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Articoli classificati in 'culture digitali'

Flash sarà lento, ma è arrivato comunque prima di Apple

2 Settembre 2010 · 2 commenti

fVi sono stati anni spensierati in cui i web designer non si facevano troppi problemi (nè legati alla velocità di connessione, nè alla potenza dei processori) nell’accontentare i clienti che chiedevano la famigerata “flash intro”. E questo accadeva  per il semplice motivo che ce l’avevano tutti gli altri. E - proprio come lo strascico della sposa di periferia - dato che “l’amica” si era sposata con uno strascico di 200K, loro lo volevano di 250K, per la felicità degli utenti che immancabilmente cliccavano su “Skip Intro”.

Negli anni successivi, peraltro, va detto che chi ha saputo utilizzare in modo intelligente Flash - con player iperleggeri ma anche per le più avanzate web application - ha permesso a questa piattaforma di indirizzare la Rete in modo da accellerarne la capacità di scavalcare la vecchia radio e la vecchia TV. Inoltre, con altre tecnologie (prima fra tutte HTML5) probabilmente il video non avrebbe cavalcato così velocemente la sua evoluzione “Social” che mette oggi in crisi i modelli distributivi tradizionali, e che da queste colonne mettiamo in discussione ogni settimana.

Il problema che invece rimane in campo, quello della “domanda di risorse hardware”, non deve essere brandito come un’arma ideologica. Esso infatti riguarda quasi esclusivamente un settore - quello dei dispositivi mobili - che per molti altri versi (e ad opera di molti altri player) presenta blocchi e chiusure scientificamente studiate, e quindi ben più detestabili. Il fatto che Flash venga supportato da Android, ma che i processori attualmente in campo non siano in grado di offrire una user experience accettabile, non è altro che l’ennesimo riflesso di un diverso modo di approcciare una offerta commerciale: c’è chi è appagato dal poter usare tutto sul web, alle migliori condizioni tecnologiche possibili (best effort = android) e chi si accontenta di una parte del Web, purchè funzioni perfettamente (managed power, managed network = Apple). Ma è un falso problema: entrambi gli approcci, pur rispondendo a uno slancio ideologico, e quindi tendenzialmente assolutista, verso una certa visione della Rete (e forse della vita) sono relativi. Apple funziona benissimo, ma non perfettamente. Android “prende” tutta la rete, ma anche la sua presunta apertura incondizionata comincia a fare acqua, anche perchè la manutenzione della Rete, per dirne solo una, qualcuno dovrà pure pagarla, prima o poi.

E allora, forse è caso di accettare, come abbiamo fatto finora, di vivere in una Rete imperfetta, proprio come il mondo è imperfetto. Abbiamo mille fortune: la stragrande maggioranza delle web application funziona anche con una banda a 1mbps. Del resto, se non funzionasse, ridurrebbe il pubblico potenziale, quindi non conviene appesantirla troppo. Inoltre, quasi tutto è ancora gratis. La pubblicità si può aggirare: e se un certo sito eccede in banner e pop-up, sceglieremo il sito che ne ha di meno.

Insomma la famosa rete libera, quella Internet che tutti vogliono irreggimentare quasi fosse, per sua natura, “comunista” in realtà è quanto di più liberista e concorrenziale vi sia in circolazione, specialmente se raffrontata ai supporti che tende a disintermediare. L’unico meccanismo che sulla Rete permette di esercitare un monopolio è sempre e comunque un meccanismo di merito: il superamento del cosiddetto Tipping Point dell’interoperabilità. E’ per questo che Flash ha vinto: perchè è arrivato per prima con una tecnologia interoperabile, che scavalcava la barriera dei sistemi operativi. E se una cosa del genere l’avesse inventata Apple state certi che ne avrebbe approfittato. Proprio come Skype, che ha “vinto” nel VOIP desktop perchè ha superato il “tipping point” di un certo numero di utenti mondiali. E Google, che ha sbaragliato il campo della pubblicità online perchè AdSense è stata la prima piattaforma davvero pervasiva ed interoperabile, finendo per fare - come in tanti altri casi - da asso piglia tutto.

Per concludere, di nuovo, paradossalmente non c’è affatto una “economia del dono”, ma un regime di vera concorrenza dominato da chi governa ecosistemi interoperabili. Dove elementi come la velocità di connessione e la potenza dei processori svolgono un ruolo importante, ma non così determinante.

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Sciacquare i panni in Tumblr

23 Agosto 2010 · 3 commenti

Ferragosto è un buon momento per misurare la febbre dei social media, anche perchè vi rimangono attaccati solo gli utenti che (forse) li prendono troppo sul serio. Tirato su il setaccio, rimangono nelle maglie coloro i quali hanno sviluppato una qualche forma di dipendenza.

Le dipendenze non sono sempre malsane, anche perchè spesso sono un male minore rispetto ad altre dipendenze. Se l’alternativa, per intenderci, sono le riviste scandalistiche che si leggono sotto l’ombrellone, che sono un vero e proprio strumento di controllo delle masse, allora ben venga il chiacchiericcio al computer, con tutti gli annessi e i connessi: i vari culti della personalità, i flame fini a sè stessi, le “piastrelle” e quant’altro. Almeno non un chiacchiericcio “eterodiretto”.

Il fatto è che questa tendenza ferragostana mette a dura prova l’equilibrio stesso di un Social Media. Prendiamo FriendFeed, che per la sua struttura ha rappresentato a lungo una valida piattaforma per il dibattito su temi non banali. Ebbene, per quanto siano a disposizione di tutti gli strumenti per filtrare le conversazioni, la “spallata d’agosto” sembra aver spinto molti ad abbandonare la discussione proficua ed abbracciare la chiacchera sterile. E parecchi hanno preso la decisione tranchant (che - sia detto per chiarezza - non condivido) di abbandonare la piattaforma del tutto, decisione dietro la quale si nasconde spesso la volontà di attrarre altrove i propri seguaci.

Ed è proprio in questa parola, “seguaci”, che si nasconde uno dei problemi principali dei Social Network. Molti, forse troppi, traggono dall’avere molti follower la principale fonte d’appagamento derivante dal parteciparvi. Beninteso, nessuno ha l’autorità per stabilire cosa sia giusto (per esempio condividere e scambiare idee) e cosa sia sbagliato fare con questi strumenti. E’ un po’ il discorso valido per la televisione: non è sbagliata in sè, semplicemente può diventare un problema l’uso che se ne fa.

Ma proprio come la Televisione tradizionale sembra aver trovato un “equlibrio da ecosistema”, almeno nel nostro Paese, francamente detestabile, non vorrei che anche sui social media gli italiani finiscano per segnalarsi per la capacità di raggiungere un equilibrio solo quando viene superata una certa soglia di rumore, tale da rendere non più percepibile il segnale. Un peccato, perchè - e su questo dovremmo essere tutti d’accordo - se si perde il segnale, viene smarrita la grande opportunità di questi strumenti, cioè quella di creare quella famosa comunicazione grassroots, quel famoso “canale di ritorno” in grado di opporsi alla comunicazione istituzionale top-down, colmando un gap che in Italia è particolarmente penalizzante.

La prima conseguenza è che chi si era avvicinato al 2.0 con velleità da “ecologia dell’informazione” finisce per essere condannato a combattere una battaglia solitaria per il filtro e la selezione dei contenuti (passando metà del suo tempo a bannare i troll o schivare i flame, le attention whores e i professionisti della polemica fine a sè stessa, apparendo inevitabilmente come elitario o comunque poco democatico). L’alternativa - che personalmente preferisco, non avendo particolari ambizioni censorie o di fustigatore dei costumi - è quella di cercare periodicamente un buen retiro in ambienti ancora immuni da queste logiche, per poi magari tornare su FriendFeed o Facebook con il necessario grado di distacco.

tumblr

Un esempio di social network per sua natura ancora strutturalmente al riparo dalle logiche citate è Tumblr, che - per il fatto di ruotare intorno alla riproposizione di contenuti altrui (citazioni, foto, video, audio e quant’altro) - sorvola elegantemente sulla polemica del giorno pescando nell’intimo della nostra quotidianità, di ciò che ha significato per noi in un dato momento, senza necessariamente doverlo spiegare, descrivere o peggio giustificare.

Personalmente poche cose su Internet mi rilassano di più che assistere sullo schermo del salotto, svaccato sul divano, allo slideshow (generato dall’apposita applicazione di Boxee) delle foto dei miei Tumblr friends con il sottofondo della loro musica preferita. Una musica che per qualche misterioso motivo risulta sempre perfettamente appropriata per commentare quelle immagini così oniriche, che sembrano sospese sopra il flusso dei canali TV, sopra il vociare indistinto del “Best of Day” di FriendFeed, sopra il cinguettio di Twitter o la vacuità di Facebook.

Quello di Tumblr è un flusso non autosaturante, pur essendo fatto di immagini, suoni e parole, proprio come la televisione. E allora il sospetto che a darci l’orticaria non sia la pesantezza dell’apparire, come abbiamo creduto a lungo, ma la pesantezza di un certo modo di essere, si fa strada nella nostra coscienza. Ma prima che anche questo sospetto diventi frutto di crucci o riflessioni strutturate, prefieriamo seppellirlo sotto un salutare “chi se ne frega”.

