Appena reduce dalla presentazione del libro di Giampaolo Colletti “Le tv fai da web”, vengo assalito da un dubbio. E se questa esplosione delle micro web-tv (condominiali, di quartiere, comunitarie, universitarie, legate a specifiche istanze o gruppi di interesse…) non fosse altro che un riflesso condizionato, rispetto a una cultura che ha imposto negli anni “la televisione” come mezzo di comunicazione privilegiato - anzi - obbligato?
E’ un sospetto che nasce nella parte più maliziosa e disincantata della mia anima di osservatore dell’evoluzione (involuzione?) comunicativa del paese. Ma è un sospetto legittimo: per decenni la comunicazione, in Italia, non è stato uno strumento di democrazia, ma una scorciatoia. Dato che i gruppi di potere avevano bisogno di consenso, era più facile raccontare un paese migliore di quello che fosse piuttosto che cercare di farlo diventare tale. La televisione, per la sua capacità di esercitare le leve emotive, si è rivelata lo strumento ideale per imboccare questa scorciatoia, che ha di fatto svuotato di contenuti la nostra democrazia.
E’ così che siamo diventati, tra i paesi dell’Occidente avanzato, quello dove si leggono meno i giornali, e oggi quello con la più bassa penetrazione di internet. Non c’è dunque da stupirsi se dei tanti usi informativi e democratici che si potevano fare di internet, nel nostro paese, non si è scelto - come reazione - di adottare quelli “a due vie”: ha infatti prevalso - appunto - il nostro riflesso condizionato, quello di reagire con “la televisione fai da web”. E cioè una televisione che in larga misura ha mutuato format, linguaggi, modalità di fruizione (resiste l’ossessione del palinsesto e della tv di flusso) dalla tv tradizionale, limitandosi nella sostanza a disintermediare la capacità trasmissiva. Si è reagito alla gestione monopolistica di uno strumento a una via con una parcellizzazione dello stesso strumento a una via: largamente sottoutilizzate sono infatti, nelle esperienze offerte dal panorama delle microweb tv italiane, le funzioni tipiche della web tv che permettono una continua interazione con i fruitori (chat, collegamenti skype, commenti, raccomandazioni, RSS, social tagging, partecipazione mediante UGC…), nonchè la condivisione dei contenuti tra fruitore e fruitore (e cioè la viralità), tutti elementi che caratterizzano il modo in cui il web ha cambiato e sta ancora cambiando la televisione lontano dai nostri confini. La “socialità” della nuova tv e l’aggregazione trasversale attraverso interessi verticali e determinano infatti un mutamento fisiologico dei linguaggi e dei contenuti stessi.
E’ una occasione perduta, perchè è proprio sfuggendo alla logica e ai meccanismi narrativi della tv che ci ha condizionato per tanti anni, sperimentando nuovi linguaggi e liberandoci una volta per tutte dall’ossessione di controllare un palinsesto di flusso (a organizzarlo, se proprio è necessario, ci pensano gli utenti stessi) che si può fare della micro web tv uno strumento in grado di “fare massa critica”, cambiando l’angolazione del nostro sguardo sulla realtà. Finchè avremo talk show, reality, tg, quiz e altre amenità di questo tipo continueremo a fare il gioco di chi ha stabilito, prima ancora di raccontarci una storia, a quale tipo di emozioni abbiamo diritto. Senza dimenticare che la TV è solo uno dei tanti modi di raccontare una storia. E internet ce lo insegna ogni giorno.
Uno dei problemi che hanno i servizi di video sharing nell’affrontare il passaggio dal desktop al primo schermo è quello di adeguare l’interfaccia al mutato atteggiamento dell’utente. Davanti al computer, infatti, il nostro approccio è un “lean forward” (sporgersi in avanti verso lo schermo), per cui siamo portati a un elevato grado di interazione con il contenuto, e non ci costa più di tanto nè cercarlo (search), nè passare rapidamente da un video all’altro (browse), nè inserire preferenze (like) o commenti. Quando invece ci troviamo di fronte allo schermo del salotto la nostra esperienza è tipicamente “lean back”, cioè siamo svaccati sul divano e non ce la sentiamo di fare molto di più che premere tasti sul telecomando col preciso obiettivo di poter smettere di farlo, avendo trovato un “canale” che ci propinerà di sua iniziativa cose che ci aspettiamo che siano di nostro gradimento (discovery).
Nessuna applicazione di online video, sia tra i servizi veri e propri (YouTube, Vimeo…) sia tra i servizi di puro sharing o bookmarking (come Digg) era riuscito a proporre una applicazione “da divano” in grado di far quadrare il cerchio.
Con l’applicazione di Redux per Boxee, però, si scorge finalmente qualcosa di interessante all’orizzonte. Grazie ad essa, possiamo scegliere lo “stream” (sostanzialmente una playlist proposta in continuità) che più ci aggrada, composto dai video che via via gli utenti della community inseriscono nei vari canali, e poi smettere di interagire con il televisore. Ogni tanto faranno capolino i “like” e i commenti degli altri utenti, ma in sostanza è come avere a disposizione tanti canali tematici da tenere anche in sottofondo, senza una fruizione particolamente immersiva.
Nel mondo dei widget di servizi di video online per Set Top Box, Media Center, Console, e anche Connected TV non mi è difficile giocare un chip su questo tipo di applicazioni “rilassate”. Se è vero che ciò che ci attrae della coda lunga è l’avere di fronte quasi sempre quello che abbiamo cercato, è anche vero che - specialmente dal divano - cercare, selezionare e segmentare all’infinito è stressante, e finisce per costituire una attività che quasi si sovrappone alla fruizione del contenuto vero e proprio.
Per questo Redux per Boxee e i suoi emuli futuri (arriveranno, vedrete) hanno a mio modesto parere un futuro molto florido davanti a sè.
Aggiornamento dell’8.3.2010: su questo tema ho tenuto una presentazione alla tappa romana della Ignite Week. La copio qui sotto per i più curiosi.
Per tanti anni, nella definizione dei messaggi chiave di una qualsiasi campagna di comunicazione integrata, account e creativi si sono scervellati nell’intento di “anticipare le domande del cliente” con i temi di maggiore impatto, da legare - ovviamente - alle infinite virtù del prodotto o del servizio reclamizzato.
Il “consumatore reloaded”, quello che non solo prende le sue decisioni dopo essersi informato su una varietà di canali, creando ormai lui stesso canali su cui stabilisce le regole d’ingaggio, non solo può rispondere ai messaggi istituzionali con la loro stessa visibilità, ma finisce anche per porsi nuove domande.
E così, al fianco delle tradizionali “Cosa fa questo prodotto?”, “Qual è il prezzo?”, “Chi consuma questo prodotto?” eccetera eccetera, si fa strada una domanda ancora largamente ignorata dalle Aziende, e cioè: “Perchè mi stanno dicendo questo?”.
Sì, perchè usando la rete, e il suo potere di disintermediazione, il consumatore ha implicitamente smascherato alcuni del meccanismi di formazione del consenso intorno a certi messaggi istituzionali. E così, se per esempio in un partito qualcuno, da sempre riconosciuto il leader, proclama “Sono io il leader“, questo significa che la sua leadership è messa in discussione.
