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L’esplosione dei microeventi e degli eventi seriali

24 Novembre 2009 · 9 commenti

stNon mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.

Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.

Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.

E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media GuruCapitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.

A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.

Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.

In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.

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E RetroGamingCamp sia…

26 Luglio 2009 · 7 commenti

pacEra un sonnacchioso pomeriggio dell’ultima domenica di maggio quando, in compagnia di Stefano Mizzella e Alessandro Nasini, davanti al solito bicchiere è saltata fuori l’idea di un BarCamp dedicato ai videogame della nostra adolescenza (ok, Stefano, nel tuo caso possiamo parlare di infanzia :)). Domani, nel corso di un primo kickoff organizzativo, l’idea dovrebbe prendere una qualche forma, e si potrebbe cominciare a parlare di logo, location (romana), data (verosimilmente nella prima decade di Gennaio 2010) e format.

Già, il format. L’idea di partenza sarebbe quella di strutturare il Camp su due livelli distinti:

  1. “La pancia”: in una serie di talk in cui, senza nessun particolare rigore espositivo ciascun camper inscena una live demo del proprio “classic” preferito, utilizzando per l’occasione il proprio vintage PC o, se necessario, un emulatore. Non si tratta tanto di descrivere il gioco in sè, quanto piuttosto la “somma dei significati” che quella esperienza ha avuto per ciascuno di noi, in un racconto debitamente calato nel contesto di quegli anni. Si parlerà, quindi, fatalmente, di anni ‘70 e ‘80, cercando di recuperare qualche fossile della cultura digitale che muoveva allora i suoi primi passi, e che ci avrebbe portato abbastanza lontano.
  2. La testa”: un “parterre des rois” di studiosi (sociologi, massmediologi, guru reali o autoproclamati) proveranno a ricostruire tutti i legami tra quell’epoca eroica e le culture digitali di oggi, in un primo ardito tentativo di costruire un mosaico socioantropologico di questo percorso. Perchè, come si direbbe in occasioni più seriose di questa, chi non ha memoria non ha futuro.

Troppo ambizioso? Non credo, a condizione di non prendersi troppo sul serio. I problemi principali, se si riescono a coinvolgere le “teste” e le “pance” giuste, sono come sempre di ordine pratico, quindi non sono affatto preoccupato. A presto per i dovuti aggiornamenti.

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Le parole sono importanti

27 Maggio 2009 · 2 commenti

User Generated Content, Cittadinanza Digitale, Libertà della Rete. Alla fine con Gigi Cogo si finisce sempre per parlare dei temi a noi cari, e la nostra chiaccherata all’ultimo Barcamp degli Innovatori della PA non poteva fare eccezione. Mi sono appena rivisto nel video di TheBlogTV, e sono giunto alla conclusione che in realtà di cose davvero significative ne ho dette solo due:

  1. Quando ho parlato di “educazione civica
  2. Quando ho parlato di “militanza“, sia online che offline

Sono due termini un pò polverosi, ma a mio parere più che mai utili e attuali per affrontare il tema della partecipazione attiva a ciò che è rimasto dei processi democratici in questo derelitto paese. Ha ragione Nanni Moretti: a volte le parole sono importanti.

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Un’aula nè sorda nè grigia

15 Maggio 2009 · 3 commenti

barcamp pa

Quando Gianluigi Cogo, solo un mese fa, nel corso di un barcollante aperitivo al Tribeca trovò un breve attimo di lucidità per lanciare l’allarme (”Ragazzi, abbiamo una sola sala e non ho idea di dove svolgere le sessioni simultanee”), nessuno tra i presenti ritenne di doversi preoccupare. “Tanto una soluzione la trova”, pensammo in molti, e giù un altro bicchiere di Sagrantino.Intanto però sia i partecipanti che i relatori crescevano a ritmo esponenziale. L’idea di collegare il Barcamp degli Innovatori al Forum PA cominciava a dare i suoi frutti, e mentre qualche personaggio eccentrico esternava multimedialmente le sue aspettative, nei bianchi padiglioni della nuova Fiera di Roma, vero e proprio monumento all’insostenibilità, cominciava a mettersi in moto la macchina di ben tre eventi-bubbone:

1) il già citato Forum della Pubblica Amministrazione, da sempre palcoscenico supremo di annunci roboanti del tipo “Guerra alla carta!”, “Dematerializziamo il dematerializzabile”, “Snellire, Snellire, Snellire!” fino al sommamente ridicolo “E’ l’era del delivery!” che lasciava presagire un impegno a non ripetere mai più la fiera in questione se le promesse non fossero state finalmente mantenute, ma tanto sappiamo come funzionano queste cose…

2) la neonata, nonostante nessuno ne sentisse l’esigenza, Omnicom Expo (esatto, si tratta della Fiera della Comunicazione e del Marketing, la cui sola esistenza causa crisi di nausea e incubi con pile interminabili di brochures)…

3) e infine, addirittura, gli Stati Generali delle Costruzioni, cui non ho avuto la fortuna di presenziare ma che è possibile immaginare come una assemblea di carpentieri riuniti intorno a un campo di pallacorda

Ecco, in tutto l’incubo logistico-organizzativo dei tre eventi-bubbone incrociati, tale da renderli singolarmente non fruibili, la prima riflessione riguarda proprio le fiere. In un’epoca in cui il valore delle relazioni, anche quelle commerciali, è massimizzato dall’uso della rete, che riduce al minimo indispensabile i vincoli spazio-temporali, viene davvero da chiedersi: perchè continuare a mettere in piedi questo inquinantissimo circo di cartapesta, con i suoi mille indotti e controindotti, le sue vernici tossiche, le sue montagne di cartone da buttare, i suoi parcheggi sconfinati, l’esercito di hostess vestite di improbabili uniformi, gli assurdi e interminabili tapis roulant, il grande lago salato degli sconfinati parcheggi a raso, per chiudere con la beffa delle frasi edificanti scritte sulle pareti del più tossico degli stand, quello del Ministero dell’Ambiente?

C’è davvero poco da commentare sui trend e sui controtrend. Di queste cinque giornate estenuanti ci rimarrà solo il senso del vincolo, di ciò che la rete ci ha abituato a disintermediare, dei mille ostacoli, delle mille barriere, da quelle comunicative a quelle architettoniche, che impediscono alle persone di entrare realmente in contatto e di scambiare idee. Con una sola nobilissima eccezione.

L’unica aula che non è sembrata sorda e grigia in questa assurda settimana di passione è stata proprio quella defilatissima sala F del padiglione 10 in cui Gigi Cogo ha stipato le tavole rotonde del Barcamp degli Innovatori della PA. Tutti insieme, dirigenti in carriera, tecnici, professori universitari, maestrine elementari, apocalittici e integrati,  visionari e “uomini del fare”, riuniti come al mercante in fiera per esplodere le proprie passioni e tramutarle in idee per il cambiamento. Per Gigi era davvero l’unica soluzione, ma alla fine la disposizione circolare si è rivelata l’uovo di colombo, ciò che davvero ha messo tutti alla pari. E il vecchio adagio “nessun relatore, tutti partecipanti” per una volta è apparso una realizzazione spontanea e concreta.

Mentre qualcuno ancora si affanna a cercare un “cappello istituzionale” per le dinamiche partecipative, mai come questa volta si è capito che la differenza la fanno le persone. Senza dimenticare la conversazione asincrona, che almeno in questo caso può continuare. Bravo Gigi, bravi tutti.

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Perchè Catania? Ecco perchè

30 Aprile 2009 · Nessun commento

Tra le prime domande che sono state rivolte ai relatori della plenaria introduttiva del Working Capital Camp, che si è tenuto ieri a Catania, ne spiccava una solo apparentemente banale: perchè proprio a Catania?

Ammetto che fino a ieri avrei avuto qualche difficoltà a dare una risposta. Ora ho le idee più chiare. Il punto è che Catania è una città incredibile. Piena di luce, di bellezza e di energia. La notizia è che per saperlo bisogna andarci, perchè questo bizzarro paese proietta della Sicilia e del sud una immagine evidentemente politicamente comoda, ma infinitamente lontana dalla realtà.

Per chi arriva dal piccolo mondo telecratico top-down, potrebbe essere una sopresa scoprire che a Catania c’è una splendida sede Universitaria ricavata da un riadattamento dello storico Monastero dei Benedettini. Una meraviglia architettonica, nel visitare la quale ho avuto in Davide Bennato un cicerone d’eccezione, di cui in Italia si sa pochissimo. Sarà forse perchè Skira dedicherebbe un volume a un tombino milanese ridisegnato da Gae Aulenti ma dei tesori del Sud forse è meglio non parlarne?

Ebbene, ai sudditi della suddetta telecrazia potrebbe suonare bizzarro che in questo straordinario scenario si è radunato, in una splendida e insperata giornata di sole (forse ad Elastic hanno pensato anche a questo, visto che curavano l’organizzazione) un piccolo esercito di aspiranti imprenditori. Un manipolo di speranzosi che magari avrà snocciolato idee buone e meno buone, ma con una passione e una vitalità del tutto sconosciute ad altre, più celebrate latitudini.

In questa sede non voglio parlare dei progetti, è il compito di altre persone ben più preparate di me. Mi limito a una semplice considerazione: troppe volte, parlando si nuove idee 2.0, si dimentica completamente l’immensa ricchezza del nostro territorio. In una parola, il grosso dell’idea si esaurisce nell’universo online. E in questo modo viene perso gran parte del suo potenziale.

L’Italia, dopo aver perso la scommessa industriale, e aver dato pessima prova di sè nel cosiddetto “terziario avanzato” (rivelatosi terreno privilegiato di peracottari di ogni foggia), oggi ha nel valore del proprio territorio e della propria cultura l’ultima ciambella di salvataggio, che potrebbe risparmiare ai nostri nipotini il destino di fare da giullari di una decadente disneyland per miliardari cinesi. Sto parlando di quella che - con qualche enfasi di troppo - viene definita l’economia della conoscenza.

Ma la conoscenza non è un patrimonio degli sviluppatori, dagli esperti di marketing, e meno che mai dei tanti e omnipresenti “fuffologi”. No, la conoscenza è un patrimonio delle persone che hanno una identità, una storia e un legame con il territorio. E mai come durante questa visita a Catania, terra straordinariamente ricca di questo “asset”, e straordinariamente sciagurata nel non sfruttarlo a dovere, tutto questo mi è apparso chiaro davanti agli occhi.

Si tratta solo di utilizzare i nuovi strumenti per far parlare il mondo con questa cultura e con questo territorio. La chiave è, ancora una volta, la disintermediazione, in particolare di quegli ostacoli naturali costituiti da chi ha presidiato questo tesoro fino ad ora, dilapidandolo e tenendolo al “riparo” dagli interlocutori “business-critical”.

E’ un’operazione che solo la punta avanzata dei giovani imprenditori locali ha i titoli per affontare con qualche speranza di successo. Finchè (pensiamo alla Sardegna) i profeti arriveranno da fuori, imponendo le loro regole e il loro modo di pensare non ci sarà da stare molto allegri. Il 2.0 è la massimizzazione del canale di ritorno. Se le idee vengono “dal basso”, è il territorio a governare il processo della loro trasformazione in business. E quando questo accadrà compiutamente, potremo finalmente ammirare i riflessi del sole su queste incredibili terre senza l’ormai consueto e malinconico groppo alla gola.

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Cosa mi aspetto dal BarCamp degli Innovatori della P.A.

14 Aprile 2009 · 3 commenti

Rispondo volentieri all’invito di Gianluigi Cogo, e declamo qui le mie aspettative per il Barcamp degli Innovatori della Pubblica Amministrazione, in programma alla Fiera di Roma il prossimo 13 Maggio :)

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Ecco cosa i BarCamp faranno da grandi

26 Gennaio 2009 · 9 commenti

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Un piovoso sabato mattina qualunque nel depresso quadrante nord-ovest della Capitale può sempre riservare qualche bella sorpresa. Come per esempio, scoprire che il KublaiCamp è stato un piccolo capolavoro organizzativo. Con una location perfettamente centrata, una buona gestione dei tempi e degli spazi, e un’ottima fruibilità, grazie allo streaming video, anche per chi non è riuscito a intervenire di persona.

L’unica perplessità riguarda proprio la scelta del vincitore. Se davvero l’intenzione era quella di premiare il progetto più “costruttivo” per la promozione del territorio, non si vede come CriticalCity (che ho testato oggi pomeriggio) possa essere considerato qualcosa di più di una specie di caccia al tesoro multimediale. Ed è un vero peccato, perchè l’idea, e anche la sua realizzazione, arriva a dieci metri da un traguardo molto significativo: quello di incidere davvero sul territorio con azioni utili, e non meramente narrative o decorative. Mentre i “fotoracconti” e le “missioni” di Critical City sono infatti già ampiamente disponibili su social network preesistenti e ben più “abitati”, come Facebook, Flickr e YouTube, non sarebbe stato male, invece,finalizzare questo strumento alla realizzazione di azioni di volontariato, come il riciclaggio di materiali, la pulizia di una strada, le attività per gli anziani soli, insomma tutte quelle belle cose, magari più banali, ma di cui una grande città ha drammaticamente bisogno.

Se andiamo a scoprire i “pallini” che localizzano gli utenti, appare inoltre evidente che l’iniziativa ha un carattere decisamente “milanocentrico”, ciò che stride un po’ con le finalità dichiarate del concorso. Un progetto che - peraltro - sembra fatto apposta per vincere, per come è stato sapientemente presentato e comunicato nella community di Kublai.

Personalmente, avrei premiato - piuttosto - il progetto delle audioguide distribuite della Val di Noto, che senza lanciare il fumo negli occhi del mashup geotaggato proponeva un’idea semplice, efficace e “funzionalmente creativa”. Oppure il geniale ning OnYourWay di Andrea Costa, dedicato all’ottimizzazione dei trasporti. Ma è solo un’opinione.

Tra i talk più interessanti, ancora una volta devo spendermi a favore di Antonio Tombolini, che ci ha illustrato con la consueta maestria le potenzialità dell’E-paper nei processi deliberativi.

Meno convincente la conclusione di un affascinante tuttologo (di cui non ricordo il nome) che ha impartito l’estrema unzione alla formula del BarCamp (senza peraltro indicare una alternativa), rammaricandosi del fatto che le idee italiane risiedano su server americani (imperdonabile!) e proponendo come antidoto la creazione di social network territoriali. Tutti da ripopolare, naturalmente: auguri.

Scherzi a parte, semmai questo evento ha dimostrato, come già avvenne con il DemCamp, che la modalità della non-conferenza si presta molto bene alla realizzazione di fini istituzionali. Il BarCamp è sempre più un mezzo e sempre meno un fine, e di questo possiamo cominciare a rallegrarci senza sentirci in colpa.

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