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La Consumer Electronics indirizza l’Hype, non il mercato

30 Luglio 2010 · 1 commento

3dComplice il successo planetario di oggetti mirabolanti come l’iPhone e l’iPad, oggi in qualsiasi chiaccherata tra addetti ai lavori è molto facile dare per scontato che sia l’industria dell’elettronica di consumo a determinare i trend d’uso e di conseguenza l’evoluzione del mercato dell’ICT. A un livello più profondo, tra gli strateghi del settore sono in molti a credere che il vero e proprio “kickstart” parta dall’evoluzione dei chipset, che sarebbe addirittura in grado di indirizzare, in ultima istanza, i comportamenti dei clienti.

Personalmente, ho sempre creduto che i consumatori siano molto meno “ormonali” e governabili di quanto si creda, mentre siano piuttosto le aziende, soprattutto copiandosi tra loro, a cadere vittima di riflessi pavloviani. Se alcune grandi major cinematografiche si buttano nel 3D, alcuni grandi marchi di televisori fanno a gara per corrergli dietro, investendo milioni di euro in ricerca, sviluppo e infine marketing. Così come in Sony fu facile, negli anni ‘90, vendere internamente l’idea fallimentare dei CD anticopia, oggi i produttori di flatscreen TV sono convinti di poter superare i lunghi cicli di sostituzione dei loro schermi vendendoci la televisione in 3D. Eppure è evidente, anche confrontando le previsioni di diversi analisti, che sarà la Net Enabled TV, e non il 3D la killer application del futuro.

E allora come può spiegarsi questo grande hype sul 3D cavalcato dai brand principali della Consumer Electronics? Il punto è che non solo per questa industria è difficile ammettere che una “esternalità” del loro ecosistema (lo sviluppo della televisione via internet) possa introdurre nuove variabili difficili da governare -  e questo potremmo chiamarlo “l’ostacolo culturale” - ma soprattutto non bisogna dimenticare gli intrecci societari tra alcune di queste aziende e il mondo della produzione e della distribuzione “tradizionale” di contenuti. E se persino Apple, come ha dimostrato la vicenda dell’iPhone 4, vede scricchiolare l’inossidabilità del proprio marchio, principale asset dell’azienda di Cupertino, potremmo presto assistere a una nuova stagione dell’elettronica di consumo, magari più umile e più attenta a quello che succede al di fuori dalle proprie mura.

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Media e Architettura, il riflesso pavloviano

16 Giugno 2010 · 3 commenti

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No, non si è ancora chiusa la Festa dell’Architettura che si è celebrata a Roma a cavallo dello scorso weekend. Gli eventi collaterali, infatti, proseguono con profitto in varie location, a cominciare dalla Casa dell’Architettura che è stata il teatro, ieri sera, di un interessante dibattito sul difficile rapporto tra Architettura e Media, alla presenza di importanti firme delle pagine culturali di quotidiani, radio e televisioni nazionali.

Il tema non permetteva grandi deviazioni rispetto all’analisi di una industria, quella dei Media mainstream, che sembra ormai interessarsi all’Architettura solo quando Massimiliano Fuksas si accapiglia con Guido Bertolaso, quando qualche V.I.P. si scaglia contro l’Ara Pacis di Richard Meier e così via. Eppure, ha sottolineato Francesco Erbani (Repubblica) “vi è stata un’epoca in cui le grandi questioni urbanistiche interessavano i media, coinvolgendo direttamente i cittadini”, citando ad esempio la questione della costruzione dell’albergo Hilton che cambiò per sempre il profilo della collina di Monte Mario, mentre oggi, ha proseguito Giuseppe Pullara del Corriere della Sera, “eventi come la ‘Festa’, per quanto meritori, finiscono per svolgersi e chiudersi nei templi degli addetti ai lavori”, senza entrare di fatto nella vita quotidiana delle persone.

La prima riflessione che ne ho tratto è che evidentemente i giornalisti mainstream danno per scontate alcune premesse, che invece varrebbe la pena di mettere in discussione:

  1. il fatto che l’indicatore del successo di una manifestazione come la “Festa”, così come il grado di coinvolgimento della popolazione sia necessariamente la quantità di copertura stampa che essa è in grado di generare
  2. il fatto che i Media siano gli unici in grado di trasformare un “evento di comunicazione” (così è stato più volte etichettato dai relatori durante il dibattito) in vera e propria “informazione” ad uso e consumo delle masse dei non addetti ai lavori
  3. il fatto che i grandi dibattiti degli anni ‘60 rispondessero a logiche più nobili (rispetto alle polemiche odierne) del giornalismo di quei tempi, rispetto al becerume dilagante della stampa dei giorni nostri
  4. il fatto che tali epocali discussioni fossero davvero in grado di interessare le grandi masse (e non, piuttosto, gli stessi editori - che in non pochi casi coincidevano con i grandi nomi dell’immobiliarismo romano, finendo quindi per costituire una parte in causa su molti temi relativi all’espansione urbanistica della città)

La sensazione è che la stampa, che pure di cose interessanti su questi temi ne avrebbe da dire, sia prigioniera del riflesso pavloviano che mescola la difesa del proprio ruolo di intermediatore alla litania del cahier de doléances nei confronti di una linea editoriale nelle mani di chi, se non ha una polemica per le mani, non pubblica, perchè “non interessa”. Ed è triste pensare di dover ridurre tutta la discussione a questo, ignorando il fatto che chi oggi si interessa di architettura senza essere un addetto ai lavori può comodamente disintermediare la stampa mainstream e trovare sul Web contenuti professionali o prosumer che nessuna iniziativa editoriale Top-Down potrebbe oggi minimamente sognarsi di proporre con un modello di business credibile e sostenibile.

Basta farsi un giro su YouTube, e magari aggregare tutti i nostri video preferiti di architettura in un canale come ArchitectureRedux,  per rendersi conto che oggi - forse - non c’è nemmeno bisogno di cercare e trovare la quadra finanziaria - per esempio - di un canale televisivo dedicato a questa che per molti è una passione, magari destrutturata, instintiva, ma non per questo male informata. E a proposito della capacità di coinvolgere i cittadini nella discussione sul futuro della città, su quanto debba essere ridimensionato il ruolo della stampa mainstream credo che gli autori dell’installazione interattiva “L’atlante di Roma“, che raccoglie e rilancia le idee di tutti sia localmente che in rete, abbiano anche loro qualcosa da dire.

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I Social Trends? Raccogliamoli acerbi

31 Maggio 2010 · Nessun commento

trendzTentare di fotografare un soggetto in movimento è sempre difficile. O si ha una straordinaria tecnica di ripresa, o si cerca di cambiare le regole della documentazione e del racconto. Così, quando la Prof.ssa Vernuccio mi ha chiesto di tenere una lezione sullo stato dell’arte dei Social Media agli allievi del Master MUMM dell’Università “La Sapienza”, con cui collaboro ormai da tre anni, stavolta ho deciso di rinunciare a un racconto strutturato, preferendo la formula del “Prezi“, che ben si presta per descrivere qualcosa che ancora non ha preso forma.I Social Trends, che ispirano l’evoluzione dei Media, e con essa le strategie di comunicazione delle grandi aziende, indubbiamente hanno una dinamica così rapida e mutevole che le porta spesso ad arrivare in ritardo. E’ inutile attendere che una tendenza socio-antropologica giunga a maturazione per poi elaborare, per esempio, i contenuti e le modalità di una  campagna. Occorre invece provare a capire i fenomeni mentre nascono, anche a costo di studiare quelli apparentemente inutili alla causa del marketing, perchè in molti casi le lezioni di un trend apparentemente fine a sè stesso sono utilissime in una moltitudine di casistiche affini.

Può capitare che le logiche destrutturate che governano un Web Meme siano essenziali per orientare una campagna virale. Che i nuovi “Corporate Generated Content“, pur non alimentando ancora un proprio modello di business, costringano i vecchi modelli pubblicitari ad adeguamenti repentini. Che la più efficace delle campagne di promozione di un bene immateriale (come ormai è un film, un album musicale o un qualsiasi blockbuster) si riveli del tutto sbagliata a causa dell’evoluzione del concetto stesso di proprietà intellettuale.

Per questo ho preferito, in una rapida sequenza di “fotografie mosse”, arricchite - laddove possibile - da approfondimenti, come video, testi ed esercitazioni, raccontare quello che succede senza necessariamente indicare la ricetta su come portare questi trend a fattor comune per una strategia di comunicazione di successo.

Questo è un compito che spetta (credo) alle nuove generazioni, cioè alle persone che - a differenza mia e di molti altri quarantenni che hanno construito la loro carriera e il loro profilo su “Prima Comunicazione” seguendo logiche opposte  - vivono già in prima persona questi trend e possono coglierne tutto il potenziale.

Un assunto di questo tipo poteva sembrare provocatorio lo scorso anno, quando gli interventi di alcuni rappresentanti delle aziende che sponsorizzano il Master mi avevano un po’ deluso sotto il profilo della disponibilità a cambiare (e far cambiare) registro. Nel 2009, lo slogan “il brand è un valore assoluto” ancora risuonava nelle mie orecchie. Ascoltando invece gli interventi aziendali nella giornata d’inaugurazione dell’edizione 2010, per fortuna mi sono sentito molto più in sintonia con le parole d’ordine degli sponsor. In generale, oltre alla competenza (che non è mai stata in discussione) ho apprezzato la capacità di ascoltare fuori dalla torre d’avorio di un sistema,  quello del marketing, che non può più pensare di sopravvivere continuando ad alzare barriere verso il ruolo sempre più attivo dei consumatori.

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Over the Top Democracy?

23 Aprile 2010 · 1 commento

f

Ricapitolando: la democrazia funziona se è rappresentativa. Ma i rappresentanti sono eletti in base al consenso, che si forma attraverso i mezzi di informazione. Ergo, se qualcuno controlla i mezzi di informazione può decidere chi viene eletto, la democrazia va a farsi benedire, il potere pubblico si intreccia sempre più con quello privato, l’illegalità è diffusa, nessuno tutela più i diritti dei cittadini, che diventano sempre più sudditi, e il resto della storia la conosciamo bene.

In una democrazia fallita come questa, il potere è integrato verticalmente. Funziona solo se hai il controllo sia del pubblico che del privato. E di certo non puoi fare troppa differenza tra ciò che è legale e ciò che è illegale, dato che qualcuno (chi è tutelato dal sistema di potere) è al di sopra della legge, mentre tutti gli altri (i cittadini diventati sudditi) ovviamente no.

Il fatto che i cittadini siano esclusi dai loro diritti faticosamente conquistati con la carta costituzionale non obbliga peraltro questi ultimi a diventare sudditi ad ogni costo. Volendo, si può espatriare, cosa che ai tempi dei despoti illuminati, ma anche nei regimi totalitari del secolo scorso,  era più complicato. Si può tentare la strada dell’illegalità, come sempre più persone fanno. In fondo si tratta non di infrangere le regole (che sostanzialmente non sono più in vigore) ma di rispettare le regole nuove, quelle dei clan, delle clientele, delle piccole e grandi mafie. Se si ha un grande talento e una gran voglia di lavorare, in casi estremi è persino possibile arricchirsi legalmente, fermandosi quando il sistema illegale del potere, di fronte alla ricchezza accumulata, chiede di pagare il dazio, e rimanendo così in pace con la propria coscienza.

Ma tutte queste soluzioni (e la lista non era certo esaustiva), che pure esistono, presuppongono l’accettazione di principi che oggi appaiono comunque un po’ obsoleti. A cominciare dal concetto di Stato, che - ce lo ricordano i libri di scuola sepolti da qualche parte - si realizza attraverso l’unione di tre elementi: Popolazione, Territorio e Sovranità.

Ma cosa sono diventati la popolazione, il territorio e la sovranità nell’era di internet? Non sono cambiati abbastanza da poter parlare di “livelli ulteriori” di organizzazione sociale? Livelli che, pur nel rispetto delle leggi, cominciano a costituire altrettante “istituzioni liquide”, in grado di restituirci, magari in modo frammentato, e per piccoli ma inesorabili passi, le conquiste civili che il potere verticalmente integrato è riuscito a sfilarci dalle tasche?

E’ vero, per quanto si possa essere bravi, dovremo sempre - e lo faremo sempre - non solo rispettare le leggi, ma anche pagare le tasse, accettare il degrado dei servizi pubblici “fisici”, delle infrastrutture pubbliche, veder passare sotto i nostri occhi le mille ingiustizie quotidiane, l’ambiente che si deturpa e l’informazione mainstream ridotta a uno stuolo di impiegati in ginocchio di fronte a padroni e padroncini. E sarebbe ingiusto “mollare” sul fronte del potere integralmente verticato rinunciando a fare uso dei residui margini di manovra: l’impegno civile, la lotta politica, o anche semplicemente - per chi può incidere in alcune aree chiave - l’esercizio della nostra professionalità e della nostra onestà intellettuale, se e quando ne siamo provvisti.

Ma non sottovalutiamo quello che sta succedendo sempre più nel nostro quotidiano. Se l’informazione mainstream non funziona, cerchiamo di capire cosa succede sul Web. Se la televisione eroga montagne di spazzatura, possiamo risciacquare i panni nel fiume di Internet. Possiamo coltivare i nostri interessi, e trovare prima online, e poi incontrare nella vita reale, le persone che li condividono con noi. Possiamo sfuggire alla pigra abitudine di frequentare le persone che gravitano intorno a noi, ma con cui non abbiamo nulla a che vedere. Per incontrare persone magari molto diverse da noi, e che proprio per quello ci arricchiscono.

Tutto il contrario, insomma, rispetto a ciò che il potere autoalimentante di una democrazia incancrenita non vuole che i sudditi scoprano possibile, e non a caso quel potere ci chiede ogni giorno di chiuderci nelle nostre case, nelle nostre tronfie autovetture, nei sogni precotti della TV mainstream e del cinema delle major, proprio per non poter guardare quello che succede appena fuori dalla porta di casa.

Alcune persone, non certo su Internet ma anche grazie a Internet, hanno cambiato la propria vita reale ricostruendo “sacche di democrazia Over the Top”, Riappropriandosi dei propri interessi, del piacere di ragionare con la propria testa, della ricchezza della diversità e del confronto con gli altri. Se ne incontrano sempre di più, e se prima “esercitavano” nel cortocircuito autoreferenziale dei social media, oggi li vediamo attivi nel mondo reale, sul territorio, in “eventi” sempre meno istituzionali, sempre più informali, riconquistando spazi (sia fisici che di dialogo) che sembravano perduti, fino a fondersi completamente nel quotidiano, E a tratti perdendo, finalmente, quel carattere di “specialità” che condannava questa evoluzione al ruolo di mero esperimento sociale.

Ora che per un numero finalmente significativo di persone questi comportamenti sono sempre meno eccezione, e sempre più regola, possiamo parlare di “Prove tecniche di Democrazia Over the Top”?

Certo che no. Ma quando Monicelli, qualche settimana fa, parlò di Rivoluzione, con una parola coraggiosa ma anche orgogliosamente antica, mi sembrò una risposta verticalmente integrata al potere verticalmente integrato.  La Rivoluzione si fa per costuire altre istituzioni che si giustificano a vicenda. Sovranità, Popolazione, Territorio. Tenute insieme da un ulteriore collante, il più fragile, la Legalità, figlia del concetto di un uomo che nasce “in guerra con gli altri uomini” e che quindi ha bisogno- appunto - di una istituzione cui venga conferito (dal Popolo, naturalmente) l’esercizio esclusivo della violenza sanzionatoria (lo Stato Sovrano).

Forse oggi è possibile azzardare altre risposte, cominciando dall’osservazione puntuale delle piccole conquiste di chi oggi non compra un prodotto perchè ha visto la pubblicità, non vota un candidato perchè è apparso per più minuti in un TG, non ha speso 300 euro per un paio di scarpe perchè altrimenti qualcuno potrebbe pensare che non stai contando più nulla.

E’ una minoranza, ma non è destinata all’estinzione. I numeri dicono altro, e vanno di pari passo con la diffusione del Web e la crisi dei mezzi di informazione tradizionali. Vorrà pur dire qualcosa.

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Portare Rifkin nel seminterrato

2 Aprile 2010 · 1 commento

rifkin

Ho meditato un pò prima di scrivere questo post. Forse volevo avere una conferma dalle ultime elezioni amministrative, e l’ho avuta. Una sostanziale maggioranza di cittadini può anche vedersi sfilare la democrazia dalle tasche, ma continuare a sostenere il borseggiatore. Quindi, prima di riconvertirci alla Civiltà dell’Empatia di Jeremy Rifkin per salvare il mondo dall’autodistruzione, magari è il caso di giocarci le ultime chance per evitare che a salvare noi italiani da un collasso ancora più immediato di quello ambientale, arrivino ancora gli angloamericani, come l’ultima volta, o - molto più probabilmente - i russi, i cinesi o gli indiani. Il cui concetto di “salvare gli italiani” potrebbe essere molto soggettivo.

L’incontro dei blogger con Rifkin, organizzato dai valenti Mafe e Gallizio qualche giorno fa, è stata l’occasione per distaccarsi dalle beghe nostrane e provare ad affrontare un discorso dal respiro più ampio sulle prospettive del popolo bipede che governa la terra. Ma - almeno per quanto mi riguarda - non ne sono stato capace, e la domanda che ho finito per rivolgergli è stata: “In una società come quella italiana, lontana anni luce da ciò che lei predica, come possiamo anche solo acquisire la necessaria consapevolezza per affrontare la gravità di questa sfida?”

Rifkin ha risposto citando il crollo dell’Impero Romano, il passaggio attraverso il MedioEvo e il rifiorire della civiltà con il Rinascimento.  Che - intendiamoci - è una risposta bellissima. Ma non è la risposta di chi sa quello che sta succedendo in Italia negli ultimi 20 anni: un paese in cui un personaggio pubblico, ma anche un prodotto o un servizio semplicemente non esistono se non vanno in televisione. E dato che c’è una persona, il Capo del Governo, che può decidere cosa va in televisione, è facile giungere alla conclusione che questa persona può stabilire cosa esiste e cosa non esiste. E la democrazia, in queste condizioni, è davvero uno stanco ripetersi di vuoti riti formali, con istituzioni che servono fondamentalmente a distribuire sacche di potere, anche tra i potenziali avversari politici, che vengono così facilmente ricondotti a una ordinata mansuetudine.

Non si tratta, per intenderci, di “manipolare il consenso”, di “svuotare di contenuti” la democrazia. E’ proprio la rappresentazione della realtà che si sposta su piani del tutto incompatibili con la presa di consapevolezza di problemi che vadano oltre il cancello di casa. Fino a imporre un nuovo “senso”, una nuova chiave di lettura dei nostri stili di vita, prima ancora che del mondo esterno e delle sfide per la sopravvivenza che il genere umano si appresta ad affrontare, nonostante l’esistenza di vere e proprie “palle al piede” come sono diventate l’Italia e gli Italiani.

Proviamo, ogni tanto, a guardarci negli occhi. Il nostro sguardo è sfuggente. Non siamo in grado di ascoltare tre parole in croce, perchè siamo già proiettati nell’aspettativa di un appagamento immediato del nostro ego. Prima di capire il senso di un dialogo, occorre essere disposti al dialogo. E non lo siamo: ascoltiamo solo noi stessi, le nostre paure, la nostra “pancia”. E’ questo il risultato di anni di “Non è la Rai”, “Amici”, “Verissimo”, “Studio Aperto” e di tutto il sottobosco delle grandi e piccole Wanna Marchi che sono ormai dietro a ogni angolo, quasi un rumore di fondo della nostra quotidianità, accettato come un male minore, ormai non più sradicabile dalla nostra società.

In una parola, siamo assuefatti: accettiamo piccole e grandi ruberie, piccoli e grandi scandali. Diamo ancora ascolto a chi, in nome di una superiorità morale certificata dall’alto, anzi dall’altissimo, chiede ai cattolici di disobbedire alle leggi ingiuste, le leggi “contro la famiglia”, salvo poi chiudere un occhio di fronte alle verità più sconvolgenti, quelle che minacciano direttamente i nostri figli.

No, Mr. Rifkin, non credo sia possibile chiedere agli italiani di saltare a piè pari la premessa di fondo, cioè interpretare la realtà che è sotto i nostri occhi, almeno quando ci avventuriamo oltre la porta di casa, per acquisire d’un colpo la consapevolezza globale, quella necessaria per abbracciare la “Civiltà dell’Empatia”:  sono due gradi successivi di presa di coscienza. Qualcuno, qui da noi, se ne sta facendo una ragione. Forse l’unico contributo che possiamo dare è quello di costituire un esempio di come una società avanzata possa rapidamente regredire usando scientificamente i mezzi di comunicazione di massa come una leva di potere.  Magari potremo essere i primi a sviluppare un vaccino, come spesso accade in questi casi. Ma nel frattempo, come ben dice il suo libro, i problemi saranno ben altri, quindi sarà già tanto se non costituiremo un intralcio eccessivo.

[foto di Luca Alagna]

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Le micro web-tv e il sospetto del riflesso condizionato

16 Marzo 2010 · 3 commenti

tAppena reduce dalla presentazione del libro di Giampaolo Colletti “Le tv fai da web”, vengo assalito da un dubbio. E se questa esplosione delle micro web-tv (condominiali, di quartiere, comunitarie, universitarie, legate a specifiche istanze o gruppi di interesse…) non fosse altro che un riflesso condizionato, rispetto a una cultura che ha imposto negli anni “la televisione” come mezzo di comunicazione privilegiato - anzi - obbligato?

E’ un sospetto che nasce nella parte più maliziosa e disincantata della mia anima di osservatore dell’evoluzione (involuzione?) comunicativa del paese. Ma è un sospetto legittimo: per decenni la comunicazione, in Italia, non è stato uno strumento di democrazia, ma una scorciatoia. Dato che i gruppi di potere avevano bisogno di consenso, era più facile raccontare un paese migliore di quello che fosse piuttosto che cercare di farlo diventare tale. La televisione, per la sua capacità di esercitare le leve emotive, si è rivelata lo strumento ideale per imboccare questa scorciatoia, che ha di fatto svuotato di contenuti la nostra democrazia.

E’ così che siamo diventati, tra i paesi dell’Occidente avanzato, quello dove si leggono meno i giornali, e oggi quello con la più bassa penetrazione di internet. Non c’è dunque da stupirsi se dei tanti usi informativi e democratici che si potevano fare di internet, nel nostro paese, non si è scelto - come reazione - di adottare quelli “a due vie”: ha infatti prevalso - appunto - il nostro riflesso condizionato, quello di reagire con “la televisione fai da web”. E cioè una televisione che in larga misura ha mutuato format, linguaggi, modalità di fruizione (resiste l’ossessione del palinsesto e della tv di flusso)  dalla tv tradizionale, limitandosi nella sostanza a disintermediare la capacità trasmissiva.  Si è reagito alla gestione monopolistica di uno strumento a una via con una parcellizzazione dello stesso strumento a una via: largamente sottoutilizzate sono infatti, nelle esperienze offerte dal panorama delle microweb tv italiane, le funzioni tipiche della web tv che permettono una continua interazione con i fruitori (chat, collegamenti skype, commenti, raccomandazioni, RSS, social tagging, partecipazione mediante UGC…), nonchè la condivisione dei contenuti tra fruitore e fruitore (e cioè la viralità), tutti elementi che caratterizzano il modo in cui il web ha cambiato e sta ancora cambiando la televisione lontano dai nostri confini. La “socialità” della nuova tv e l’aggregazione trasversale attraverso interessi verticali e determinano infatti un mutamento fisiologico dei linguaggi e dei contenuti stessi.

E’ una occasione perduta, perchè è proprio sfuggendo alla logica e ai meccanismi narrativi della tv che ci ha condizionato per tanti anni, sperimentando nuovi linguaggi e liberandoci una volta per tutte dall’ossessione di controllare un palinsesto di flusso (a organizzarlo, se proprio è necessario, ci pensano gli utenti stessi) che si può fare della micro web tv uno strumento in grado di “fare massa critica”, cambiando l’angolazione del nostro sguardo sulla realtà. Finchè avremo talk show, reality, tg, quiz e altre amenità di questo tipo continueremo a fare il gioco di chi ha stabilito, prima ancora di raccontarci una storia, a quale tipo di emozioni abbiamo diritto. Senza dimenticare che la TV è solo uno dei tanti modi di raccontare una storia. E internet ce lo insegna ogni giorno.

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The Power Point of No Return

10 Marzo 2010 · 5 commenti

pPerchè quasi tutte le volte che dobbiamo produrre un documento aziendale usiamo delle slide? E’ una domanda che ultimamente mi trovo a pormi in modo sempre più insistente, seppellito dalle montagne di documenti orizzontali (quasi sempre PowerPoint) che vengono prodotti alla minima esigenza di manifestare un pensiero che rifletta il punto di vista “aziendale” di un individuo, di una funzione, di una business unit o dell’intera Corporation.

In un convegno di qualche anno fa Nicholas Negroponte, dopo che alcuni relatori lo avevano preceduto con presentazioni da 40 slide ciascuna, disse che non avrebbe usato alcun supporto grafico perchè secondo lui PowerPoint era responsabile di una frazione significativa del calo del PIL degli Stati Uniti.  In quella circostanza Negroponte giustificò questa piccola provocazione ricordando come negli USA sia invalsa la pratica (subito adottata da noi, che non ci facciamo mancare mai niente) di far avanzare un qualsiasi progetto dalle funzioni più basse di una azienda fino al vertice a colpi - appunto - di presentazioni sempre diverse. E il problema non è tanto il tempo perso nel prepararle, quanto il fatto che l’idea originaria, presente ancora “vergine” nelle prime versioni dei documenti, nelle successive inesorabilmente si perde tra esigenze politiche, equilibri di potere interni, necessità di “vendere” un aspetto piuttosto che un altro, fino ad arrivare al Top Management sotto forma di un polpettone inestricabile dove è scomparsa qualsiasi forma del pensiero che si intendeva trasmettere. Ed è il polpettone inestricabile, non l’idea, che viene infine approvato e messa in pratica, con l’effetto di compattare ulteriormente i blocchi e i compromessi organizzativi che l’hanno prodotto, senza contare l’effetto di scoraggiare eventuali “idee” successive.

In tutto questo la scelta del formato delle slide, rispetto a un semplice documento testuale, gioca un ruolo non trascurabile. Le slide vengono preferite al classico “Word” proprio perchè permettono di usare la grafica e la sintesi come un artificio, permettendo blocchi, compromessi e polpettoni sempre più inestricabili. La mia non vuole essere una critica allo strumento in sè: se ben usati, programmi come PowerPoint, Keynote o Prezi possono essere estremamente utili per presentare un’idea o anche solo per organizzare lo storyboard. Ma è l’uso che nella pratica si è rivelato prevalente, quello di produrre dei deliverable sotto forma di slide (intesi per essere letti indipendentemente dalla presenza del relatore) che ha prodotto il disastro attuale. Ciò che viene scritto per essere stampato e consegnato (o magari fatto circolare a indirizzari  di dimensioni oceaniche), e non per essere integrato da uno speech, implicitamente rompe il “canone della presentazione”ed entra nel dominio della narrazione autoconsistente, dove non può e non deve mancare nulla: sia sotto il profilo meramente espositivo (non essendo prevista interattività si deve scrivere tutto, in modo che tutti capiscano) sia sotto quello “politico” (visto che può finire in qualsiasi mano, si deve scrivere tutto, in modo che nessuno abbia a lamentarsi).

Chi concepì originariamente questi strumenti non faceva mistero del ruolo evocativo (e non didascalico) o di onesta sintesi che avrebbe dovuto svolgere la grafica. A volte, si diceva, basta una immagine per trasmettere il pensiero meglio di mille parole. Ma nella deleteria chiave del “deliverable a tutti i costi”, la grafica serve proprio per”dire ciò che non si può dire a parole”. E quindi il tale logo non deve essere troppo vicino alla “palla” di quel mercato, altrimenti chi ha giurisdizione su quel mercato potrebbe risentirsi; quella freccia può andare in una direzione, ma non in un’altra perchè si deve capire (ma non si può dire) che non è previsto feedback, e così via.

Il risultato è che le slide aziendali molto spesso hanno il preciso compito di NON comunicare idee, concentrandosi sull’esigenza di manifestare il presidio di un concetto e di certificare rapporti di forza. Si potrà obbiettare che è questa deriva è presente anche nei documenti testuali: certo, ma è semplicemente più scomodo descrivere un rapporto di forza piuttosto che limitarsi a rappresentarlo. Senza dimenticare che i nostri manager sono spesso attanagliati, quando aprono Word, dalla “sindrome della pagina vuota”, mentre è facile - nonchè universalmente accettato  - riciclare vecchi grafici o risistemare alla meglio qualche bullet point.

La natura profonda di questo problema è nel ventre molle delle organizzazioni aziendali, e in particolare nelle nostrane che prendono il peggio dall’efficientismo di facciata di origine anglosassone (ben rappresentato nelle strisce di Dilbert) e la superficialità (è il termine più gentile che mi viene in questo momento) dell’approccio italiano alla comunicazione interna. Non è un caso che quando a comunicare sono soggetti di diversa cultura e estrazione, il livello del documento quasi sempre migliora. Se quindi si intende sfuggire alla sindrome della vacuità concettuale, una buona regola potrebbe essere quella di armarsi di umiltà, guardare fuori (il più lontano possibile) e trarne tutte le lezioni del caso.

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Redux: la soluzione “lean back” all’ossessione interattiva del video online

27 Febbraio 2010 · 1 commento

reduxUno dei problemi che hanno i servizi di video sharing nell’affrontare il passaggio dal desktop al primo schermo è quello di adeguare l’interfaccia al mutato atteggiamento dell’utente.  Davanti al computer, infatti,  il nostro approccio è un “lean forward” (sporgersi in avanti verso lo schermo), per cui siamo portati a un elevato grado di interazione con il contenuto, e non ci costa più di tanto nè cercarlo (search), nè passare rapidamente da un video all’altro (browse), nè inserire preferenze (like) o commenti. Quando invece ci troviamo di fronte allo schermo del salotto la nostra esperienza è tipicamente “lean back”, cioè siamo svaccati sul divano e non ce la sentiamo di fare molto di più che premere tasti sul telecomando col preciso obiettivo di poter smettere di farlo, avendo trovato un “canale” che ci propinerà di sua iniziativa cose che ci aspettiamo che siano di nostro gradimento (discovery).Nessuna applicazione di online video, sia tra i servizi veri e propri (YouTube, Vimeo…) sia tra i servizi di puro sharing o bookmarking (come Digg) era riuscito a proporre una applicazione “da divano” in grado di far quadrare il cerchio.Con l’applicazione di Redux per Boxee, però, si scorge finalmente qualcosa di interessante all’orizzonte. Grazie ad essa, possiamo scegliere lo “stream” (sostanzialmente una playlist proposta in continuità) che più ci aggrada, composto dai video che via via gli utenti della community inseriscono nei vari canali, e poi smettere di interagire con il televisore. Ogni tanto faranno capolino i “like” e i commenti degli altri utenti, ma in sostanza è come avere a disposizione tanti canali tematici da tenere anche in sottofondo, senza una fruizione particolamente immersiva.Nel mondo dei widget di servizi di video online per Set Top Box, Media Center, Console, e anche Connected TV non mi è difficile giocare un chip su questo tipo di applicazioni “rilassate”. Se è vero che ciò che ci attrae della coda lunga è l’avere di fronte quasi sempre quello che abbiamo cercato, è anche vero che - specialmente dal divano - cercare, selezionare e segmentare all’infinito è stressante, e finisce per costituire una attività che quasi si sovrappone alla fruizione del contenuto vero e proprio.Per questo Redux per Boxee e i suoi emuli futuri (arriveranno, vedrete) hanno a mio modesto parere un futuro molto florido davanti a sè.Aggiornamento del 10.5.2010: su questo tema ho tenuto una presentazione alla tappa romana della Ignite Week. La copio qui sotto per i più curiosi, e c’è anche il video.

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Le nuove domande dei consumatori “reloaded”

25 Febbraio 2010 · Nessun commento

seanPer tanti anni, nella definizione dei messaggi chiave di una qualsiasi campagna di comunicazione integrata, account e creativi si sono scervellati nell’intento di “anticipare le domande del cliente” con i temi di maggiore impatto, da legare - ovviamente - alle infinite virtù del prodotto o del servizio reclamizzato.

Il “consumatore reloaded”, quello che non solo prende le sue decisioni dopo essersi informato su una varietà di canali, creando ormai lui stesso canali su cui stabilisce le regole d’ingaggio, non solo può rispondere ai messaggi istituzionali con la loro stessa visibilità, ma finisce anche per porsi nuove domande.

E così, al fianco delle tradizionali “Cosa fa questo prodotto?”, “Qual è il prezzo?”, “Chi consuma questo prodotto?” eccetera eccetera, si fa strada una domanda ancora largamente ignorata dalle Aziende, e cioè: “Perchè mi stanno dicendo questo?”.

Sì, perchè usando la rete, e il suo potere di disintermediazione, il consumatore ha implicitamente smascherato alcuni del meccanismi di formazione del consenso intorno a certi messaggi istituzionali. E così, se per esempio in un partito qualcuno, da sempre riconosciuto il leader, proclama “Sono io il leader“, questo significa che la sua leadership è messa in discussione.

Non si tratta solo di consumatori “smaliziati”. La disillusione rispetto a un messaggio aziendale è una sorta di residuo passivo, e - come tale - una categoria quantitativa. E’ la ricchezza delle informazioni sul prodotto che solo la rete offre, con le sue capacità di generare “crowd”, a determinare una più elevata attenzione qualitativa su tutti i valori dell’azienda e del prodotto/servizio considerati. Se una volta quindi l’unico rischio che un’Azienda correva nel proclamare “i nostri spremiagrumi sono sicuri” era che anche i consumatori non consapevoli dei rischi potessero così dedurli dal messaggio rassicurante (che arriva puntualmente in ritardo, cioè dopo una attenta valutazione “corporate” del rapporto costi/benefici di una tale dichiarazione), oggi Toyota è stata costretta a ritirare più di 8 milioni di autovetture perchè era stato facile, in rete, aggregare tutti i casi in cui i difetti delle autovetture avevano comportato gravi conseguenze in materia di sicurezza.

Ma il tema non riguarda solo la comunicazione di crisi. Il livello di attenzione del pubblico, e il suo accresciuto potere d’influenza in rete, può anche incidere su una campagna istituzionale “pura”. Cosa spinge Credit Agricole a lanciarsi in una costosa campagna sul “Green Banking”, con Sean Connery come testimonial? Quanto è facile intuire una connessione tra l’esigenza del marchio di differenziarsi da un universo, quello dei servizi finanziari, largamente colpito dal Credit Crunch? Queste non sono più domande da addetti ai lavori: sono le domande che si pongono tutti. E le aziende, tutte le aziende, farebbero bene a cominciare a tenerne conto.

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Rai Storia, lettera a una Nazione mai nata

10 Febbraio 2010 · 5 commenti

rai stagnoIn questi giorni l’unico buon motivo per accendere il decoder SKY, rimasto lì sotto a imperitura memoria di un contratto ormai morto e sepolto (ma quando vengono a riprenderselo?) è il canale 805, cioè Rai Storia.

Un canale che ci sbatte davanti agli occhi che popolo eravamo, quale “Nazione” saremmo a un certo punto dovuti diventare secondo una certa élite intellettuale, e come mai (ce lo spiega “La Storia siamo noi“) siamo invece diventati questa accozzaglia rissosa di individui che si guardano di sbieco sgomitando per un parcheggio al centro commerciale.

Più ancora delle bellissime inchieste sull’Italia contadina, che conservano ancora oggi tutto il loro fascino, a intenerire è soprattutto la ricerca di un linguaggio comune, solo apparentemente rassicurante, che aveva comunque il pregio - rispetto alla TV di adesso, così autosaturante - di permettere al telespettatore di pensare con la propria testa, di “farsi un’idea”. Può sembrare un’eresia, se si pensa che era una tv iperlottizzata e ipercontrollata dalla Chiesa e dal perbenismo Bernabeiano. Eppure era una televisione infinitamente più libera di adesso, in cui potevano parlare Pasolini e Almirante, in cui Mike Bongiorno poteva insultare l’intelligenza del genere femminile in modo assai più rispettoso delle donne rispetto alle volgari scollature che dilagano adesso, e in cui il carosello era un’esplosione di creatività che forzava gli sceneggiatori all’aforisma, relegando il prodotto agli ultimi 5 secondi del filmato.

Era una grande televisione, altrochè. Avendo visto e rivisto le puntate di “Non è mai troppo tardi” (che andrebbero rifatte oggi in chiave “Anti-Digital Divide”) e “Ieri e Oggi”, nonchè il meraviglioso speciale TG per la conquista della Luna, il mio sguardo cade fatalmente sul contorno. Sulle facce del pubblico sugli spalti, un pubblico così composto, così compreso nel ruolo, che quasi sembrava ereditare dai conduttori l’immenso senso di responsabilità di canali che avevano il 100% di share, con il dichiarato compito di forgiare la cultura di una nazione.

E poi gli studi, con quell’accenno a una modernità mai ingombrante, al design tipicamente italiano. Le immancabili “giraffe” che fanno capolino sopra i cantanti. L’ingombrante e immaginifico “Eidophor” che riproduce all’infinito i primi piani, come con gli specchi del barbiere. I primi, goffi, tentativi di usare il chromakey, specialmente per i titoli di coda, rigorosamente analogici, che scorrono in un moto irregolare, come se qualcuno stesse manovrando un rullo di carta.

E poi i volti. Tito Stagno, Gigliola Cinquetti, Alberto Lupo. Con movenze a volte irreali, lontane dal nostro pedestre quotidiano, ed eppure ovviamente irreggimentate nell’impossibile  compromesso tra un copione studiato fino alle virgole e l’esigenza di una qualche illusoria naturalezza.

Che immensa e inutile impresa, quella di provare a “fare gli italiani”. Tra errori, censure, messe al bando, apparentamenti, clientele. Ma comunque una impresa affascinante, che non è riuscita a darci una grammatica, non ha certo costruito una nazione, non ha diffuso un senso civico. Ma ci ha lasciato un linguaggio, quello tutt’altro che banale del rispetto dei telespettatori, che allora - si badi bene - erano ancora cittadini, non sudditi.

A forgiare gli italiani, avrebbe pensato, anni più tardi, la televisione commerciale, coi suoi terrificanti bambini della pubblicità che hanno convinto tutti (ormai anche lo Zingarelli) che “Casa” si pronuncia con la “esse” dolce milanese, quella del suo proprietario, dei responsabili marketing, dei capi azienda, mandando definitivamente in soffitta la sibilante toscana. Povera Italia, ma grazie alla Rai. Grazie lo stesso.

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Con l’HD e il 3D il mainstream si avvale della facoltà di non rispondere

3 Febbraio 2010 · 3 commenti

3d Ormai da qualche anno il mondo delle major, dei blockbuster, dei grandi media mainstream verticalmente integrati si trova di fronte al dilemma di come rispondere alla sfida dei contenuti prodotti al di fuori dalle regole e dalle logiche industriali. E non parliamo, si badi bene, degli User Generated Content, ma di tutti quei fenomeni laterali che tendono ad esplorare le opportunità, anche di business, derivanti dai nuovi modelli di distribuzione.

In quest’area, le ultime eloquenti novità sono YouTube che offre il noleggio dei film del SunDance Festival, intere reti televisive che si affidano ancora a YouTube come canale privilegiato per la propria offerta on demand, l’uscita della Beta Pubblica di Boxee, ormai anche disponibile in set top box, per non parlare della vera e propria esplosione della creatività prosumer su Vimeo, anche spinta in modalità crowdsourcing dalle iniziative promosse da alcune aziende del settore.

Ebbene, dando una rapida occhiata alle mosse da parte dei media tradizionali, è facile riscontrare che la loro prima risposta è stata la decisione di ritardare questa “resa dei conti” con iniziative che tendono a creare, magari sfruttando le nuove tecnologie, le condizioni per continuare a condurre il proprio business esattamente con il modello che ha imperato per decenni. In sostanza, il mondo mainstream sembra volere avvalersi della facoltà di non rispondere.

Gli esempi sono facili: il video online può ormai sbarcare liberamente sui televisori del salotto? E allora i broadcaster impacchettano alcuni contenuti del web, possibilmente poco minacciosi, su decoder ibridi ma rigidamente controllati, e  su cui figura in bella vista il loro bollino certificatore.

Internet permette di trasmettere facilmente qualsiasi canale televisivo? I broadcaster abbracciano in massa l’alta definizione, a cui sul web possono accedere solo gli utenti di fascia alta (ma ancora per poco).

Netflix e iTunes permettono di noleggiare film senza muoversi dal divano, a prezzi competitivi? L’industria cinematografica firma una santa alleanza con la distribuzione nelle sale per il 3D, facendo finta di non sapere che anche questa tecnologia sarà presto facilmente replicabile anche a casa, con i film scaricati (legalmente o illegalmente) da Internet.

Insomma, la sensazione è che l’unica strategia che gli ex “padroni del vapore” multimediale sembrano capire è la ripetizione, a “disco rotto”, del celebre refrain “tout va bien, madame la marquise”.

Il punto è che l’evoluzione della tecnologia coglie solo uno degli aspetti del cambiamento. Prendiamo il pluricelebrato Avatar. Bene, potremmo definirlo il miglior film che sia possibile realizzare nel 2010, data l’evoluzione delle tecnologie di produzione, e considerato il vincolo di non fare annoiare per quasi 3 ore delle persone che hanno pagato 9 euro per trovarsi a una data ora in una certa sala. Il che comporta UN CERTO tipo di storia, UN CERTO numero di distruzioni ed esplosioni, UN CERTO tipo di messaggi rassicuranti trasversali, nonchè l’assecondamento di ALCUNE mode senza ovviamente infastidire ALCUNI stakeholders che hanno investito nel progetto.

Il web (e a questo proposito invito ancora a dare un occhiata nel tesoro di Vimeo, a titolo esemplificativo) permette agli autori multimediali una vera indipendenza, che non è solo dal vincolo finanziario, ma anche e soprattutto in termini di libertà d’espressione e diversità dei linguaggi. E il principio si applica facilmente anche alla musica e alle notizie, che sono altrettante pietre angolari del nostro sistema di omologazione del consenso e dei costumi. E’ questo, soprattutto questo che sta cambiando: la tecnologia viene solo dopo.

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Viral is what you make of it

16 Gennaio 2010 · 1 commento


Lo scorso 6 Gennaio i Radicali Italiani mi hanno invitato al loro (ormai) annuale seminario sulle prospettive politiche degli strumenti del Web 2.0, questa volta per proporre una versione “zippata” (qui l’audio mp3) della mia recente presentazione sui nuovi modelli di distribuzione e di business per il video online.

Ma molto prima di prendere la parola “da agenda lavori”, sono intervenuto su una questione poco strategica e molto “tattica”: come utilizzare la comunicazione virale (e in particolare i video virali) a supporto di una campagna politica di breve termine. Nel video qui sopra ho provato a rispondere alle domande di Marco Cappato e Mihai Romanciuc, sottolineando come- forse - il modo più efficace non è sedersi a un tavolino per provare a inventare un video destinato a essere virale.

Come ci insegna la storia dei primi video virali in Rete, i video più ri-circolati e ri-mediati sono quelli i cui protagonisti sono involontari. La figura barbina di un qualsiasi personaggio istituzionale (una star dello show-biz, un politico, uno sportivo, ma anche un noto uomo-azienda), ripresa in un video online, circola e ri-media in modo del tutto naturale.

Ora, dato che un partito politico deve mettere a nudo i tratti più evidenti di un problema che ad altri può interessare tenere sottotraccia, il modo migliore per usare i video virali in una campagna è “fotografare” e “scoperchiare” questi tratti. Come ho sostenuto nel mio intervento, è quello che è riuscito - pur senza un preciso disegno strategico - al giornalista de “L’Espresso” Alessandro Gilioli quando Gabriella Carlucci (messa alle strette dai forti argomenti del primo, che sosteneva come Internet non sia altro che il riflesso della società in cui viviamo, e che quindi è assurdo limitarne l’accesso) finì per rivolgergli un tetro augurio, mostrando in pubblico, anzi - in una sede istituzionale - il lato più inquietante del neo-oscurantismo che vede in lei, in Barbareschi e Vespa altri personaggi in prima linea.

Come prevedibile, il video dell’augurio della Carlucci a Gilioli divenne virale, in quel caso fuori da un preciso piano di comunicazione, ma di fatto Gilioli (che - tra l’altro - se lo merita per il suo impegno) è divenuto il leader riconosciuto del movimento trasversale per i diritti in Rete, nonchè il blogger più influente d’Italia.

Tutto questo per dire che i Radicali, che sono letteralmente seduti su una montagna di documentazione istituzionale (l’archivio online di Radio Radicale) che “scoperchia” e “mette a nudo” i tratti più indecenti della nostra vita politica sarebbero i meglio posizionati per costruire “discorsi virali” di questo tipo. In qualche modo, lo dimostrarono già nel 2007 quando realizzarono e pubblicarono su YouTube un video con le intercettazioni proprio di Bruno Vespa che “aggiustava” in anticipo i contenuti del suo “Porta a Porta” con gli ospiti in modo davvero poco ortodosso.

Detto ciò, già immagino i commenti di coloro che sottolineranno il carattere residuale della comunicazione online nel determinare il consenso politico, che rischia dunque di fare di questa comunicazione virale una sorta di gradevole ma futile esercizio di stile. Invito costoro, fin da subito, a riflettere sul ruolo della viralità nella campagna per le primarie di Obama, che in quella fase poteva contare su risorse ben inferiori rispetto a Hillary, che snobbò Internet coi risultati che sappiamo.

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When best effort is not good enough

4 Gennaio 2010 · 2 commenti

prinz nsuIn questi ultimi anni una cosa è apparsa chiara a tutti: il Web ha avuto come primo effetto quello di rendere più facili, e talvolta anche gratis, molte attività che prima della sua apparizione nel mass-market richiedevano più tempo, più energie e spesso anche più soldi.

In realtà anche i servizi a pagamento, sul web, ci fanno risparmiare rispetto a quando proviamo a fruire dello stesso servizio nel mondo offline. Non parlo solo del risparmio dei costi meramente burocratici, là dove la Rete si è rivelata più veloce ed efficace di vari attori (primo fra tutti: le banche) che per anni hanno gestito fisicamente alcuni servizi irrinunciabili. Parlo anche di tutto l’indotto legato al fatto di “dover fare alcune cose di persona”: costi logistici, energetici, oltre a tutto il “lucro cessante” della produttività personale che se ne andava a farsi benedire per le relative perdite di tempo (orari capestro, spostamenti, ricerca dell’informazione corretta, ecc. ecc) .

L’aspetto più interessante, ben descritto da Chris Anderson nel suo saggio Free, è che grazie al Web, indipendentemente se vi sia o meno un business model funzionante a supporto, l’utente finale riesce di fatto a fruire gratis di servizi per cui prima si pagava più o meno profumatamente.

La “free economy” si articola poi in tutta una serie di sottofenomeni:

  • il fenomeno Google, che per la sua pervasività può permettersi di ripagare anche le applicazioni in perdita con la pubblicità (o meglio, con il query based, context’n'behaviour aware ad placement, come la definisce meglio Michael Rappa) venduta sulle applicazioni di maggiore successo
  • le applicazioni freemium (come Flickr per le foto e Vimeo per i video) in cui  l’utente non paga per i servizi base, e i pochi account a pagamento sostengono l’intero business model
  • i servizi  come Last.fm che dopo una fase gratis, per diventare economicamente sostenibili diventano a pagamento, perdendo “felicemente” la stragrande maggioranza degli utenti (che migrano su analoghi servizi gratis, come Blip.fm)

Il tutto senza contare l’area “pirata” dove anche ciò che era premium nel mondo offline (un caso per tutti: i film e le partite di calcio sulle reti peer-to-peer) diventa gratis, anche se spesso a bassa qualità e senza garanzia di “buon fine” del servizio, secondo la logica del “best effort”.

Di fatto, sembra assestarsi il panorama di una internet con due distinte proposizioni di valore:

  1. quella che offre gratis, ma in modalità “best effort” molti servizi “basic” che si pagavano “prima di internet” - e in questa proposizione sono ovviamente vincenti i soggetti “Over the Top” i cui costi sono del tutto svincolati dalla gestione dell’infrastruttura di rete - facendo pagare gli inserzionisti pubblicitari o gli utenti premium
  2. quella che offre a pagamento, ma con la garanzia della qualità di servizio, della continuità e del “buon fine”, tutti i servizi (o i segmenti “premium” di servizi) per cui gli utenti sono disposti a pagare.

Con una battuta si potrebbe dunque dire che “per tutto il resto c’è Mastercard”, nel senso che dove si trovano aree in cui esiste una disponibilità dell’utente a pagare, si fa pagare. La domanda su cui in molti si arrovellano in questi giorni, dall’informazione online alla Web TV, dall’infomobilità al gaming è: in quali aree si trova questa “Willingness to Pay?

Dal punto di vista del terziario tradizionale la figura del “cattivo”, ancora una volta, la fa Google, senza il cui modello sostanzialmente ad-based molti soggetti potrebbero sviluppare in rete piccoli e grandi business comunque centrati sull’utente che paga. Sappiamo anche che Google ha interesse a tenere in piede alcuni modelli gratuiti e in perdita anche solo per far sparire alcuni potenziali concorrenti, il che è determinante in un contesto globale in cui spesso c’è spazio per una sola webapp “onnivora” (e chiaramente il caso di YouTube).

Probabilmente il criterio ideale per rispondere a questa domanda è cercare di capire dove questo “best effort”, e con lui l’approccio dozzinale del “one size fits all” non può arrivare per soddisfare gli emergenti bisogni dell’utente. Dove, in sostanza, finisce la “good enough revolution” e dove si è spostata la premium bar. Lo hanno capito bene, ad esempio, i broadcaster tradizionali in Italia, che sanno perfettamente che - con la banda larga attualmente disponibile - non  è pensabile offrire a una audience significativa la televisione “di flusso” in alta definizione via internet. Il loro attuale tentativo di imporre l’alta definizione come una “abitudine degli utenti” ha il preciso scopo di allontanare nel tempo il momento in cui qualcuno, sul Web, potrà offrire lo stesso servizio a costi industriali inferiori e per giunta coi vantaggi della coda lunga e del canale di ritorno.

Quello del video è il tipico caso in cui il “best effort”, con le reti disponibili, non è abbastanza. Su alcuni servizi, e in particolare quelli “affamati di banda” sarà dunque l’utente (consapevolmente, mediante opt-in e per alcuni contenuti anche pagando) a concedere all’ISP il diritto a adottare policy di “managed network” dando per esempio priorità al traffico su un determinato servizio ottenendo in cambio un servizio sicuro e di qualità. Ma il video potrebbe essere davvero solo l’inizio di un modello che - secondo alcuni analisti d’oltreoceano - potrebbe configurarsi per un crescente numero di web application ad alto consumo di banda. Su molte altri servizi invece, come l’e-government, la logistica e l’informazione testuale (compresi i giornali nella loro faticosa transizione verso i supporti elettronici) non è ancora la banda a rappresentare l’elemento critico, quanto piuttosto l’accesso alle reti e l’esposizione delle API.

Se fossi il detentore di una rendita di capitale a rischio di disintermediazione (come un operatore telco, ma anche un quotidiano, un centro media, una agenzia di viaggi, un operatore della Grande Distribuzione Organizzata, eccetera) piuttosto che concentrarmi sulla resistenza all’inevitabile, cercherei di guardarmi dentro per identificare gli asset non duplicabili che potranno salvarmi anche nel “nuovo mondo”. Tutti i grandi fatturatori, ad esempio, possono focalizzarsi sulle proprie già rodate strutture di CRM e di billing, offrendo servizi anche a terze parti (il cosiddetto “two sided model“). Le società private che gestiscono una infrastruttura potranno anch’esse esporre le loro capability.

Il mondo degli OTT ha già mostrato di non avere interesse a un atteggiamento cannibalista ad oltranza nei confronti dei player tradizionali come Microsoft, con il mondo degli Hardware Manufacturers come Nokia, con gli stessi operatori di telefonia mobile (le cui offerte in bundle offrono mutui benefici).

Il rovescio della medaglia è che tali operatori OTT, come ben abbiamo visto con il caso cinese, sono altrettanto accondiscendenti verso gli Stati nazionali (che - per dirla con Manuel Castells, detengono istituzionalmente il monopolio della violenza attraverso la legge).  Se dunque un governo come quello cinese impone il proprio potere di censura come condizione per tali player all’accesso al mercato,  sia Google, sia Microsoft, sia Apple non esitano a turarsi il naso.

