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La Consumer Electronics indirizza l’Hype, non il mercato

30 Luglio 2010 · 1 commento

3dComplice il successo planetario di oggetti mirabolanti come l’iPhone e l’iPad, oggi in qualsiasi chiaccherata tra addetti ai lavori è molto facile dare per scontato che sia l’industria dell’elettronica di consumo a determinare i trend d’uso e di conseguenza l’evoluzione del mercato dell’ICT. A un livello più profondo, tra gli strateghi del settore sono in molti a credere che il vero e proprio “kickstart” parta dall’evoluzione dei chipset, che sarebbe addirittura in grado di indirizzare, in ultima istanza, i comportamenti dei clienti.

Personalmente, ho sempre creduto che i consumatori siano molto meno “ormonali” e governabili di quanto si creda, mentre siano piuttosto le aziende, soprattutto copiandosi tra loro, a cadere vittima di riflessi pavloviani. Se alcune grandi major cinematografiche si buttano nel 3D, alcuni grandi marchi di televisori fanno a gara per corrergli dietro, investendo milioni di euro in ricerca, sviluppo e infine marketing. Così come in Sony fu facile, negli anni ‘90, vendere internamente l’idea fallimentare dei CD anticopia, oggi i produttori di flatscreen TV sono convinti di poter superare i lunghi cicli di sostituzione dei loro schermi vendendoci la televisione in 3D. Eppure è evidente, anche confrontando le previsioni di diversi analisti, che sarà la Net Enabled TV, e non il 3D la killer application del futuro.

E allora come può spiegarsi questo grande hype sul 3D cavalcato dai brand principali della Consumer Electronics? Il punto è che non solo per questa industria è difficile ammettere che una “esternalità” del loro ecosistema (lo sviluppo della televisione via internet) possa introdurre nuove variabili difficili da governare -  e questo potremmo chiamarlo “l’ostacolo culturale” - ma soprattutto non bisogna dimenticare gli intrecci societari tra alcune di queste aziende e il mondo della produzione e della distribuzione “tradizionale” di contenuti. E se persino Apple, come ha dimostrato la vicenda dell’iPhone 4, vede scricchiolare l’inossidabilità del proprio marchio, principale asset dell’azienda di Cupertino, potremmo presto assistere a una nuova stagione dell’elettronica di consumo, magari più umile e più attenta a quello che succede al di fuori dalle proprie mura.

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Con l’HD e il 3D il mainstream si avvale della facoltà di non rispondere

3 Febbraio 2010 · 3 commenti

3d Ormai da qualche anno il mondo delle major, dei blockbuster, dei grandi media mainstream verticalmente integrati si trova di fronte al dilemma di come rispondere alla sfida dei contenuti prodotti al di fuori dalle regole e dalle logiche industriali. E non parliamo, si badi bene, degli User Generated Content, ma di tutti quei fenomeni laterali che tendono ad esplorare le opportunità, anche di business, derivanti dai nuovi modelli di distribuzione.

In quest’area, le ultime eloquenti novità sono YouTube che offre il noleggio dei film del SunDance Festival, intere reti televisive che si affidano ancora a YouTube come canale privilegiato per la propria offerta on demand, l’uscita della Beta Pubblica di Boxee, ormai anche disponibile in set top box, per non parlare della vera e propria esplosione della creatività prosumer su Vimeo, anche spinta in modalità crowdsourcing dalle iniziative promosse da alcune aziende del settore.

Ebbene, dando una rapida occhiata alle mosse da parte dei media tradizionali, è facile riscontrare che la loro prima risposta è stata la decisione di ritardare questa “resa dei conti” con iniziative che tendono a creare, magari sfruttando le nuove tecnologie, le condizioni per continuare a condurre il proprio business esattamente con il modello che ha imperato per decenni. In sostanza, il mondo mainstream sembra volere avvalersi della facoltà di non rispondere.

Gli esempi sono facili: il video online può ormai sbarcare liberamente sui televisori del salotto? E allora i broadcaster impacchettano alcuni contenuti del web, possibilmente poco minacciosi, su decoder ibridi ma rigidamente controllati, e  su cui figura in bella vista il loro bollino certificatore.

Internet permette di trasmettere facilmente qualsiasi canale televisivo? I broadcaster abbracciano in massa l’alta definizione, a cui sul web possono accedere solo gli utenti di fascia alta (ma ancora per poco).

Netflix e iTunes permettono di noleggiare film senza muoversi dal divano, a prezzi competitivi? L’industria cinematografica firma una santa alleanza con la distribuzione nelle sale per il 3D, facendo finta di non sapere che anche questa tecnologia sarà presto facilmente replicabile anche a casa, con i film scaricati (legalmente o illegalmente) da Internet.

Insomma, la sensazione è che l’unica strategia che gli ex “padroni del vapore” multimediale sembrano capire è la ripetizione, a “disco rotto”, del celebre refrain “tout va bien, madame la marquise”.

Il punto è che l’evoluzione della tecnologia coglie solo uno degli aspetti del cambiamento. Prendiamo il pluricelebrato Avatar. Bene, potremmo definirlo il miglior film che sia possibile realizzare nel 2010, data l’evoluzione delle tecnologie di produzione, e considerato il vincolo di non fare annoiare per quasi 3 ore delle persone che hanno pagato 9 euro per trovarsi a una data ora in una certa sala. Il che comporta UN CERTO tipo di storia, UN CERTO numero di distruzioni ed esplosioni, UN CERTO tipo di messaggi rassicuranti trasversali, nonchè l’assecondamento di ALCUNE mode senza ovviamente infastidire ALCUNI stakeholders che hanno investito nel progetto.

Il web (e a questo proposito invito ancora a dare un occhiata nel tesoro di Vimeo, a titolo esemplificativo) permette agli autori multimediali una vera indipendenza, che non è solo dal vincolo finanziario, ma anche e soprattutto in termini di libertà d’espressione e diversità dei linguaggi. E il principio si applica facilmente anche alla musica e alle notizie, che sono altrettante pietre angolari del nostro sistema di omologazione del consenso e dei costumi. E’ questo, soprattutto questo che sta cambiando: la tecnologia viene solo dopo.

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