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Digitale Terrestre: d’accordo, niente è più come prima. Però non in quel senso…

29 Gennaio 2009 · 12 commenti

digitale terrestreSono ormai abbastanza allenato ad ascoltare le conferenze istituzionali sul futuro della tecnologia. Credevo quindi di essere pronto al peggio quando ho pazientemente cominciato ad ascoltare la registrazione della Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre, presentata da Bruno Vespa e significativamente sottotitolata “Niente è più come prima”.

Ma stavolta mi è bastata la prima ora di convegno per raggiungere il punto di saturazione. Questi signori stanno parlando di qualcosa che nasce morto in partenza.

Il digitale terrestre, che in Italia è servito solo a salvare Retequattro, sarebbe perdente anche (e non è il caso nostro) se fosse sfruttata bene. E per un motivo molto semplice: è una TV di flusso. E la TV di flusso è destinata a sopravvivere solo per le notizie, lo sport e gli eventi live. E se queste tre “killer application” erano finora sufficienti a giustificare gli alti costi di gestione della TV di flusso, con il crescere di una sempre più ricca e aggressiva offerta On Demand, che trova nel protocollo IP la piattaforma più efficiente, essa è destinata magari non a soccombere ma a diventare un prodotto di nicchia. E dato che il digitale terrestre, proprio come il satellite e l’etere analogico non può che essere una tv di flusso, faranno tutti la stessa fine, come è ovvio che sia con un pubblico che vuole avere sempre più il controllo del contenuto e non si accontenta più di vedere cosa passa il convento.

In sostanza, dopo che la TV degli anni ‘50 ha plasmato un popolo, costringendolo a vedere quello che passava il convento, e che la TV degli anni ‘80 lo ha telecomandato permettendogli di scegliere cosa passavano ben 6 conventi diversi, per questi signori il punto d’arrivo sarebbe poter scegliere tra centinaia di conventi. O col satellite, ma a pagamento, visto che si tratta di consumatori consapevoli di reddito medio-alto ma non catechizzabili con la pubblicità; Oppure gratis, col digitale terrestre appunto, visto che (nei loro deliri di onnipotenza) sarebbe ancora possibile continuare a decidere i percorsi del pubblico nei supermercati, manco fossero i cani di Pavlov. L’importante, in ogni caso, è che il controllo del contenuto rimanga dalla parte dei broadcasters. Ma - e per fortuna, aggiungo io - le cose stanno diversamente.

Non solo i contenuti sono destinati ad essere integralmente controllati dagli utenti, che potranno stabilire quando, come, dove e quante volte fruirne in piena libertà. Quello di cui non ci si accorge, e che appare ancora più evidente oggi, con la presentazione dei dati dell’Osservatorio Multicanalità di AC Nielsen, è soprattutto che una crescente massa di ex-telespettatori è già ben oltre oltre il ruolo di “consumatore consapevole” ed è diventata un nuovo segmento, i cosiddetti “Reloaded“, e cioè coloro il cui processo di acquisto passa per una grande varietà di canali, e per i quali il ruolo della televisione è sempre meno importante.

Non credo ci vorrà poi troppo per far capire ai “padroni del vapore” che, prima di preoccuparsi troppo del ROI dell’advertising su Internet (o meglio, su tutti i contenuti che viaggiano su IP) occorre porsi qualche seria domanda sulla sostenibilità del modello di business attuale: da un lato le entrate pubblicitarie, attraverso i centri media; dall’altro gli altissimi costi infrastrutturali per un tipo di contatto infinitamente meno efficace nel processo d’acquisto. Senza dimenticare che nessuno può dare per scontato che la raccolto pubblicitaria sia ancora al centro dei modelli del futuro, ma questo è un altro discorso.

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