Resta da vedere quanto e quando la progressiva consapevolezza di questi trend, e delle loro implicazioni socio politiche,  si farà strada verso le folle degli utilizzatori dei servizi,  un universo culturalmente ancora variegato e per molti versi largamente imprevedibile.

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Online video: nuovi modelli di distribuzione, nuovi modelli di business

11 Dicembre 2009 · 4 commenti

L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.

In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.

Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).

L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.

L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.

Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.

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Le dimenticanze strategiche del Web Tv Italian Forum

4 Dicembre 2009 · 3 commenti

lf

Ricordate i primi congressi sul VOIP? Io sì: erano organizzati dai fornitori tradizionali di servizi di telecomunicazioni, e nessuno si sognava di invitare gente come VocalTec, che aveva sviluppato una soluzione autonoma, e neanche si parlava di Skype, che in ogni caso - agli inizi - non era certo in grado di sponsorizzare un evento pubblico, essendo concentrata sulla priorità della propria sopravvivenza.

Nessuna sorpresa, dunque, se al Web tv Italian forum (organizzato da AssowebTv, con il supporto scienti­fico dell’Osservatorio sulle New Tv della School of management del Politecnico di Milano), l’unico vero “pure player” della Web TV a parlare sia stata la Luiss, cui è stata concessa l’apertura del lavori per poi essere riaccompagnata per le vie brevi a giocare con gli altri bambini. A farla da padrone sono stati, come prevedibile, i mainstream media, i “nuovi” editori provenienti dalla TV di flusso (che si buttano sul Web per puro opportunismo, avendo capito che i vecchi modelli di distribuzione sono in crisi irreversibile), i fornitori di soluzioni tecnologiche a supporto e tanti altri soggetti che ancora per un po’ sono capaci di fare massa critica a supporto di una serie di tesi precostituite.

Tesi che ovviamente, escludendo a priori le opportunità per i nuovi entranti (che dovrebbero essere i veri protagonisti della rivoluzione della TV Web-enabled, introducendo linguaggi realmente nuovi permessi da modelli realmente nuovi), sono parziali, a cominciare dall’affermazione assiomatica per cui anche la Web TV sarà finanziata in primis sul lato dei distributori (sì, proprio come la TV via etere e via satellite, dominata dai player integrati verticalmente), i quali - una volta fissate le regole e i vincoli per tutti gli altri soggetti coinvolti - tratteranno questi ultimi come “fornitori”, ivi compresi i “fornitori” di contenuti.

Nessuno dei relatori ascoltati, anche chi ha provato ad elencare alcuni nuovi modelli di business, ha considerato la possibilità che, in un mondo in cui il Web permette a tutti di distribuire video (magari affidandosi a CDN più o meno potenti a seconda dell’ambizione dei propri progetti) gli “autori e produttori” di contenuti potrebbero scrivere loro le regole dell’intero ecosistema, spostando progressivamente l’area del sussidio sul proprio lato.

E’ quello che inizia ad accadere negli USA, dove Web Tv Pure Players come OnNetworks e Revision3, o aggregatori come Vimeo o Blip.tv distribuiscono in proprio, per poi eventualmente decidere loro a quale ulteriore “fornitore di piattaforme di distribuzione” rivolgersi per “gli altri schermi”: hardware manufacturers come Sony e Samsung, che hanno già abilitato i loro flatscreen a ricevere i loro programmi, produttori di Set Top Box camuffati da consolle come la PlayStation3 o la XBox, oppure - se si vuole la certezza di un ambiente del tutto aperto per portare la Web Tv in salotto, c’è Boxee, che non guarda in faccia proprio nessuno.

Beninteso, la Web Tv (o meglio, la Over the Top Tv, come più correttamente viene definita negli USA) sarà sicuramente ancora per lungo tempo dominio prevalente dei mainstream media e delle major come piattaforma alternativa per raggiungere le masse cogliendo l’evoluzione dei nuovi modelli di fruizione. Ma non ci si può fermare qui: per usare un eufemismo, non è corretto ignorare le dinamiche in atto sui nuovi ecosistemi web-enabled che fanno leva sulla “somma delle nicchie” e che sono destinate a influire sulla natura profonda delle stesse culture di massa.

Il fatto è che da noi, a differenza di altri Paesi, si può ancora organizzare un consesso come quello di martedì scorso facendo finta di niente e dando anche l’illusione di un certo presidio del nuovo business. Ci si limita a marcare il territorio e a diffondere la confortante convinzione che tra i blockbuster e i filmini amatoriali delle vacanze vi sia una eterna voragine che nessuno penserà mai di colmare in modo autonomo e profittevole. Ma anche in questo caso è solo questione di tempo.

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L’esplosione dei microeventi e degli eventi seriali

24 Novembre 2009 · 9 commenti

stNon mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.

Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.

Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.

E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media GuruCapitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.

A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.

Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.

In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.

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Il grande equivoco del Web 2.0

18 Novembre 2009 · 21 commenti

 o reilly
A: Ciao, come stai?
B: Bene, grazie, e tu?
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici?  Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?

Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.

Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).

Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.

Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.

Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi  non  - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.

In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.

Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi;  a un negozio di libri;  a chi fa televisione; a un musicista;  a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo.  Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo  a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.

Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata)  il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.

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Il fascino discreto di Ubuntu

28 Ottobre 2009 · 15 commenti

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Sabato scorso sono stato al Linux Day. No, non sto per lanciarmi nel solito racconto supponente e caricaturale di chi ha già pronto in canna il paragone con il raduno degli harlisti. Perchè Linux e l’intera filosofia dell’Open Source sono una cosa molto seria, e lo sappiamo da anni. Per spiegare perchè basti ricordare una cosa: con una delle centinaia di distribuzioni Linux oggi metà dei computer che giacciono nelle discariche funzionerebbero egregiamente in una scuola del terzo mondo. Molto meno inquinamento, molta più istruzione.

Ma queste cose andrebbero spiegate a Brunetta e alla Gelmini, non ai lettori di questo blog che le sanno benissimo, e ai quali vorrei invece consigliare un semplice esercizio. Provate Ubuntu 9.04, almeno la versione live, quella che rimane sulla chiavetta e non cambia una virgola del vostro PC.

La cosa che mi affascina di Ubuntu è l’interfaccia, quasi un monumento alla “Good Enough Revolution” di cui ha parlato David Weinberger alle ultime Venice Sessions. Su Ubuntu non incontrerete mai personaggi molesti come “l’assistente di Office“, semplicemente perchè non ne avrete mai bisogno. Non vi chiederete mai dove sono le applicazioni e i documenti: le prime sono sempre a sinistra, i secondi sempre a destra. E quando vi stuferete, potrete cambiare tutto, ma di vostra iniziativa, non perchè “qualcuno” ve lo ha suggerito. E a proposito di applicazioni, queste non si trovano in uno “store” a pagamento, ma in un posto dove crescono e migliorano perchè c’è sempre qualcuno che “passa e semina”, così voi passerete e raccoglierete i frutti. In cambio, è richiesto (non obbligatorio, ma auspicato), un minimo di feedback sulla community, in cui dite cosa non va e cosa vorreste migliorare, e magari un po’ di evangelism, che è quello che sto facendo in questo momento.

Ovviamente non si tratta di un paradiso terrestre. Anche se negli anni sono stati superati i principali problemi di supporto ai driver per le periferiche, alcune cose ancora non vanno come potrebbero. Ma il più delle volte è colpa d’altri: Adobe, per dirne una, non ha ancora sviluppato una versione decente di Flash per Linux, che riesce a battere persino la sua lentezza su Windows, nonostante un kernel molto più efficiente.

Ma è una questione di feeling. Su Ubuntu non hai mai la sensazione di qualcosa che funziona perchè ti è stato venduto, funziona perchè deve funzionare e basta. Mai neanche l’ombra di un lock-in. Mai una funzionalità inutile. Mai una presa in giro della tua intelligenza. Mai un orpello di troppo. E se qualcosa non funziona non è mai per negligenza, o perchè quella funzionalità non ha un appeal commerciale: semplicemente, non è ancora passato “il seminatore”.

E soprattutto non c’è nulla di autoreferenziale, nulla di ostentato, con la nobile eccezione dell’omnipresente pinguino Tux protagonista di quasi tutti i giochi, di tutte le suite educative, e del pluripremiato programma di pittura che mia figlia 6enne ormai padroneggia con la sicurezza di Kandinski. Non c’è niente da dire: Ubuntu merita almeno il dual boot, e solo se (come nel mio caso) dovete convivere con applicativi aziendali e reti virtuali corporate, per le quali Windows diventa un male necessario.

Chiudo con un altro consiglio: se state per buttare un PC, ed è almeno un Pentium con una connessione LAN, non fatelo. Piuttosto, installateci una di queste vecchie distribuzioni di Linux, e donatelo alla vostra scuola. I ragazzi potranno navigarci più velocemente che con un XP con un anno di vita. Molto più utile che accompagnare una vecchietta ad attraversare la strada.

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