Non si tratta solo di consumatori “smaliziati”. La disillusione rispetto a un messaggio aziendale è una sorta di residuo passivo, e - come tale - una categoria quantitativa. E’ la ricchezza delle informazioni sul prodotto che solo la rete offre, con le sue capacità di generare “crowd”, a determinare una più elevata attenzione qualitativa su tutti i valori dell’azienda e del prodotto/servizio considerati. Se una volta quindi l’unico rischio che un’Azienda correva nel proclamare “i nostri spremiagrumi sono sicuri” era che anche i consumatori non consapevoli dei rischi potessero così dedurli dal messaggio rassicurante (che arriva puntualmente in ritardo, cioè dopo una attenta valutazione “corporate” del rapporto costi/benefici di una tale dichiarazione), oggi Toyota è stata costretta a ritirare più di 8 milioni di autovetture perchè era stato facile, in rete, aggregare tutti i casi in cui i difetti delle autovetture avevano comportato gravi conseguenze in materia di sicurezza.
Ma il tema non riguarda solo la comunicazione di crisi. Il livello di attenzione del pubblico, e il suo accresciuto potere d’influenza in rete, può anche incidere su una campagna istituzionale “pura”. Cosa spinge Credit Agricole a lanciarsi in una costosa campagna sul “Green Banking”, con Sean Connery come testimonial? Quanto è facile intuire una connessione tra l’esigenza del marchio di differenziarsi da un universo, quello dei servizi finanziari, largamente colpito dal Credit Crunch? Queste non sono più domande da addetti ai lavori: sono le domande che si pongono tutti. E le aziende, tutte le aziende, farebbero bene a cominciare a tenerne conto.
In questi giorni l’unico buon motivo per accendere il decoder SKY, rimasto lì sotto a imperitura memoria di un contratto ormai morto e sepolto (ma quando vengono a riprenderselo?) è il canale 805, cioè Rai Storia.
Un canale che ci sbatte davanti agli occhi che popolo eravamo, quale “Nazione” saremmo a un certo punto dovuti diventare secondo una certa élite intellettuale, e come mai (ce lo spiega “La Storia siamo noi“) siamo invece diventati questa accozzaglia rissosa di individui che si guardano di sbieco sgomitando per un parcheggio al centro commerciale.
Più ancora delle bellissime inchieste sull’Italia contadina, che conservano ancora oggi tutto il loro fascino, a intenerire è soprattutto la ricerca di un linguaggio comune, solo apparentemente rassicurante, che aveva comunque il pregio - rispetto alla TV di adesso, così autosaturante - di permettere al telespettatore di pensare con la propria testa, di “farsi un’idea”. Può sembrare un’eresia, se si pensa che era una tv iperlottizzata e ipercontrollata dalla Chiesa e dal perbenismo Bernabeiano. Eppure era una televisione infinitamente più libera di adesso, in cui potevano parlare Pasolini e Almirante, in cui Mike Bongiorno poteva insultare l’intelligenza del genere femminile in modo assai più rispettoso delle donne rispetto alle volgari scollature che dilagano adesso, e in cui il carosello era un’esplosione di creatività che forzava gli sceneggiatori all’aforisma, relegando il prodotto agli ultimi 5 secondi del filmato.
Era una grande televisione, altrochè. Avendo visto e rivisto le puntate di “Non è mai troppo tardi” (che andrebbero rifatte oggi in chiave “Anti-Digital Divide”) e “Ieri e Oggi”, nonchè il meraviglioso speciale TG per la conquista della Luna, il mio sguardo cade fatalmente sul contorno. Sulle facce del pubblico sugli spalti, un pubblico così composto, così compreso nel ruolo, che quasi sembrava ereditare dai conduttori l’immenso senso di responsabilità di canali che avevano il 100% di share, con il dichiarato compito di forgiare la cultura di una nazione.
E poi gli studi, con quell’accenno a una modernità mai ingombrante, al design tipicamente italiano. Le immancabili “giraffe” che fanno capolino sopra i cantanti. L’ingombrante e immaginifico “Eidophor” che riproduce all’infinito i primi piani, come con gli specchi del barbiere. I primi, goffi, tentativi di usare il chromakey, specialmente per i titoli di coda, rigorosamente analogici, che scorrono in un moto irregolare, come se qualcuno stesse manovrando un rullo di carta.
E poi i volti. Tito Stagno, Gigliola Cinquetti, Alberto Lupo. Con movenze a volte irreali, lontane dal nostro pedestre quotidiano, ed eppure ovviamente irreggimentate nell’impossibile compromesso tra un copione studiato fino alle virgole e l’esigenza di una qualche illusoria naturalezza.
Che immensa e inutile impresa, quella di provare a “fare gli italiani”. Tra errori, censure, messe al bando, apparentamenti, clientele. Ma comunque una impresa affascinante, che non è riuscita a darci una grammatica, non ha certo costruito una nazione, non ha diffuso un senso civico. Ma ci ha lasciato un linguaggio, quello tutt’altro che banale del rispetto dei telespettatori, che allora - si badi bene - erano ancora cittadini, non sudditi.
A forgiare gli italiani, avrebbe pensato, anni più tardi, la televisione commerciale, coi suoi terrificanti bambini della pubblicità che hanno convinto tutti (ormai anche lo Zingarelli) che “Casa” si pronuncia con la “esse” dolce milanese, quella del suo proprietario, dei responsabili marketing, dei capi azienda, mandando definitivamente in soffitta la sibilante toscana. Povera Italia, ma grazie alla Rai. Grazie lo stesso.
Ormai da qualche anno il mondo delle major, dei blockbuster, dei grandi media mainstream verticalmente integrati si trova di fronte al dilemma di come rispondere alla sfida dei contenuti prodotti al di fuori dalle regole e dalle logiche industriali. E non parliamo, si badi bene, degli User Generated Content, ma di tutti quei fenomeni laterali che tendono ad esplorare le opportunità, anche di business, derivanti dai nuovi modelli di distribuzione.
Ebbene, dando una rapida occhiata alle mosse da parte dei media tradizionali, è facile riscontrare che la loro prima risposta è stata la decisione di ritardare questa “resa dei conti” con iniziative che tendono a creare, magari sfruttando le nuove tecnologie, le condizioni per continuare a condurre il proprio business esattamente con il modello che ha imperato per decenni. In sostanza, il mondo mainstream sembra volere avvalersi della facoltà di non rispondere.
Gli esempi sono facili: il video online può ormai sbarcare liberamente sui televisori del salotto? E allora i broadcaster impacchettano alcuni contenuti del web, possibilmente poco minacciosi, su decoder ibridi ma rigidamente controllati, e su cui figura in bella vista il loro bollino certificatore.
Internet permette di trasmettere facilmente qualsiasi canale televisivo? I broadcaster abbracciano in massa l’alta definizione, a cui sul web possono accedere solo gli utenti di fascia alta (ma ancora per poco).
Netflix e iTunes permettono di noleggiare film senza muoversi dal divano, a prezzi competitivi? L’industria cinematografica firma una santa alleanza con la distribuzione nelle sale per il 3D, facendo finta di non sapere che anche questa tecnologia sarà presto facilmente replicabile anche a casa, con i film scaricati (legalmente o illegalmente) da Internet.
Insomma, la sensazione è che l’unica strategia che gli ex “padroni del vapore” multimediale sembrano capire è la ripetizione, a “disco rotto”, del celebre refrain “tout va bien, madame la marquise”.
Il punto è che l’evoluzione della tecnologia coglie solo uno degli aspetti del cambiamento. Prendiamo il pluricelebrato Avatar. Bene, potremmo definirlo il miglior film che sia possibile realizzare nel 2010, data l’evoluzione delle tecnologie di produzione, e considerato il vincolo di non fare annoiare per quasi 3 ore delle persone che hanno pagato 9 euro per trovarsi a una data ora in una certa sala. Il che comporta UN CERTO tipo di storia, UN CERTO numero di distruzioni ed esplosioni, UN CERTO tipo di messaggi rassicuranti trasversali, nonchè l’assecondamento di ALCUNE mode senza ovviamente infastidire ALCUNI stakeholders che hanno investito nel progetto.
Il web (e a questo proposito invito ancora a dare un occhiata nel tesoro di Vimeo, a titolo esemplificativo) permette agli autori multimediali una vera indipendenza, che non è solo dal vincolo finanziario, ma anche e soprattutto in termini di libertà d’espressione e diversità dei linguaggi. E il principio si applica facilmente anche alla musica e alle notizie, che sono altrettante pietre angolari del nostro sistema di omologazione del consenso e dei costumi. E’ questo, soprattutto questo che sta cambiando: la tecnologia viene solo dopo.
Ma molto prima di prendere la parola “da agenda lavori”, sono intervenuto su una questione poco strategica e molto “tattica”: come utilizzare la comunicazione virale (e in particolare i video virali) a supporto di una campagna politica di breve termine. Nel video qui sopra ho provato a rispondere alle domande di Marco Cappato e Mihai Romanciuc, sottolineando come- forse - il modo più efficace non è sedersi a un tavolino per provare a inventare un video destinato a essere virale.
Come ci insegna la storia dei primi video virali in Rete, i video più ri-circolati e ri-mediati sono quelli i cui protagonisti sono involontari. La figura barbina di un qualsiasi personaggio istituzionale (una star dello show-biz, un politico, uno sportivo, ma anche un noto uomo-azienda), ripresa in un video online, circola e ri-media in modo del tutto naturale.
Ora, dato che un partito politico deve mettere a nudo i tratti più evidenti di un problema che ad altri può interessare tenere sottotraccia, il modo migliore per usare i video virali in una campagna è “fotografare” e “scoperchiare” questi tratti. Come ho sostenuto nel mio intervento, è quello che è riuscito - pur senza un preciso disegno strategico - al giornalista de “L’Espresso” Alessandro Gilioli quando Gabriella Carlucci (messa alle strette dai forti argomenti del primo, che sosteneva come Internet non sia altro che il riflesso della società in cui viviamo, e che quindi è assurdo limitarne l’accesso) finì per rivolgergli un tetro augurio, mostrando in pubblico, anzi - in una sede istituzionale - il lato più inquietante del neo-oscurantismo che vede in lei, in Barbareschi e Vespa altri personaggi in prima linea.
Come prevedibile, il video dell’augurio della Carlucci a Gilioli divenne virale, in quel caso fuori da un preciso piano di comunicazione, ma di fatto Gilioli (che - tra l’altro - se lo merita per il suo impegno) è divenuto il leader riconosciuto del movimento trasversale per i diritti in Rete, nonchè il blogger più influente d’Italia.
Tutto questo per dire che i Radicali, che sono letteralmente seduti su una montagna di documentazione istituzionale (l’archivio online di Radio Radicale) che “scoperchia” e “mette a nudo” i tratti più indecenti della nostra vita politica sarebbero i meglio posizionati per costruire “discorsi virali” di questo tipo. In qualche modo, lo dimostrarono già nel 2007 quando realizzarono e pubblicarono su YouTube un video con le intercettazioni proprio di Bruno Vespa che “aggiustava” in anticipo i contenuti del suo “Porta a Porta” con gli ospiti in modo davvero poco ortodosso.
Detto ciò, già immagino i commenti di coloro che sottolineranno il carattere residuale della comunicazione online nel determinare il consenso politico, che rischia dunque di fare di questa comunicazione virale una sorta di gradevole ma futile esercizio di stile. Invito costoro, fin da subito, a riflettere sul ruolo della viralità nella campagna per le primarie di Obama, che in quella fase poteva contare su risorse ben inferiori rispetto a Hillary, che snobbò Internet coi risultati che sappiamo.
In questi ultimi anni una cosa è apparsa chiara a tutti: il Web ha avuto come primo effetto quello di rendere più facili, e talvolta anche gratis, molte attività che prima della sua apparizione nel mass-market richiedevano più tempo, più energie e spesso anche più soldi.
In realtà anche i servizi a pagamento, sul web, ci fanno risparmiare rispetto a quando proviamo a fruire dello stesso servizio nel mondo offline. Non parlo solo del risparmio dei costi meramente burocratici, là dove la Rete si è rivelata più veloce ed efficace di vari attori (primo fra tutti: le banche) che per anni hanno gestito fisicamente alcuni servizi irrinunciabili. Parlo anche di tutto l’indotto legato al fatto di “dover fare alcune cose di persona”: costi logistici, energetici, oltre a tutto il “lucro cessante” della produttività personale che se ne andava a farsi benedire per le relative perdite di tempo (orari capestro, spostamenti, ricerca dell’informazione corretta, ecc. ecc) .
L’aspetto più interessante, ben descritto da Chris Anderson nel suo saggio Free, è che grazie al Web, indipendentemente se vi sia o meno un business model funzionante a supporto, l’utente finale riesce di fatto a fruire gratis di servizi per cui prima si pagava più o meno profumatamente.
La “free economy” si articola poi in tutta una serie di sottofenomeni:
il fenomeno Google, che per la sua pervasività può permettersi di ripagare anche le applicazioni in perdita con la pubblicità (o meglio, con ilquery based, context’n'behaviour aware ad placement, come la definisce meglio Michael Rappa) venduta sulle applicazioni di maggiore successo
le applicazioni freemium (come Flickr per le foto e Vimeo per i video) in cui l’utente non paga per i servizi base, e i pochi account a pagamento sostengono l’intero business model
i servizi come Last.fm che dopo una fase gratis, per diventare economicamente sostenibili diventano a pagamento, perdendo “felicemente” la stragrande maggioranza degli utenti (che migrano su analoghi servizi gratis, come Blip.fm)
Il tutto senza contare l’area “pirata” dove anche ciò che era premium nel mondo offline (un caso per tutti: i film e le partite di calcio sulle reti peer-to-peer) diventa gratis, anche se spesso a bassa qualità e senza garanzia di “buon fine” del servizio, secondo la logica del “best effort”.
