L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici? Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?
Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.
Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).
Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.
Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.
Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi non - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.
In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.
Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi; a un negozio di libri; a chi fa televisione; a un musicista; a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo. Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.
Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata) il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.
on demand di tutti i live mandati in onda in precedenza
qualità testata su LCD da 32”, collegato a un semplice notebook di fascia bassa, su una linea broadband alice 4 mega
possibilità per gli artisti di proporre i loro eventi, disintermediando gli agenti, le major e gli sponsor
tutto gratis, senza limiti geografici
PS: è dedicato anche a chi diceva, nel 1992, che Arte-tv non sarebbe durata 5 anni, perchè la cultura non “tira”, e che Arteradio sarebbe morta sul nascere, perchè messa su con due lire e perchè troppo sperimentale. Sono ancora vive e vegete, come lo sarà Arte Live Web tra dieci anni, insieme a tutte quelle che l’avranno copiata “virtuosamente”.
Ieri sera sono stato ospite di altri due podcasters della prima ora, Franco Solerio e Carlo Becchi, per la seconda puntata di Digitalia, un talk show settimanale sui temi del Web 2.0 e al quale - bontà loro - avrò ancora modo di partecipare. Si è parlato del WorkingCapitalCamp di Catania, della strategia online di Obama, dell’alterco Gilioli-Carlucci, di censura distribuita e diritto d’autore, di simpatici gingilli come Bywifi e Boxee e di altro ancora. Il file MP3 in questione si può scaricare qui. Buon ascolto!
E’ da qualche anno che l’industria discografica, rappresentata internazionalmente dall’IFPI, pubblica - sotto forma di dettagliati rapporti in PDF- dei veri e propri piagnistei istituzionali. Quello del 2009, uscito un paio di settimane fa, non fa eccezione.
Il 95 per cento dei download musicali su internet, si legge nel rapporto, è illegale. Anche se la quota di entrate derivante dai download legali è in continua crescita (un altro 25% nel 2008), essa rappresenta solo il 20% del totale. Il risultato è la progressiva erosione delle vendite totali, che - come ha ammesso John Kennedy, Presidente e CEO dell’organizzazione, sono ulteriormente diminuite del 7% lo scorso anno, dopo il preoccupante crollo (-8%) del 2007.
C’è da stracciarsi le vesti? Direi proprio di no. E non solo perchè Britney Spears e Puff Daddy non sono stati ancora visti trascorrere la notte sotto i ponti, cosa che - detto fra noi - non potrebbe che esser loro salutare. Ma soprattutto perchè il problema tocca soprattutto una sola porzione del mondo della musica e cioè la parte di industria che non ha saputo modificare il proprio modello di business e soprattutto la parte di artisti che è scesa al compromesso con quest’ultima, rinunciando a qualsiasi contributo originale e anzi contribuendo all’omologazione generale.
Se la musica che le etichette discografiche provano ancora a venderci sui canali tradizionali è tutta uguale a sè stessa, ciò è dovuto alla natura stessa del meccanismo distributivo on the shelf che spinge inevitabilmente l’offerta verso la ricerca forsennata del grande successo (l’unico in grado di sostenere questo modello) tagliando fuori chiunque non accetti di scendere agli inevitabili compromessi. Che non riguardano solo la qualità della musica in sè, ma soprattutto la riduzione a “residuo” del contributo artistico puro, col risultato di elevare a principale fonte di sostentamento “l’ex-indotto collaterale” dello show business che una volta vi ruotava attorno, e che oggi si trova decisamente al centro del mercato.
Per intenderci, se alla radio, in TV, a Sanremo ascoltassimo dei novelli Mozart o degli emuli di John Coltrane, magari questo tipo di lamentele potrebbero anche suonare sensate. Ma considerato che questo sistema ha mostruosamente impoverito la qualità della musica che la gente finisce per ascoltare, risultano in tutta la loro assurdità le argomentazioni che si ergono a difesa della proprietà intellettuale e dell’opera dell’ingegno. Specialmente quando da un lato si gioca la parte del “soggetto debole, indifeso rispetto alla pirateria”, dall’altra vengono coinvolti in una sorta di ricatto gli unici soggetti (gli ISP) che in questo momento possono in qualche modo porre un argine al fenomeno, ma che forse dovrebbero farsi due conti, e capire meglio la loro value proposition nei confronti degli utenti, prima di cedere con un riflesso condizionato ai diktat delle major e delle lobby ad esse collegate.
Insomma, credo che dovremo abituarci ancora per un pò a questo tipo di manifestazioni che sono semplicemente la reazione più comoda e meno impegnativa, nel breve termine, di un soggetto che non è pronto - per dimensioni, cultura e struttura finanziaria - a cambiare pelle abbastanza rapidamente. Chi è pronto a cambiare sono - nel frattempo - gli artisti indipendenti, che oggi possono distribuire da soli la loro musica, scegliendo tra i modelli alternativi emergenti. Rischiando in proprio, da veri imprenditori, ma senza dover necessariamente stravolgere i propri contenuti. Vogliamo scommettere che quando l’industria avrà faticosamente e dolorosamente portato a termine la sua traversata del deserto, ascolteremo tutti una musica complessivamente migliore?
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica