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Le micro web-tv e il sospetto del riflesso condizionato

16 Marzo 2010 · 2 commenti

tAppena reduce dalla presentazione del libro di Giampaolo Colletti “Le tv fai da web”, vengo assalito da un dubbio. E se questa esplosione delle micro web-tv (condominiali, di quartiere, comunitarie, universitarie, legate a specifiche istanze o gruppi di interesse…) non fosse altro che un riflesso condizionato, rispetto a una cultura che ha imposto negli anni “la televisione” come mezzo di comunicazione privilegiato - anzi - obbligato?

E’ un sospetto che nasce nella parte più maliziosa e disincantata della mia anima di osservatore dell’evoluzione (involuzione?) comunicativa del paese. Ma è un sospetto legittimo: per decenni la comunicazione, in Italia, non è stato uno strumento di democrazia, ma una scorciatoia. Dato che i gruppi di potere avevano bisogno di consenso, era più facile raccontare un paese migliore di quello che fosse piuttosto che cercare di farlo diventare tale. La televisione, per la sua capacità di esercitare le leve emotive, si è rivelata lo strumento ideale per imboccare questa scorciatoia, che ha di fatto svuotato di contenuti la nostra democrazia.

E’ così che siamo diventati, tra i paesi dell’Occidente avanzato, quello dove si leggono meno i giornali, e oggi quello con la più bassa penetrazione di internet. Non c’è dunque da stupirsi se dei tanti usi informativi e democratici che si potevano fare di internet, nel nostro paese, non si è scelto - come reazione - di adottare quelli “a due vie”: ha infatti prevalso - appunto - il nostro riflesso condizionato, quello di reagire con “la televisione fai da web”. E cioè una televisione che in larga misura ha mutuato format, linguaggi, modalità di fruizione (resiste l’ossessione del palinsesto e della tv di flusso)  dalla tv tradizionale, limitandosi nella sostanza a disintermediare la capacità trasmissiva.  Si è reagito alla gestione monopolistica di uno strumento a una via con una parcellizzazione dello stesso strumento a una via: largamente sottoutilizzate sono infatti, nelle esperienze offerte dal panorama delle microweb tv italiane, le funzioni tipiche della web tv che permettono una continua interazione con i fruitori (chat, collegamenti skype, commenti, raccomandazioni, RSS, social tagging, partecipazione mediante UGC…), nonchè la condivisione dei contenuti tra fruitore e fruitore (e cioè la viralità), tutti elementi che caratterizzano il modo in cui il web ha cambiato e sta ancora cambiando la televisione lontano dai nostri confini. La “socialità” della nuova tv e l’aggregazione trasversale attraverso interessi verticali e determinano infatti un mutamento fisiologico dei linguaggi e dei contenuti stessi.

E’ una occasione perduta, perchè è proprio sfuggendo alla logica e ai meccanismi narrativi della tv che ci ha condizionato per tanti anni, sperimentando nuovi linguaggi e liberandoci una volta per tutte dall’ossessione di controllare un palinsesto di flusso (a organizzarlo, se proprio è necessario, ci pensano gli utenti stessi) che si può fare della micro web tv uno strumento in grado di “fare massa critica”, cambiando l’angolazione del nostro sguardo sulla realtà. Finchè avremo talk show, reality, tg, quiz e altre amenità di questo tipo continueremo a fare il gioco di chi ha stabilito, prima ancora di raccontarci una storia, a quale tipo di emozioni abbiamo diritto. Senza dimenticare che la TV è solo uno dei tanti modi di raccontare una storia. E internet ce lo insegna ogni giorno.

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Online video: nuovi modelli di distribuzione, nuovi modelli di business

11 Dicembre 2009 · 4 commenti

L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.

In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.

Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).

L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.

L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.

Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.

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Il fascino discreto di Ubuntu

28 Ottobre 2009 · 15 commenti

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Sabato scorso sono stato al Linux Day. No, non sto per lanciarmi nel solito racconto supponente e caricaturale di chi ha già pronto in canna il paragone con il raduno degli harlisti. Perchè Linux e l’intera filosofia dell’Open Source sono una cosa molto seria, e lo sappiamo da anni. Per spiegare perchè basti ricordare una cosa: con una delle centinaia di distribuzioni Linux oggi metà dei computer che giacciono nelle discariche funzionerebbero egregiamente in una scuola del terzo mondo. Molto meno inquinamento, molta più istruzione.

Ma queste cose andrebbero spiegate a Brunetta e alla Gelmini, non ai lettori di questo blog che le sanno benissimo, e ai quali vorrei invece consigliare un semplice esercizio. Provate Ubuntu 9.04, almeno la versione live, quella che rimane sulla chiavetta e non cambia una virgola del vostro PC.

La cosa che mi affascina di Ubuntu è l’interfaccia, quasi un monumento alla “Good Enough Revolution” di cui ha parlato David Weinberger alle ultime Venice Sessions. Su Ubuntu non incontrerete mai personaggi molesti come “l’assistente di Office“, semplicemente perchè non ne avrete mai bisogno. Non vi chiederete mai dove sono le applicazioni e i documenti: le prime sono sempre a sinistra, i secondi sempre a destra. E quando vi stuferete, potrete cambiare tutto, ma di vostra iniziativa, non perchè “qualcuno” ve lo ha suggerito. E a proposito di applicazioni, queste non si trovano in uno “store” a pagamento, ma in un posto dove crescono e migliorano perchè c’è sempre qualcuno che “passa e semina”, così voi passerete e raccoglierete i frutti. In cambio, è richiesto (non obbligatorio, ma auspicato), un minimo di feedback sulla community, in cui dite cosa non va e cosa vorreste migliorare, e magari un po’ di evangelism, che è quello che sto facendo in questo momento.

Ovviamente non si tratta di un paradiso terrestre. Anche se negli anni sono stati superati i principali problemi di supporto ai driver per le periferiche, alcune cose ancora non vanno come potrebbero. Ma il più delle volte è colpa d’altri: Adobe, per dirne una, non ha ancora sviluppato una versione decente di Flash per Linux, che riesce a battere persino la sua lentezza su Windows, nonostante un kernel molto più efficiente.

Ma è una questione di feeling. Su Ubuntu non hai mai la sensazione di qualcosa che funziona perchè ti è stato venduto, funziona perchè deve funzionare e basta. Mai neanche l’ombra di un lock-in. Mai una funzionalità inutile. Mai una presa in giro della tua intelligenza. Mai un orpello di troppo. E se qualcosa non funziona non è mai per negligenza, o perchè quella funzionalità non ha un appeal commerciale: semplicemente, non è ancora passato “il seminatore”.

E soprattutto non c’è nulla di autoreferenziale, nulla di ostentato, con la nobile eccezione dell’omnipresente pinguino Tux protagonista di quasi tutti i giochi, di tutte le suite educative, e del pluripremiato programma di pittura che mia figlia 6enne ormai padroneggia con la sicurezza di Kandinski. Non c’è niente da dire: Ubuntu merita almeno il dual boot, e solo se (come nel mio caso) dovete convivere con applicativi aziendali e reti virtuali corporate, per le quali Windows diventa un male necessario.

Chiudo con un altro consiglio: se state per buttare un PC, ed è almeno un Pentium con una connessione LAN, non fatelo. Piuttosto, installateci una di queste vecchie distribuzioni di Linux, e donatelo alla vostra scuola. I ragazzi potranno navigarci più velocemente che con un XP con un anno di vita. Molto più utile che accompagnare una vecchietta ad attraversare la strada.

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Venice Sessions: il futuro dei Media tra giganti e newcomers

22 Ottobre 2009 · 2 commenti

nicola greco e luca de biase

Non ero mai stato, nonostante il mio badge rosso già abbastanza consumato, alle Venice Sessions. Questa volta non ho resistito, dato che il tema “Il futuro dei Media nell’era digitale” abbraccia quasi tutte le cose di cui mi interesso da un decennio a questa parte.

E devo dire che non sono stato deluso: perfetta l’organizzazione, splendida la location, bello il “clima” tra i partecipanti (come al solito mi hanno dovuto presentare i colleghi, mentre conoscevo già quasi tutti gli altri) , e anche un interessante mix - tra prestigiosi giganti e misconosciuti newcomers - nella composizione del panel dei relatori.  Il newcomer per eccellenza è stato il 16enne Nicola Greco, che ho suggerito agli organizzatori semplicemente perchè racchiude in sè l’essenza del nativo digitale oltre a una debordante dose di talento. E alla fine, come prevedibile, la star è stata proprio lui, nonostante la presenza di visionari incommensurabili come David Weinberger e di personaggi pressochè onnipotenti come Martin Sorrell, big boss di WPP.

Il resto della giornata è trascorso, come ben racconta nella sua cronaca Luca Chittaro, tra le suggestioni del filosofo Maurizio Ferraris (”YouTube è una grande cimitero video di persone morte”) e le criticatissime frenate di Giuseppe Vita,  Presidente del Gruppo Editoriale Springer, sul giornalismo partecipativo (”Il problema delle notizie su internet è la loro affidabilità”). Su YouTube verrebbe da dire “meno male che qualcuno ci ha pensato”, visto che molti ampex delle teche Rai, nonostante gli sforzi di Renzo Arbore e di Barbara Scaramucci continuano a marcire nei sottoscala di Saxa Rubra. Sulla credibilità del giornalismo vecchio e nuovo inutile commentare, dato che ci siamo già ampiamente spesi ben prima della pronta replica (e del bel post dell’altroieri) di Luca Sofri.

Mi è piaciuta molto (i disclaimer del caso sono nella pagina “l’autore“) anche l’introduzione dei lavori ad opera del “Capo del mio Capo del mio Capo“.  In particolare, mi sono ritrovato al 100% nella sua descrizione della strategia Media del Gruppo Telecom Italia, e del suo inserimento nel contesto dei modelli comportamentali emergenti. In una azienda di queste dimensioni trovare una rispondenza del lavoro quotidiano nelle parole del vertice ha risvolti motivazionali non trascurabili.

E infine ho trovato di grande interesse l’intervento di Donatella della Ratta, che ha dato un respiro esotico alla discussione raccontandoci cosa sta succedendo nell’universo mediatico mediorientale, con logiche che a noi occidentali possono sfuggire per una corretta interpretazione dei fatti e delle pratiche di quella parte del mondo, così cruciale negli equilibri globali dei nostri giorni.

Insomma una giornata preziosa, in una Venezia soggettivamente inedita (cioè soleggiata) per chi scrive, con tanti spunti e tanti incontri con persone un po’ speciali. Ora proviamo a lasciar sedimentare le cose ascoltate, e a vedere cosa ne viene fuori.

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Fault Art: la fantasia dell’errore

16 Ottobre 2009 · Nessun commento

Guardate questo espisodio di RocketBoom: è la storia di come un “bug” di un videogame giapponese è diventato prima una forma d’arte (una danza, per la precisione) poi un fenomeno virale di proporzioni globali.

C’era una volta un’epoca (felice?) in cui l’arte e la tecnologia si guardavano più o meno in cagnesco, anche per un evidente ruolo di sudditanza della seconda rispetto alla prima. Le “tecniche” potevano al massimo essere al servizio dell’arte, e non viceversa.

E adesso? Di fatto, l’avvento della Media Art prima, e della New Media Art poi, non ha cambiato granchè le cose. C’è però uno sviluppo imprevisto, di tutt’altra natura. Questo sviluppo si colloca in uno strano interstizio, tra arte e tecnologia, in un’area che potremmo chiamare “Fault”.

Dove per “Fault” non si intende il malfunzionamento dell’oggetto tecnologico, e nemmeno un suo uso improprio (”hack”) - ma ragionato - dello stesso. Si intende, semmai, una risposta inattesa di una macchina a seguito di una interazione casuale con l’uomo. Inattesa ma tecnicamente prevedibile, e anche (a posteriori) riproducibile e programmabile. Quindi - ovviamente - non estrosa o fantasiosa (una macchina è sprovvista di “estro”) ma comunque arricchita dall’illusione di una sua qualche imprevedibilità.

Nel caso di Get Down (Geddam) la Fault Art nasce da un “pezzo di RAM” che rimane nella console, facendo ballare i personaggi del videogame in un modo che poi gli umani hanno reso riproducibile solo grazie al video editing, e in particolare con le tecniche di stop-motion. Ma non è il solo esempio: per anni sono stato intrigato dalle straordinarie creazioni (apparentemente casuali) delle code di stampa spezzate e interrotte: una cascata di fogli con caratteri enormi e bizzarri, figure inquiete che quasi violentano il toner, con un linguaggio segnico degno del miglior Capogrossi.

E che dire dell’incapacità degli algoritmi di decompressione, in particolari condizioni (per esempio un temporale, quando guardiamo la Tv satellitare) e del loro inquietante e al tempo stesso affascinante tentativo di correggere gli errori per riprodurre la realtà, o meglio una sua accettabile e soggettiva approssimazione?

C’è che ne ha tirato fuori uno splendido libro. Che - a mio parere - è solo l’inizio di un discorso molto lungo, ma molto meno noioso di questo post.

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La sfortuna di Berlusconi

9 Ottobre 2009 · Nessun commento

bMolti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente -  sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.

Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:

  1. è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
  2. è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
  3. rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità

Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.

La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.

Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.

Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.

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La città è un dialogo intimo

11 Settembre 2009 · 11 commenti

gazometroUna frase con più di dieci parole è troppo lunga. Un video di più di 30 secondi stufa. E anche a un evento interessante, come “Capitale Digitale” di ieri, ci si va per ascoltare il primo minuto, poi tutti a chattare su smartphone, netbook, a telefonare, ad aspettare il rompete le righe, tanto abbiamo marcato il territorio, domani rivedremo le nostre facce su Flickr, e soprattutto c’è il “dopo”, tutti insieme al ristorante, davanti a una generosa porzione di cacio e pepe. In cui parleremo male degli assenti, ma tratteremo peggio i presenti, non per cattiveria ma per segnalare agli altri che siamo così in confidenza, ci vogliamo così bene, da potercelo permettere. Un “dopo” in cui non ci azzarderemo mai ad approfondire alcunchè, ma ci culleremo in un consolatorio cazzeggio a oltranza, che poi è l’unico antidoto rispetto al rischio che il nostro interlocutore, al minimo discorso serio che non lo riguardi direttamente, faccia zapping e via, se n’è già andato.

E così si naviga a vista, in un eterno “horror vacui” che è peggio del vuoto e del silenzio, ma non privo di senso. E’ che il “senso” è ancora una volta, come all’inizio del secolo scorso, una eterna catarsi, un eterno nascere e al contempo morire, di qualsiasi discorso, di qualsiasi vero dialogo.

E allora cosa ci rimane, se vogliamo ancora conversare? Forse ci rimane la città. Con la città possiamo ancora parlare, confessarci, arrabbiarci senza preoccuparci dell’effetto sulle “terze parti”. Perchè quello con la città è un dialogo intimo. Una città dice una cosa diversa ad ognuno di noi. A me, dopo anni di spostamenti coatti al seguito dei genitori, Roma disse, circa venticinque anni fa, che per quanto la riguardava, uno più uno meno non faceva troppa differenza, e che non c’era bisogno di dettarmi le regole, perchè le avrei imparate a mie spese.

Aveva ragione: presto imparai che Roma, escluso il centro (che fa storia a sè)  è una città a compartimenti stagni. Per semplificare, la divisi in 4 quadranti:

  • Nord-Ovest, la città immobile, e felice di esserlo
  • Nord-Est, la città immobile, e quello è il problema maggiore
  • Sud-Est, la città immobile, ma quello è il problema minore
  • Sud-Ovest, la città che oltre al danno di essere immobile, soffre la beffa di poter vedere una irraggiungibile via d’uscita

Imparai poi che era possibile spostarsi tra i quadranti studiando accuratamente le abitudini e gli orari degli automobilisti, in quanto in certe ore del giorno certi luoghi sono semplicemente inaccessibili, quindi è come se non esistessero. Imparai quindi “la città a scacchi”, che fu poi integrata da una sommaria conoscenza dei principali intinerari tangenziali, radiali, anulari intorno ai quali per anni hanno sfilato quartieri “di facciata”, che non ho mai esplorato, come fossero semplici “textures” di qualche videogioco in 3d. Eppure anche dietro quelle “textures” a volte si nascondono dei veri tesori, come l’incredibile gelateria “Cristalli di Zucchero” nascosta in una delle fitte strade che costeggiano Viale dei Colli Portuensi, e che ho potuto scoprire solo grazie a un “uomo di quel quartiere“.

Per conoscere veramente i “pezzi” di città in cui non si risiede o si lavora occorre dunque avere un legame personale con qualcuno che “ci si ritrova” e deve anche lui scendere a patti con il complesso dei problemi e delle opportunità del “suo” territorio. Per conoscere il Torrino, la città dei nuovi professionisti, ho avuto bisogno di persone come Paolo e Pierpa. Per conoscere Cinecittà e il Tuscolano, con le sue peculiarissime e tribali logiche sociali, ho dovuto passare attraverso le forche caudine di un lungo fidanzamento in una fase di piena immaturità ormonale. Prima ancora ho conosciuto il “fatato” mondo dei Parioli, frequentando un liceo da nuovi ricchi, e qui le virgolette dicono più di mille parole. E molto più tardi ho scoperto l’impalpabile mondo postindustriale dell’Ostiense e i suoi forzati del co-working creativo (e dell’aperitivo) per il semplice fatto di costituire, per me, e solo per me, il “quartiere pausa”di un lungo viaggio quotidiano sui mezzi pubblici.

La città racconta una cosa diversa a ciascuno di noi. Si adatta alle nostre vite, e ha con noi un dialogo costante e personalissimo. La Garbatella, che non ho mai vissuto, ma che ho sempre sfiorato, mi racconta la sua voglia di essere ancora “paese”. L’Eur, che continuo a incrociare spesso per motivi di lavoro, mi racconta ogni volta il suo essere una città-sogno, un sogno che non si avvererà mai. Vigna Clara, che ho lambito per tre anni dalla mia minuscola casa da single a Ponte Milvio, serve a ricordarmi che per molti l’apparenza non serve a ingannare, ma può essere elevata a una ragione di vita.  L’Esquilino, dove ho vissuto per un anno in compagnia di un paio di simpatici scarafaggi, è una sorta di videogame interrazziale in cui ogni tanto un popolo conquista il dominio a scapito degli altri, ridipingendo i palazzi, imponendo gli odori e stabilendo la lingua ufficiale attraverso le insegne dei negozi.

Poi i luoghi di lavoro: la Magliana, palazzi che galleggiano torvi su una campagna dura a morire (e infatti regna ancora il brigantaggio, specie nei business center); l’Aurelio, il quartiere “a due velocità”, una specie di grande acquasantiera che vive di regole proprie, e dove tutto l’ecosistema “play” si sovrappone a un altro ecosistema “slow motion”, semiospedaliero e interstiziale, ma dalla radici solidissime e inestricabili. E infine Olgiatraz, forse la metafora perfetta del fallimento di qualsiasi prospettiva sociale: un luogo dove alcune persone hanno deciso di rinchiudersi perchè ritengono che il mondo sia un luogo orribile, praticamente la soluzione ideale per chi non ha le palle per suicidarsi.

Ogni pezzo di città, con le sue logiche, ci spiega cosa allontana e cosa tiene unite le persone di fronte a problemi e opportunità reali, o - se preferite - offline. Per questo la città è una impagabile “maestra” nel ricordarci le vere regole del dialogo e della conversazione. Se poi diventa anche digitale tanto meglio, ma non c’è fretta.

[foto di Purple Red]

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Wired, vorrei ma (per ora) non posso

29 Marzo 2009 · Nessun commento

Di ritorno da una settimana di vacanza, trovo nella casella della “snail mail” il secondo numero di Wired. Il primo si è perso nei meandri della non efficientissima spedizione per abbonamento postale, ma ero riuscito in qualche modo a leggerlo di straforo quasi per intero.

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Penso che i temi siano maturi per qualche prima impressione su questa rivista, che aveva sollevato aspettative notevoli, spesso in contrasto tra loro.

Ed è proprio questo il punto: la versione italiana di Wired non può accontentare tutti. Nè i puristi, che si aspettavano una rigorosissima localizzazione della rivista americana, nè il pubblico più ampio, che magari avrebbe voluto una rivista sull’innovazione “cool”. Per non parlare del “popolo dei blog” che sotto sotto sperava di trovare una rivista che parlasse dei blogger e degli altri personaggi più o meno in vista online e offline tra blogfest, barcamp, girl geek dinner, eccetera eccetera.

Il problema è che nessuna di queste scelte era sostenibile, da sola, per il modello di business di una rivista cartacea tipicamente ad/subscription based. Il clima libero e frizzante della discussione di alto profilo in rete semplicemente non è riproducibile senza scontentare gli inserzionisti, da sempre spaventati dell’impatto del “colto” sulla massa dei neofiti. La rivista semplicemente “newcool” avrebbe trovato sulla sua strada troppi e già agguerriti concorrenti. Insomma, un inno al “vorrei ma non posso”.

Alla fine, schiacciata dalle troppe aspettative (”tirate per la giacchetta”, si sarebbe detto un tempo) la creatura di Riccardo Luna tenta una via di fuga, di fatto l’unica davvero praticabile, giocandosi tutto sul filo conduttore delle idee per il futuro. E, paradossalmente, lo fa disintermediando il Web, che infatti risulta tutt’altro che al centro della discussione: sintomatica, a tal proposito, la scelta di Rita Levi Montalcini sulla copertina del primo fascicolo.

L’operazione poteva anche riuscire, a patto di conquistarsi fin da subito una certa credibilità. Perchè è solo la credibilità l’unica merce davvero preziosa per chi (e sono sempre di più a farlo) comincia ad indossare le regole della nuova comunicazione in modo istintivo, per il solo fatto di usare il web come casa comune e luogo principe del dibattito sul nostro futuro.

E qui arrivano le note dolenti. I primi due numeri di Wired su troppi temi sembrano partire da tesi precostituite, da realtà assiomatiche, costruendo i servizi e gli approfondimenti solo sui dati a supporto di queste tesi, finendo per ignorare non solo gli altri dati, ma anche le altre possibili newsangles.

Si veda il criticatissimo servizio sulle torri rotanti di David Fisher: il tema della nuova architettura dinamica è affascinante, ma non si possono ignorare i molti dubbi legati ai relativi progetti solo perchè si è “distratti” (nella migliore delle ipotesi) dalla notevole potenza di fuoco di una efficacissima macchina di P.R. Allo stesso modo, non è accettabile che si parli del fantasmagorico progetto per rendere il centro trasmissioni di Radio Vaticana un impianto a “impatto quasi zero” mettendo elegantemente una pietra sopra le emissioni di onde elettromagnetiche che da anni sono oggetto di una spinosa controversia.

Per passare a considerazioni che prescindono dal “taglio”, credo sia giusto lodare il tentativo di Wired di addentrarsi volentieri nel campo minato delle “culture digitali”, ma sarebbe anche opportuno provare a conservare un minimo di rigore nel destreggiarsi tra i complessi scenari socio-antropologici indotti dall’esplosione dei social media nel loro complesso. Non ha molto senso mettere nello stesso calderone un fenomeno di costume come il retrogaming, le sperimentazioni del public design e i nuovi modelli di economia collaborativa, a condizione di non volersi distinguere granchè da “D di Repubblica“. Che però è gratis e ha già una identità ben precisa.

Al tempo stesso non ho problemi ad andare controcorrente nell’affermare che vi sia - eccome - lo spazio per una rivista cartacea di questo tipo nel mercato italiano. Si tratta solo di assestare il tiro, e non necessariamente in una delle mille direzioni indicate da chi, alla prima ora, ha preteso di sancirne il concept e la linea editoriale.

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