Uno dei problemi che hanno i servizi di video sharing nell’affrontare il passaggio dal desktop al primo schermo è quello di adeguare l’interfaccia al mutato atteggiamento dell’utente. Davanti al computer, infatti, il nostro approccio è un “lean forward” (sporgersi in avanti verso lo schermo), per cui siamo portati a un elevato grado di interazione con il contenuto, e non ci costa più di tanto nè cercarlo (search), nè passare rapidamente da un video all’altro (browse), nè inserire preferenze (like) o commenti. Quando invece ci troviamo di fronte allo schermo del salotto la nostra esperienza è tipicamente “lean back”, cioè siamo svaccati sul divano e non ce la sentiamo di fare molto di più che premere tasti sul telecomando col preciso obiettivo di poter smettere di farlo, avendo trovato un “canale” che ci propinerà di sua iniziativa cose che ci aspettiamo che siano di nostro gradimento (discovery).
Nessuna applicazione di online video, sia tra i servizi veri e propri (YouTube, Vimeo…) sia tra i servizi di puro sharing o bookmarking (come Digg) era riuscito a proporre una applicazione “da divano” in grado di far quadrare il cerchio.
Con l’applicazione di Redux per Boxee, però, si scorge finalmente qualcosa di interessante all’orizzonte. Grazie ad essa, possiamo scegliere lo “stream” (sostanzialmente una playlist proposta in continuità) che più ci aggrada, composto dai video che via via gli utenti della community inseriscono nei vari canali, e poi smettere di interagire con il televisore. Ogni tanto faranno capolino i “like” e i commenti degli altri utenti, ma in sostanza è come avere a disposizione tanti canali tematici da tenere anche in sottofondo, senza una fruizione particolamente immersiva.
Nel mondo dei widget di servizi di video online per Set Top Box, Media Center, Console, e anche Connected TV non mi è difficile giocare un chip su questo tipo di applicazioni “rilassate”. Se è vero che ciò che ci attrae della coda lunga è l’avere di fronte quasi sempre quello che abbiamo cercato, è anche vero che - specialmente dal divano - cercare, selezionare e segmentare all’infinito è stressante, e finisce per costituire una attività che quasi si sovrappone alla fruizione del contenuto vero e proprio.
Per questo Redux per Boxee e i suoi emuli futuri (arriveranno, vedrete) hanno a mio modesto parere un futuro molto florido davanti a sè.
Aggiornamento dell’8.3.2010: su questo tema ho tenuto una presentazione alla tappa romana della Ignite Week. La copio qui sotto per i più curiosi.
Ieri sera sono stato ospite di altri due podcasters della prima ora, Franco Solerio e Carlo Becchi, per la seconda puntata di Digitalia, un talk show settimanale sui temi del Web 2.0 e al quale - bontà loro - avrò ancora modo di partecipare. Si è parlato del WorkingCapitalCamp di Catania, della strategia online di Obama, dell’alterco Gilioli-Carlucci, di censura distribuita e diritto d’autore, di simpatici gingilli come Bywifi e Boxee e di altro ancora. Il file MP3 in questione si può scaricare qui. Buon ascolto!
In questi primi giorni di utilizzo di Boxee, in cui ho scoperto funzionalità davvero interessanti (come il plugin “Lyrics” che trasforma Last Fm in una specie di karaoke) ho anche avuto modo di individuare qualche “segnale debole” sul tipo di contenuti che - per il momento - la Web TV sembra privilegiare, distinguendosi nettamente dai format proposti dalla TV Mainstream.
E’ indubbio, e non sono certo il primo a sostenerlo, che un video “on demand” per il fatto stesso di entrare in concorrenza con altri video immediatamente fruibili, nonchè “related”, non può durare più di 10 minuti. Ma non è una regola fissa. Come dimostrano le rubriche di Revision3 (a mio avviso tecnicamente una delle più interessanti esperienze di produzione video finalizzate alla fruizione via IP) se la “proposta” del format richiede un certo tipo di continuity, una conduzione, un certo grado di approfondimento, o quantomeno un percorso tra varie tematiche si può tranquillamente arrivare alla mezz’ora.
Quello che sorprende (e, in qualche modo inquieta) è che in prima battuta i format proposti da Revision3, ma anche da ON Networks e altri soggetti simili sono decisamente rivolti a un pubblico che - semplicisticamente - potremmo chiamare “geek”, ma che in realtà corrisponde al “couch geek”, vale a dire lo spettatore che ha sostituito alla passività della TV tradizionale la fruizione passiva di contenuti in cui può riconoscersi.
Ed ecco quindi un proliferare di studi televisivi che somigliano drammaticamente alla disordinata abitazione del geek, e in cui i conduttori hanno nel notebook una sorta di protesi ineludibile attaccata alle ginocchia. E che, come nel caso di Digg Nation - uno dei format più popolari - parlano per decine di minuti di “new & cool web things” a una telecamera fissa, andando sostanzialmente a riempire il vuoto sociale dello spettatore con una sua esatta replica a grandezza naturale (altri due geek sul divano). Se non vi sembra abbastanza triste, potrei aggiungere che in questo tipo di programma abbondano le ricette di cibi surgelati, panini junk, trucchi per rimorchiare le ragazze in biblioteca e tante altre dritte che la dicono lunga sul grado di autoreferenzialità di questo tipo di proposta televisiva.
Di qui l’ovvia domanda: perchè la Web TV non può ancora parlare al resto del mondo? Probabilmente perchè, per partire, progetti come Revision3 hanno dovuto tranquillizzare gli investitori con ritorni immediati, quelli che solo un certo tipo di pubblico poteva garantire in primissima battuta, senza contare il fatto che questo tipo di audience è facilmente rivendibile agli esperti di marketing come “influente” o addirittura “ambassador”. Per intenderci, la recensione di un prodotto e/o un servizio può facilmente essere parte integrante del modello di business, con tutte le conseguenze che possiamo facilmente immaginare.
Per concludere, quello che non si vede ancora all’orizzonte dell’indefinito panorama della Web TV è un giusto mezzo aristotelico tra il semplice utilizzo di Internet come piattaforma di distribuzione per contenuti pensati altrove (esempio: Rai.Tv, i cui meriti abbiamo già avuto modo di sottolineare) e la creazione di contenuti ad hoc che però risultano inevitabilmente appiattitti sulle esigenze del pubblico ad alta alfabetizzazione informatica. Tenendo fuori gli User Generated Content, per il momento esistono solo una TV “internet native” e una TV “internet immigrant”, entrambe - sotto il profilo dei format - troppo chiuse nei rispettivi mondi e poco disposte a prendere lezioni da chicchessia. Peccato.
I Media Center Software, vale a dire i programmi per portare i contenuti della rete sullo schermo del salotto, per un motivo o per l’altro finora non mi avevano mai convinto, pur essendo facile intuirne le potenzialità. Scartando a priori tutti i software a pagamento, per di più offerti in bundle con qualche “giardino murato” di contenuti in abbonamento, avevo testato vari programmi di questo tipo rilasciati con licenza freeware (e in alcuni casi anche Open Source), ma con scarsa soddisfazione.
La parte più delicata di questi progetti è infatti la capacità di includere plugin in grado di lavorare con le API dei principali servizi disponibili sul web (come You Tube, Joost, Hulu eccetera), in modo da permettere al pubblico di utilizzarli agevolmente, con una interfaccia coerente e user-friendly, dal divano di casa, con un semplice telecomando. E nessuno dei programmi finora disponibili era in grado di rispettare questo requisito.
Ora però, è uscito Boxee, un freeware (e anche Open Source) che promette davvero molto bene. Disponibile su MacOS, Linux e presto per Windows, è un Media Center che porta a casa la quasi totalità dei contenuti multimediali, anche in alta definizione, scaricabili dalla rete, compresi i torrent pubblici, servizi come Last.fm e Flickr, e naturalmente qualsiasi feed RSS a cui ci venga in mente di iscriverci.
Il tutto attraverso una interfaccia semplice e gradevole, facilmente accessibile con un qualsiasi telecomando a infrarossi, un accessorio in questo caso indispensabile, e rintracciabile a meno di 10 euro in qualsiasi online store di accessori per il PC.
E’ il segnale della svolta, e cioè di una Web Net TV finalmente aperta al grande pubblico, e quindi in grado di costituire una alternativa praticabile, gratuita, virtualmente infinita e on-demand alla TV digitale di flusso (via etere e/o via satellite)?
Difficile dirlo. Ma nei paesi che da sempre ci insegnano, con largo anticipo, dove i comportamenti del pubblico andranno a parare, alla luce di una altrettanto prevedibile evoluzione tecnologica, la “destinazione” di questo trend è inequivocabile: un pubblico sempre più ampio di persone ormai si aspetta di fruire i propri contenuti, cioè esattamente quelli scelti dall’utente e, nel momento, nel luogo e sul devicestabilito dall’utente. Possibilmente con tutte le applicazioni “Social” del caso.
Un Media Center come Boxee è un primo passo verso un pubblico “maturo” e “attivo anche dal divano” di questo tipo. Lo stesso pubblico che presto pretenderà di avere gli stessi contenuti sempre con sè, personalizzati all’inverosimile, magari sul telefono cellulare o comunque sul device che avrà sempre in tasca. E lasciando alla TV e alla radio di flusso la non trascurabile (ma comunque minoritaria) “nicchia” dei contenuti live, soprattutto notizie e sport.
Chi sarà in grado (e i primi che mi vengono in mente sono i grandi carrier di Telco, che oltre a gestire il canale di ritorno sono letteralmente seduti su una miniera di informazioni generate - consapevolmente o meno - dagli utenti attraverso le proprie scelte) di offrire una piattaforma di questo tipo, dove l’utente possa ritrovare sempre e ovunque tutti i propri contenuti a casa e nell’oggetto “tascabile” di cui sopra, avrà ottime possibilità di sfruttare tutte le sinergie tra social media, online advertising, e-commerce ecc. ecc. Con il privilegio di poter osservare da una posizione confortevole la naturale estinzione di vecchi arnesi come i Centri Media, l’Auditel, le telepromozioni e tutto il simpatico indotto che ha lobotomizzato il pubblico a partire dagli anni ‘80.
Boxee - tra le altre cose - promette presto di essere integrato in un “piece of hardware” che renda non necessaria l’installazione sul PC, ciò che ancora costituisce un ostacolo per la grande maggioranza dei potenziali utenti. Non sarei sorpreso di assistere, nel giro di qualche mese, a una versione Mobile, simile al glorioso Canola per il Nokia N800. E allora il cerchio potrebbe chiudersi anche prima del previsto, finendo per convincere anche molte persone tra quelle sedute nella stanza dei bottoni.
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