandoli dalle azioni degli utenti, esattamente quei contenuti che gli utenti si aspettano.

In questo modo, e qui introduco un altro tema, il Web, mezzo di comunicazione on-demand per eccellenza, potrebbe cominciare a “simulare” il medium di flusso per i molti utenti che NON chiedono alla propria esperienza un vorticoso grado di interattività. E’ proprio ciò che più amiamo della rete (l’alto investimento razionale richiesto a persone molto curiose, peraltro ampiamente premiato) ad aver tenuto lontane da essa le folte schiere della “maggioranza silenziosa”, che è rimasta a lungo, ed ordinatamente, davanti allo schermo televisivo.

Come reagirà la televisione a questa ovvia concorrenza, e all’inevitabile shock di ascolti sempre più bassi e alla progressiva emorragia del suo pubblico, e in particolare di quello più giovane? Inizialmente (dato che sarà facile vendere internamente l’idea, sia a Viale Mazzini che a Cologno Monzese) scimmiottando internet in un modo o nell’altro. Il linguaggio di YouTube sta già ampiamente contaminando l’arena del video mainstream, ma questo è solo l’inizio. Vedremo in TV sempre più riquadri con thumbnail, sovraimpressioni, chat via SMS, ed altre diavolerie inutili per tutto il 2009. Poi qualcuno capirà che un medium di flusso, in questa competizione con Web parte perdente, e così la TV tradizionale si concentrerà su ciò che la rende ancora imbattibile, e cioè la copertura di quegli eventi che coinvolgono proprio perchè accadono in quel momento, e per i quali gli spettatori sono ancora disposti al sacrificio di trovarsi tutti insieme davanti al video in un dato momento: lo sport, i grandi avvenimenti in diretta, forse anche i grandi concerti, magari investendo più seriamente nell’alta definizione.

E a questo punto, se proprio mi si chiede una previsione, posso azzardare una serata finale del Festival di Sanremo che potrebbe per la prima volta scendere sotto una media di 9 milioni di telespettatori, ciò che determinerebbe una serie di accuse incrociate con conseguente caduta di teste illustri.

Cosa c’entra coi social media? Beh, di sicuro ha a che vedere con una loro caratteristica: quella che offre all’utente il controllo totale del contenuto: se oggi vedo, leggo, ascolto dove voglio, quando voglio, quante volte voglio, sul device che voglio quello che scelgo io, non capisco perchè dovrei trovarmi a una certa ora (le 20.30 di un certo giorno dell’anno) in un certo luogo (a casa), davanti a un certo device (la TV) per vedere una cosa che non ho scelto io (il Festival), se non per il fatto di essere stato bombardato per settimane da costosissimi spot e da estenuanti gossip di bassa lega. E che difficilmente mi sorprenderà: anzi, se mi dovesse sorprendere, quello potrebbe essere un segnale preoccupante per l’ordine sociale.

No, il futuro della TV sarà - certo - degli eventi Live, ma di quelli che coinvolgono davvero, perchè raccolgono quello stesso “comune sentire” che già da qualche anno, specialmente d’estate, ci fa riscoprire la bellezza degli eventi dal vivo nelle piazze delle nostre splendide città. Quello stesso comune sentire, per intenderci, che porterà a Washington 4 milioni di persone per l’investitura di Obama, e chissà quante altre davanti al video, tradizionale o in streaming sul Web. In estrema sintesi, di fronte a un evento veramente condiviso e coinvolgente, non ci sarà Egocasting che tenga.

Concludendo, la riscoperta della socialità attraverso il computer, per anni ritenuto l’oggetto asociale per eccellenza, ci fa riscoprire l’importanza della socialità anche nel mondo degli atomi. Ed i primi ad accorgersene sono proprio la punta più avanzata dei tech geek, che infatti avevano bisogno come il pane di incontrarsi dal vero nei BarCamp, nelle Girl Geek Dinner e in mille altre occasioni di questo tipo. Ebbene, se il Web 2.0 è stato in grado di tirare fuori questi bisogni da degli asociali impenitenti, cosa potrà accadere con la grande massa che si è affacciata su Facebook? Non sarà certo il 2009 a dircelo, ma sarà comunque divertente stare alla finestra.

Categorie: Senza categoria · media
Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il punto di partenza

23 Dicembre 2008 · 4 commenti

Da qualche mese vado in giro per l’Italia con una presentazione intitolata “Aziende e Web 2.0, cambiare il modo di pensare“, in occasione di corsi per aziende, convegni, seminari, incontri pubblici e privati. Non credo sia necessario specificare il tema, mi sembra abbastanza chiaro. Mi limito a dire che - attraverso i vari aggiornamenti successivi - queste slide finiscono spesso per costituire la base di ogni mio ragionamento sullo stato dell’arte del rapporto tra il mondo corporate e i nuovi strumenti di comunicazione.

Non è (nè può essere, dato il contesto strettamente formativo, che richiede la consegna di un “deliverable”) una di quelle bellissime presentazioni “per sole immagini” che vediamo spesso nei BarCamp e in cui persone come Nicola Mattina, Riccardo Cambiassi e soprattutto Marco Montemagno sono maestri indiscussi. Le persone a cui l’ho “inflitta”, peraltro, sono quasi sempre riuscite a utilizzarla come strumento di lavoro. Ancora a distanza di tempo vengo aggiornato su come è tornata utile nell’utilizzo pratico in Azienda, per esempio in casi di Corporate Blogging, Corporate Podcasting e Web TV Aziendale. Nel contesto di questo blog può essere “un punto di partenza”, per poi sviluppare i singoli argomenti con il dovuto grado di approfondimento.

Categorie: corsi · media · presentazioni · seminari
Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Perchè questo blog

23 Dicembre 2008 · 7 commenti

Alcuni di voi lo sapranno: da parecchi anni ho un blog intitolato Pendodeliri . Nato come strumento di interlocuzione con gli ascoltatori dell’omonimo podcast, Pendodeliri è diventato poi un blog “personale”, in cui il racconto del vissuto quotidiano si mescola con i contributi di carattere professionale, che - nel mio caso - fanno riferimento al mondo della comunicazione aziendale, ai social media e al Web 2.0.

Con l’apertura di Conversational intendo spostare in un contenitore “ad hoc” tutto il mio contributo alla discussione relativa all’ambito professionale, lasciando a Pendodeliri il compito originario di gestire i rapporti informali con le molte persone che ho incontrato, online e offline, in questi ultimi anni.

Nel nuovo blog, in particolare, vorrei parlare del rapido cambiamento di prospettiva che il mondo della comunicazione aziendale si trova ad affrontare rispetto all’apparizione di strumenti (quelli che appartengono al cosiddetto Web 2.0) che offrono agli interlocutori delle aziende l’opportunità di rispondere punto per punto, in una vera e propria conversazione in tempo reale, a quei messaggi “corporate” che per anni sono stati inviati al pubblico senza l’aspettativa di una risposta, o quantomeno di una risposta che - a costi irrisori - può oggi, a certe condizioni, avere lo stesso impatto di una campagna tradizionale e multimilionaria.

Questa nuova prospettiva, e l’ovvio, epocale cambiamento culturale che essa comporta, determina una serie di issues e di opportunità. Nel caso delle issues, per un professionista aggiornato è imperdonabile far finta di niente, senza cercare di gestirle attraverso lo studio e l’interiorizzazione delle nuove regole di ingaggio. Nel caso delle opportunità è altrettanto imperdonabile chiamarsi fuori o peggio, adottare strumenti e pratiche obsolete nella speranza che siano ancora valide.

Il mio augurio è che questo spazio possa contribuire a un dibattito ancora molto serrato tra i professionisti della mia generazione e i molti, nuovi “evangelist” che a fatica provano a smuovere le acque in modo da rendere la transizione meno dolorosa (o magari anche proficua) per tutte le parti coinvolte nel processo.

Categorie: Senza categoria · media
Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , ,

Chiudi
Invia e-mail