Di fatto, sembra assestarsi il panorama di una internet con due distinte proposizioni di valore:
quella che offre gratis, ma in modalità “best effort” molti servizi “basic” che si pagavano “prima di internet” - e in questa proposizione sono ovviamente vincenti i soggetti “Over the Top” i cui costi sono del tutto svincolati dalla gestione dell’infrastruttura di rete - facendo pagare gli inserzionisti pubblicitari o gli utenti premium
quella che offre a pagamento, ma con la garanzia della qualità di servizio, della continuità e del “buon fine”, tutti i servizi (o i segmenti “premium” di servizi) per cui gli utenti sono disposti a pagare.
Con una battuta si potrebbe dunque dire che “per tutto il resto c’è Mastercard”, nel senso che dove si trovano aree in cui esiste una disponibilità dell’utente a pagare, si fa pagare. La domanda su cui in molti si arrovellano in questi giorni, dall’informazione online alla Web TV, dall’infomobilità al gaming è: in quali aree si trova questa “Willingness to Pay?“
Dal punto di vista del terziario tradizionale la figura del “cattivo”, ancora una volta, la fa Google, senza il cui modello sostanzialmente ad-based molti soggetti potrebbero sviluppare in rete piccoli e grandi business comunque centrati sull’utente che paga. Sappiamo anche che Google ha interesse a tenere in piede alcuni modelli gratuiti e in perdita anche solo per far sparire alcuni potenziali concorrenti, il che è determinante in un contesto globale in cui spesso c’è spazio per una sola webapp “onnivora” (e chiaramente il caso di YouTube).
Probabilmente il criterio ideale per rispondere a questa domanda è cercare di capire dove questo “best effort”, e con lui l’approccio dozzinale del “one size fits all” non può arrivare per soddisfare gli emergenti bisogni dell’utente. Dove, in sostanza, finisce la “good enough revolution” e dove si è spostata la premium bar. Lo hanno capito bene, ad esempio, i broadcaster tradizionali in Italia, che sanno perfettamente che - con la banda larga attualmente disponibile - non è pensabile offrire a una audience significativa la televisione “di flusso” in alta definizione via internet. Il loro attuale tentativo di imporre l’alta definizione come una “abitudine degli utenti” ha il preciso scopo di allontanare nel tempo il momento in cui qualcuno, sul Web, potrà offrire lo stesso servizio a costi industriali inferiori e per giunta coi vantaggi della coda lunga e del canale di ritorno.
Quello del video è il tipico caso in cui il “best effort”, con le reti disponibili, non è abbastanza. Su alcuni servizi, e in particolare quelli “affamati di banda” sarà dunque l’utente (consapevolmente, mediante opt-in e per alcuni contenuti anche pagando) a concedere all’ISP il diritto a adottare policy di “managed network” dando per esempio priorità al traffico su un determinato servizio ottenendo in cambio un servizio sicuro e di qualità. Ma il video potrebbe essere davvero solo l’inizio di un modello che - secondo alcuni analisti d’oltreoceano - potrebbe configurarsi per un crescente numero di web application ad alto consumo di banda. Su molte altri servizi invece, come l’e-government, la logistica e l’informazione testuale (compresi i giornali nella loro faticosa transizione verso i supporti elettronici) non è ancora la banda a rappresentare l’elemento critico, quanto piuttosto l’accesso alle reti e l’esposizione delle API.
Se fossi il detentore di una rendita di capitale a rischio di disintermediazione (come un operatore telco, ma anche un quotidiano, un centro media, una agenzia di viaggi, un operatore della Grande Distribuzione Organizzata, eccetera) piuttosto che concentrarmi sulla resistenza all’inevitabile, cercherei di guardarmi dentro per identificare gli asset non duplicabili che potranno salvarmi anche nel “nuovo mondo”. Tutti i grandi fatturatori, ad esempio, possono focalizzarsi sulle proprie già rodate strutture di CRM e di billing, offrendo servizi anche a terze parti (il cosiddetto “two sided model“). Le società private che gestiscono una infrastruttura potranno anch’esse esporre le loro capability.
Il mondo degli OTT ha già mostrato di non avere interesse a un atteggiamento cannibalista ad oltranza nei confronti dei player tradizionali come Microsoft, con il mondo degli Hardware Manufacturers come Nokia, con gli stessi operatori di telefonia mobile (le cui offerte in bundle offrono mutui benefici).
Il rovescio della medaglia è che tali operatori OTT, come ben abbiamo visto con il caso cinese, sono altrettanto accondiscendenti verso gli Stati nazionali (che - per dirla con Manuel Castells, detengono istituzionalmente il monopolio della violenza attraverso la legge). Se dunque un governo come quello cinese impone il proprio potere di censura come condizione per tali player all’accesso al mercato, sia Google, sia Microsoft, sia Apple non esitano a turarsi il naso.
Resta da vedere quanto e quando la progressiva consapevolezza di questi trend, e delle loro implicazioni socio politiche, si farà strada verso le folle degli utilizzatori dei servizi, un universo culturalmente ancora variegato e per molti versi largamente imprevedibile.
L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
Ricordate i primi congressi sul VOIP? Io sì: erano organizzati dai fornitori tradizionali di servizi di telecomunicazioni, e nessuno si sognava di invitare gente come VocalTec, che aveva sviluppato una soluzione autonoma, e neanche si parlava di Skype, che in ogni caso - agli inizi - non era certo in grado di sponsorizzare un evento pubblico, essendo concentrata sulla priorità della propria sopravvivenza.
Nessuna sorpresa, dunque, se al Web tv Italian forum (organizzato da AssowebTv, con il supporto scientifico dell’Osservatorio sulle New Tv della School of management del Politecnico di Milano), l’unico vero “pure player” della Web TV a parlare sia stata la Luiss, cui è stata concessa l’apertura del lavori per poi essere riaccompagnata per le vie brevi a giocare con gli altri bambini. A farla da padrone sono stati, come prevedibile, i mainstream media, i “nuovi” editori provenienti dalla TV di flusso (che si buttano sul Web per puro opportunismo, avendo capito che i vecchi modelli di distribuzione sono in crisi irreversibile), i fornitori di soluzioni tecnologiche a supporto e tanti altri soggetti che ancora per un po’ sono capaci di fare massa critica a supporto di una serie di tesi precostituite.
Tesi che ovviamente, escludendo a priori le opportunità per i nuovi entranti (che dovrebbero essere i veri protagonisti della rivoluzione della TV Web-enabled, introducendo linguaggi realmente nuovi permessi da modelli realmente nuovi), sono parziali, a cominciare dall’affermazione assiomatica per cui anche la Web TV sarà finanziata in primis sul lato dei distributori (sì, proprio come la TV via etere e via satellite, dominata dai player integrati verticalmente), i quali - una volta fissate le regole e i vincoli per tutti gli altri soggetti coinvolti - tratteranno questi ultimi come “fornitori”, ivi compresi i “fornitori” di contenuti.
Nessuno dei relatori ascoltati, anche chi ha provato ad elencare alcuni nuovi modelli di business, ha considerato la possibilità che, in un mondo in cui il Web permette a tutti di distribuire video (magari affidandosi a CDN più o meno potenti a seconda dell’ambizione dei propri progetti) gli “autori e produttori” di contenuti potrebbero scrivere loro le regole dell’intero ecosistema, spostando progressivamente l’area del sussidio sul proprio lato.
E’ quello che inizia ad accadere negli USA, dove Web Tv Pure Players come OnNetworks e Revision3, o aggregatori come Vimeo o Blip.tv distribuiscono in proprio, per poi eventualmente decidere loro a quale ulteriore “fornitore di piattaforme di distribuzione” rivolgersi per “gli altri schermi”: hardware manufacturers come Sony e Samsung, che hanno già abilitato i loro flatscreen a ricevere i loro programmi, produttori di Set Top Box camuffati da consolle come la PlayStation3 o la XBox, oppure - se si vuole la certezza di un ambiente del tutto aperto per portare la Web Tv in salotto, c’è Boxee, che non guarda in faccia proprio nessuno.
Beninteso, la Web Tv (o meglio, la Over the Top Tv, come più correttamente viene definita negli USA) sarà sicuramente ancora per lungo tempo dominio prevalente dei mainstream media e delle major come piattaforma alternativa per raggiungere le masse cogliendo l’evoluzione dei nuovi modelli di fruizione. Ma non ci si può fermare qui: per usare un eufemismo, non è corretto ignorare le dinamiche in atto sui nuovi ecosistemi web-enabled che fanno leva sulla “somma delle nicchie” e che sono destinate a influire sulla natura profonda delle stesse culture di massa.
Il fatto è che da noi, a differenza di altri Paesi, si può ancora organizzare un consesso come quello di martedì scorso facendo finta di niente e dando anche l’illusione di un certo presidio del nuovo business. Ci si limita a marcare il territorio e a diffondere la confortante convinzione che tra i blockbuster e i filmini amatoriali delle vacanze vi sia una eterna voragine che nessuno penserà mai di colmare in modo autonomo e profittevole. Ma anche in questo caso è solo questione di tempo.
Non mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.
Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.
Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.
E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media Guru, Capitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.
A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.
Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.
In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici? Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?
Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.
Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).
Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.
Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.
Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi non - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.
In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.
Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi; a un negozio di libri; a chi fa televisione; a un musicista; a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo. Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.
Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata) il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.
Per anni ho invocato, sia per l’etere radiofonico, sia per la televisione digitale l’apparizione di un canale interamente dedicato al Jazz. Mi sembrava uno dei più ovvi, naturali sbocchi di un fenomeno di marketing quale ormai il Jazz è diventato, che avrebbe al contempo fatto felici migliaia di appassionati in tutta italia, quelli che affollano le piazze dei festival, comprano (sì, comprano) i CD quando non i vinili, e fanno notte lanciandosi in interminabili discussioni su Miles, John e Keith nei dopocena con gli amici.
E invece niente. Dopo la fugace apparizione di BET International sulla piattaforma D+ (peraltro piuttosto deludente, nonostante la portata globale dell’operazione), dopo l’improvvido auspicio di Veltroni per una frequenza in FM che avrebbe trasmesso in diretta nientemeno che dalla Casa del Jazz appena inaugurata (speranza facilmente naufragata quando la direzione della stessa fu affidata a un discografico come Luciano Linzi), di iniziative del genere non se ne è più sentito parlare.
Fino al luglio scorso, quando in assoluta sordina, sulle frequenze laziali del digitale terrestre ha fatto la sua apparizione Jazz Channel. Una entità invero abbastanza misteriosa: non esiste un sito, non c’è un palinsesto stabile, solo un certo numero di concerti recenti trasmessi dai locali e dai palcoscenici romani (compreso quello della stessa Casa), inframezzati da vecchi filmati e polverose registrazioni d’annata.
Ma in fondo non ci vuole molto di più. Il canale c’è, e viene piuttosto da chiedersi come si finanzi, visto che la raccolta pubblicitaria appare davvero limitata. Sono i proprietari dei locali a sovvenzionarlo? Gli sponsor dei festival? Le istituzioni culturali? Gli artisti stessi, per autopromuoversi? E soprattutto, quanto durerà?
Qualcuno ha già parlato di un piccolo mistero del capitalismo. Io preferisco pensare che almeno per ora si tratti di un canale “lean”, cioè leggero e a basso costo, e quindi abbastanza sostenibile da ciascuno dei portatori di interessi che abbiamo menzionato. E forse un primo, rustico esempio di come potrebbero cambiare i modelli di business della televisione in un universo mediatico governato dalle nicchie.
Non ero mai stato, nonostante il mio badge rosso già abbastanza consumato, alle Venice Sessions. Questa volta non ho resistito, dato che il tema “Il futuro dei Media nell’era digitale” abbraccia quasi tutte le cose di cui mi interesso da un decennio a questa parte.
E devo dire che non sono stato deluso: perfetta l’organizzazione, splendida la location, bello il “clima” tra i partecipanti (come al solito mi hanno dovuto presentare i colleghi, mentre conoscevo già quasi tutti gli altri) , e anche un interessante mix - tra prestigiosi giganti e misconosciuti newcomers - nella composizione del panel dei relatori. Il newcomer per eccellenza è stato il 16enne Nicola Greco, che ho suggerito agli organizzatori semplicemente perchè racchiude in sè l’essenza del nativo digitale oltre a una debordante dose di talento. E alla fine, come prevedibile, la star è stata proprio lui, nonostante la presenza di visionari incommensurabili come David Weinberger e di personaggi pressochè onnipotenti come Martin Sorrell, big boss di WPP.
Il resto della giornata è trascorso, come ben racconta nella sua cronaca Luca Chittaro, tra le suggestioni del filosofo Maurizio Ferraris (”YouTube è una grande cimitero video di persone morte”) e le criticatissime frenate di Giuseppe Vita, Presidente del Gruppo Editoriale Springer, sul giornalismo partecipativo (”Il problema delle notizie su internet è la loro affidabilità”). Su YouTube verrebbe da dire “meno male che qualcuno ci ha pensato”, visto che molti ampex delle teche Rai, nonostante gli sforzi di Renzo Arbore e di Barbara Scaramucci continuano a marcire nei sottoscala di Saxa Rubra. Sulla credibilità del giornalismo vecchio e nuovo inutile commentare, dato che ci siamo già ampiamente spesi ben prima della pronta replica (e del bel post dell’altroieri) di Luca Sofri.
Mi è piaciuta molto (i disclaimer del caso sono nella pagina “l’autore“) anche l’introduzione dei lavori ad opera del “Capo del mio Capo del mio Capo“. In particolare, mi sono ritrovato al 100% nella sua descrizione della strategia Media del Gruppo Telecom Italia, e del suo inserimento nel contesto dei modelli comportamentali emergenti. In una azienda di queste dimensioni trovare una rispondenza del lavoro quotidiano nelle parole del vertice ha risvolti motivazionali non trascurabili.
E infine ho trovato di grande interesse l’intervento di Donatella della Ratta, che ha dato un respiro esotico alla discussione raccontandoci cosa sta succedendo nell’universo mediatico mediorientale, con logiche che a noi occidentali possono sfuggire per una corretta interpretazione dei fatti e delle pratiche di quella parte del mondo, così cruciale negli equilibri globali dei nostri giorni.
Insomma una giornata preziosa, in una Venezia soggettivamente inedita (cioè soleggiata) per chi scrive, con tanti spunti e tanti incontri con persone un po’ speciali. Ora proviamo a lasciar sedimentare le cose ascoltate, e a vedere cosa ne viene fuori.
Guardate questo espisodio di RocketBoom: è la storia di come un “bug” di un videogame giapponese è diventato prima una forma d’arte (una danza, per la precisione) poi un fenomeno virale di proporzioni globali.
C’era una volta un’epoca (felice?) in cui l’arte e la tecnologia si guardavano più o meno in cagnesco, anche per un evidente ruolo di sudditanza della seconda rispetto alla prima. Le “tecniche” potevano al massimo essere al servizio dell’arte, e non viceversa.
E adesso? Di fatto, l’avvento della Media Art prima, e della New Media Art poi, non ha cambiato granchè le cose. C’è però uno sviluppo imprevisto, di tutt’altra natura. Questo sviluppo si colloca in uno strano interstizio, tra arte e tecnologia, in un’area che potremmo chiamare “Fault”.
Dove per “Fault” non si intende il malfunzionamento dell’oggetto tecnologico, e nemmeno un suo uso improprio (”hack”) - ma ragionato - dello stesso. Si intende, semmai, una risposta inattesa di una macchina a seguito di una interazione casuale con l’uomo. Inattesa ma tecnicamente prevedibile, e anche (a posteriori) riproducibile e programmabile. Quindi - ovviamente - non estrosa o fantasiosa (una macchina è sprovvista di “estro”) ma comunque arricchita dall’illusione di una sua qualche imprevedibilità.
Nel caso di Get Down (Geddam) la Fault Art nasce da un “pezzo di RAM” che rimane nella console, facendo ballare i personaggi del videogame in un modo che poi gli umani hanno reso riproducibile solo grazie al video editing, e in particolare con le tecniche di stop-motion. Ma non è il solo esempio: per anni sono stato intrigato dalle straordinarie creazioni (apparentemente casuali) delle code di stampa spezzate e interrotte: una cascata di fogli con caratteri enormi e bizzarri, figure inquiete che quasi violentano il toner, con un linguaggio segnico degno del miglior Capogrossi.
E che dire dell’incapacità degli algoritmi di decompressione, in particolari condizioni (per esempio un temporale, quando guardiamo la Tv satellitare) e del loro inquietante e al tempo stesso affascinante tentativo di correggere gli errori per riprodurre la realtà, o meglio una sua accettabile e soggettiva approssimazione?
C’è che ne ha tirato fuori uno splendido libro. Che - a mio parere - è solo l’inizio di un discorso molto lungo, ma molto meno noioso di questo post.
Molti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente - sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.
Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:
è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità
Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.
La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.
Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.
Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.
Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.
Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.
Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.
Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato - prosegue il suo ragionamento - che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.
Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.
Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali - per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo - dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè - come poi abbiamo ben visto - “dal sicuro valore scadente”.
In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?
Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.
Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…
Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.
Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che - tra le altre cose - ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.
Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere il passo è stato breve.
Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?
Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.
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Errata corrige del 31.10.2009: come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu - che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.
Credo che qualsiasi professionista della comunicazione aziendale dovrebbe vedersi dall’inizio alla fine i video degli eventi Apple. Non scherzo: è quanto di più avanzato, in materia di marketing communications, una azienda possa produrre in materia di branded content. Prendiamo l’ultima Developers Conference, in cui vari personaggi della Casa di Cupertino si sono avvicendati per mostrare le ultime meraviglie hardware/software al più fedele e acritico dei pubblici (gli sviluppatori, appunto). E’ un grande show. E’ più divertente e spettacolare di molte cose che si vedono in TV, pur non essendo associate a un marchio.
Durante la conferenza, i vari personaggi che popolano il palco dell’ormai mitico Moscone Center si atteggiano a star, e fanno bene, perchè sono star! Basta che facciano la loro apparizione, e il pubblico in sala (che - non dimentichiamo - è in questo caso l’anima dell’ecosistema Apple) prorompe in ovazioni e gridolini.
Non c’è nemmeno bisogno della tanto decantata conversazione tra Azienda e utenti: quella che viene tributata alla mela dai suoi fans e’ una adozione incondizionata, che prescinde dalla natura dei messaggi. Per dirne una, se viene annunciata, come nuova feature dell’iPhone 3G, la possibilità di riprendere video, tutti impazziscono di gioia, dimenticando che questo è possibile con telefoni che costano venti volte di meno. E che dire dello sconvolgente annuncio di uno slot per SD card sui MacBook, una tecnologia presente da anni sul più grigio dei PC?
In ogni caso, occorre riconoscerlo, gli uomini Apple sono preparati alla perfezione. Si muovono con disinvoltura, sorridono, sono disposti a scherzare. E di questi scherzi, sullo sfondo, le vittime designate sono ovviamente i troppi sgorbi partoriti negli anni da Microsoft: le applicazioni di Office ma soprattutto Vista e il successore Windows 7, descritto come poco più che una patch tra le risate di scherno della folla, che giustamente inorridisce all’idea di dover continuare “ripulire il registro”, “effettuare la deframmentazione dei file” e altre menate del genere.
La comunicazione della Apple, costretta ancora a rinunciare al carisma di Steve Jobs, si affida oggi a uomini proposti come i semidei che ci consegneranno il futuro: un futuro targato mela in cui tutto sarà elegante, flawless e a portata di mano, in virtù di una tecnologia superiore che giustifica un più elevato “price tag”.
Sì, ma quanto vale questo price tag? E’ davvero tutta tecnologia quella che paghiamo in più per un prodotto Apple? Certo che no. Come tutti sanno, esibire la mela è un esercizio di “personalità aumentata”. Possedere uno di questi device, dal Macbook Pro allo stesso iPhone equivale ad appartenere a una razza eletta di persone che il futuro l’hanno capito anni fa, e lo stanno manovrando con gesti naturali, l’accelerometro, il multi-touch, all’insegna di un nuovo paradigma secondo cui “l’interfaccia è la tecnologia”, ma anche - aggiungiamo noi - la differenza di prezzo.
Viene a questo punto da chiedersi perchè mai io non abbia mai avuto un prodotto Apple. E’ una domanda che mi è stata posta più volte, specialmente nell’epoca pioneristica del Podcasting alla quale ho in qualche misura contribuito, e che vedeva nell’iPod il suo oggetto simbolo.
La risposta è che - per ragioni del tutto soggettive - non ne ho mai avuto bisogno. Non ho mai avuto bisogno di comprare un computer per lavorare, perchè me lo ha sempre procurato l’azienda. Ed erano sempre IBM compatibili, spesso prodotti di punta. Quando ho cominciato ad acquistare computer “privati” avevo già seri problemi di schiena, quindi essi non dovevano pesare più di un chilo e rotti. E la Apple, di questi ultraleggeri, non ne ha mai realizzati. Non ho mai acquistato iPod, perchè da sempre, per me (podcaster) un lettore portatile deve anche essere un buon registratore, e così si spiegano i ben sette i-River IFP799 che comprai o feci comprare ad amici compiacenti. E per quanto riguarda l’iPhone, non ho mai accettato l’assenza di una tastiera ergonomica, così come il fatto di costituire il centro di un ecosistema completamente controllato: le applicazioni sono pubblicate sullo store solo previa accettazione della casa madre, a protezione dei suoi vari e multilaterali business. Per non parlare della tangibile sensazione di “lock in” in un mondo entrati nel quale è difficile uscire: se il prodotto (e l’ecosistema) è davvero così superiore, perchè ostacolare una eventuale fuga del cliente e dello sviluppatore con tutta una serie di pratiche? Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui.
Nessuno nega che si tratti di oggetti straordinari, per molti versi insuperabili. Ma finora non sono mai stato disposto a cedere su alcuni punti “di fondo” per avere in cambio il loro superiore design, l’inarrivabile interfaccia utente, l’attrazione quasi sensoriale che questi oggetti indubbiamente esercitano. Non è una posizione ideologica, infatti non è immutabile. Scenderò sicuramente a questi compromessi il giorno che la Apple sfornerà un MacBook del peso di un chilo e che sia in grado di entrare del mio zaino, e il prezzo non sarà certo un problema.
Circa invece il citato aspetto della “personalità aumentata” di chi li possiede, questo su di me ha un effetto quasi controproducente. Nel momento in cui mi renderò conto che desidero uno di questi gadget perchè li possiedono parecchie persone del giro che conta, questo significherebbe che c’è qualcosa che non va in me, non nel mio computer, nel mio telefono o nel mio lettore portatile. E in quel caso i 699 euro preferirei darli al mio psicanalista.
Una frase con più di dieci parole è troppo lunga. Un video di più di 30 secondi stufa. E anche a un evento interessante, come “Capitale Digitale” di ieri, ci si va per ascoltare il primo minuto, poi tutti a chattare su smartphone, netbook, a telefonare, ad aspettare il rompete le righe, tanto abbiamo marcato il territorio, domani rivedremo le nostre facce su Flickr, e soprattutto c’è il “dopo”, tutti insieme al ristorante, davanti a una generosa porzione di cacio e pepe. In cui parleremo male degli assenti, ma tratteremo peggio i presenti, non per cattiveria ma per segnalare agli altri che siamo così in confidenza, ci vogliamo così bene, da potercelo permettere. Un “dopo” in cui non ci azzarderemo mai ad approfondire alcunchè, ma ci culleremo in un consolatorio cazzeggio a oltranza, che poi è l’unico antidoto rispetto al rischio che il nostro interlocutore, al minimo discorso serio che non lo riguardi direttamente, faccia zapping e via, se n’è già andato.
E così si naviga a vista, in un eterno “horror vacui” che è peggio del vuoto e del silenzio, ma non privo di senso. E’ che il “senso” è ancora una volta, come all’inizio del secolo scorso, una eterna catarsi, un eterno nascere e al contempo morire, di qualsiasi discorso, di qualsiasi vero dialogo.
E allora cosa ci rimane, se vogliamo ancora conversare? Forse ci rimane la città. Con la città possiamo ancora parlare, confessarci, arrabbiarci senza preoccuparci dell’effetto sulle “terze parti”. Perchè quello con la città è un dialogo intimo. Una città dice una cosa diversa ad ognuno di noi. A me, dopo anni di spostamenti coatti al seguito dei genitori, Roma disse, circa venticinque anni fa, che per quanto la riguardava, uno più uno meno non faceva troppa differenza, e che non c’era bisogno di dettarmi le regole, perchè le avrei imparate a mie spese.
Aveva ragione: presto imparai che Roma, escluso il centro (che fa storia a sè) è una città a compartimenti stagni. Per semplificare, la divisi in 4 quadranti:
Nord-Ovest, la città immobile, e felice di esserlo
Nord-Est, la città immobile, e quello è il problema maggiore
Sud-Est, la città immobile, ma quello è il problema minore
Sud-Ovest, la città che oltre al danno di essere immobile, soffre la beffa di poter vedere una irraggiungibile via d’uscita
Imparai poi che era possibile spostarsi tra i quadranti studiando accuratamente le abitudini e gli orari degli automobilisti, in quanto in certe ore del giorno certi luoghi sono semplicemente inaccessibili, quindi è come se non esistessero. Imparai quindi “la città a scacchi”, che fu poi integrata da una sommaria conoscenza dei principali intinerari tangenziali, radiali, anulari intorno ai quali per anni hanno sfilato quartieri “di facciata”, che non ho mai esplorato, come fossero semplici “textures” di qualche videogioco in 3d. Eppure anche dietro quelle “textures” a volte si nascondono dei veri tesori, come l’incredibile gelateria “Cristalli di Zucchero” nascosta in una delle fitte strade che costeggiano Viale dei Colli Portuensi, e che ho potuto scoprire solo grazie a un “uomo di quel quartiere“.
Per conoscere veramente i “pezzi” di città in cui non si risiede o si lavora occorre dunque avere un legame personale con qualcuno che “ci si ritrova” e deve anche lui scendere a patti con il complesso dei problemi e delle opportunità del “suo” territorio. Per conoscere il Torrino, la città dei nuovi professionisti, ho avuto bisogno di persone come Paolo e Pierpa. Per conoscere Cinecittà e il Tuscolano, con le sue peculiarissime e tribali logiche sociali, ho dovuto passare attraverso le forche caudine di un lungo fidanzamento in una fase di piena immaturità ormonale. Prima ancora ho conosciuto il “fatato” mondo dei Parioli, frequentando un liceo da nuovi ricchi, e qui le virgolette dicono più di mille parole. E molto più tardi ho scoperto l’impalpabile mondo postindustriale dell’Ostiense e i suoi forzati del co-working creativo (e dell’aperitivo) per il semplice fatto di costituire, per me, e solo per me, il “quartiere pausa”di un lungo viaggio quotidiano sui mezzi pubblici.
La città racconta una cosa diversa a ciascuno di noi. Si adatta alle nostre vite, e ha con noi un dialogo costante e personalissimo. La Garbatella, che non ho mai vissuto, ma che ho sempre sfiorato, mi racconta la sua voglia di essere ancora “paese”. L’Eur, che continuo a incrociare spesso per motivi di lavoro, mi racconta ogni volta il suo essere una città-sogno, un sogno che non si avvererà mai. Vigna Clara, che ho lambito per tre anni dalla mia minuscola casa da single a Ponte Milvio, serve a ricordarmi che per molti l’apparenza non serve a ingannare, ma può essere elevata a una ragione di vita. L’Esquilino, dove ho vissuto per un anno in compagnia di un paio di simpatici scarafaggi, è una sorta di videogame interrazziale in cui ogni tanto un popolo conquista il dominio a scapito degli altri, ridipingendo i palazzi, imponendo gli odori e stabilendo la lingua ufficiale attraverso le insegne dei negozi.
Poi i luoghi di lavoro: la Magliana, palazzi che galleggiano torvi su una campagna dura a morire (e infatti regna ancora il brigantaggio, specie nei business center); l’Aurelio, il quartiere “a due velocità”, una specie di grande acquasantiera che vive di regole proprie, e dove tutto l’ecosistema “play” si sovrappone a un altro ecosistema “slow motion”, semiospedaliero e interstiziale, ma dalla radici solidissime e inestricabili. E infine Olgiatraz, forse la metafora perfetta del fallimento di qualsiasi prospettiva sociale: un luogo dove alcune persone hanno deciso di rinchiudersi perchè ritengono che il mondo sia un luogo orribile, praticamente la soluzione ideale per chi non ha le palle per suicidarsi.
Ogni pezzo di città, con le sue logiche, ci spiega cosa allontana e cosa tiene unite le persone di fronte a problemi e opportunità reali, o - se preferite - offline. Per questo la città è una impagabile “maestra” nel ricordarci le vere regole del dialogo e della conversazione. Se poi diventa anche digitale tanto meglio, ma non c’è fretta.
Si tratta di un libricino dall’aspetto innocuo, ma che in realtà solleva alcune questioni di grande importanza, a partire dalla necessità di risidegnare il complesso delle regole che sono alla base dei sistemi relazionali di oggi alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Al centro del dibattito tornano ancora una volta i temi dell’identità (moltiplicabile), della sensorialità (espandibile), della condivisione dell’informazione (infinita), tutti elementi destinati a creare un pesante gap culturale tra gruppi e generazioni.
Un divario non tanto tra chi userà questi strumenti e chi non li userà, ma tra chi lo farà consapevolmente, alla luce di una “educazione mediale” in grado di estrarre valore dalle nuove tecnologie, e chi ne subirà l’impatto attrezzato solo degli schemi di riferimento attuali. Per i “migranti” tra le due culture, c’è il rischio, dice Granieri, di intaccare il governo stesso della nostra vita emozionale, dei nostri affetti, dei nostri interessi, ma anche la tutela dei nostri diritti e la difesa dei nostri valori. Saremmo quindi di fronte all’ennesimo bivio, rispetto al quale lo strumento è ancora una volta neutro, e la responsabilità è nostra: vivere in modo “accresciuto” o rimanere vittime del ciclo delle ansie, finendo per delegare la gestione del cambiamento - comunque inevitabile - ai nostri figli.
Il principale merito di questo libro è di aver colto l’essenza di uno dei problemi principali dell transizione tecnologica e culturale che stiamo attraversando: il problema della consapevolezza. Granieri però ci arriva dopo un lungo carotaggio sui “metaversi” o “mondi virtuali” che appartengono da tempo al principale ambito della sua indagine, e che nel frattempo hanno disatteso molte delle loro prospettive iniziali, almeno in chi vi aveva compiuto un investimento emotivo e razionale. La rete, che piaccia o no, nel frattempo somiglia sempre di meno a un metaverso, mostrando invece una progressiva capacità di incidere sul mondo reale attraverso interfacce sempre più evolute e al contempo rispettose dell’insostituibilità della vita offline. Una rete meno fine a sè stessa, più pervasiva nel quotidiano, in grado di costruire persino nuovi modelli economici, ma individualmente meno immersiva, rispetto a quanto Second Life sembrava promettere, davanti al monitor.
Ciò non toglie peraltro attualità e pertinenza ai punti sollevati in questo lavoro comunque molto valido. Se un uso “strategico” di un mezzo “stupido” come la televisione è stato in grado di svuotare di contenuti la nostra democrazia, non credo sia saggio sottovalutare il tema dell’impiego inconsapevole di un mezzo incredibilmente più complesso e intelligente come Internet. E sul fatto che gli anni che stiamo vivendo siano decisivi in merito, sotto il profilo della presa di coscienza e dell’evoluzione culturale, non mi sembra che vi siano dubbi di sorta.
Poco più di 31 anni fa moriva, sotto i colpi della mafia, Peppino Impastato. Il suo era un eroismo figlio di quei tempi: un eroismo solitario, potremmo dire “integrato verticalmente” intorno a una radio, un medium antico ma efficacissimo. Dal giorno del suo assassinio, l’anniversario della sua morte è un rituale di forte impatto emotivo, carico di significati, e ancora in grado di rilanciare in tutta Italia i temi della libertà e della legalità. Ma anche se i mandanti e i sicari sono stati assicurati alla giustizia, sul territorio la mafia continua a dettare legge.
A distanza di 6 lustri, nel frattempo, è cambiato il contesto partecipativo e comunicativo. Come dimostra l’esperienza dei 40xCatania, il social network fondato da Simone Di Stefano, oggi chi lotta contro le piccole e grandi prepotenze si aggrega intorno ai nuovi media sfruttandone il carattere distribuito.
Le iniziative dei 40xCatania sono ormai riconoscibili per i tratti tipici del guerrilla marketing (rapidità di esecuzione, creatività, impatto emotivo, viralità, propagazione e ri-mediazione), ma non hanno nulla a che vedere - per fortuna - con il marketing, e rimangono online giusto il tempo necessario. Lo scopo è infatti quello di cambiare le cose sul territorio, nel mondo reale: e cambiare anche temporaneamente il paesaggio (come è stato fatto con l’impacchettamento della Garitta di Piazza Europa, per protestare contro lo scempio di un luogo pubblico sottratto da tre anni alla città) è la prova reale che le cose possono cambiare anche nel quotidiano.
Le installazioni, le performance teatrali, i blitz tipici di un linguaggio lontano anni luce dai classici cortei con lo striscione, sono il nuovo strumento per riattivare la consapevolezza sopita dei catanesi sui mille problemi di una città che esprime perfettamente la cultura dell’arbitrio dei poteri forti e la corrispondente rassegnazione dei cittadini.
In tutto questo, un social network territoriale, se gestito con la dovuta costanza e conoscenza dello strumento, può avere l’ambizione di portare a valore il “potenziale frammentato di eroismo” di ciascun cittadino, anche il più inerte e disilluso, traducendolo in azioni concrete. E che si tratti di eroismo, per quanto distribuito, lo testimonia il fatto di esercitarlo in un ambiente che non è semplicemente immobile e resistente al cambiamento (come capita a noi ingenui visionari quando parliamo di cambiamento a un’azienda o una pubblica amministrazione del centro-nord) ma che prende attivamente l’iniziativa per segnalare visibilmente e rumorosamente che nulla cambierà: non a caso l’imbavagliamento della Garitta è stato immediatamente distrutto, poco dopo, da un incendio doloso.
Nel frattempo, però, i ragazzi della community in pochi mesi di attività sono finiti su giornali, radio e televisioni, ricevuti dal sindaco, riconosciuti come interlocutori da altri soggetti attivi sul territorio. E continuano a mobilitarsi, sfornare idee, progettare nuove azioni. E noi continueremo a parlare di loro.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica