Il tema non permetteva grandi deviazioni rispetto all’analisi di una industria, quella dei Media mainstream, che sembra ormai interessarsi all’Architettura solo quando Massimiliano Fuksas si accapiglia con Guido Bertolaso, quando qualche V.I.P. si scaglia contro l’Ara Pacis di Richard Meier e così via. Eppure, ha sottolineato Francesco Erbani (Repubblica) “vi è stata un’epoca in cui le grandi questioni urbanistiche interessavano i media, coinvolgendo direttamente i cittadini”, citando ad esempio la questione della costruzione dell’albergo Hilton che cambiò per sempre il profilo della collina di Monte Mario, mentre oggi, ha proseguito Giuseppe Pullara del Corriere della Sera, “eventi come la ‘Festa’, per quanto meritori, finiscono per svolgersi e chiudersi nei templi degli addetti ai lavori”, senza entrare di fatto nella vita quotidiana delle persone.
La prima riflessione che ne ho tratto è che evidentemente i giornalisti mainstream danno per scontate alcune premesse, che invece varrebbe la pena di mettere in discussione:
il fatto che l’indicatore del successo di una manifestazione come la “Festa”, così come il grado di coinvolgimento della popolazione sia necessariamente la quantità di copertura stampa che essa è in grado di generare
il fatto che i Media siano gli unici in grado di trasformare un “evento di comunicazione” (così è stato più volte etichettato dai relatori durante il dibattito) in vera e propria “informazione” ad uso e consumo delle masse dei non addetti ai lavori
il fatto che i grandi dibattiti degli anni ‘60 rispondessero a logiche più nobili (rispetto alle polemiche odierne) del giornalismo di quei tempi, rispetto al becerume dilagante della stampa dei giorni nostri
il fatto che tali epocali discussioni fossero davvero in grado di interessare le grandi masse (e non, piuttosto, gli stessi editori - che in non pochi casi coincidevano con i grandi nomi dell’immobiliarismo romano, finendo quindi per costituire una parte in causa su molti temi relativi all’espansione urbanistica della città)
La sensazione è che la stampa, che pure di cose interessanti su questi temi ne avrebbe da dire, sia prigioniera del riflesso pavloviano che mescola la difesa del proprio ruolo di intermediatore alla litania del cahier de doléances nei confronti di una linea editoriale nelle mani di chi, se non ha una polemica per le mani, non pubblica, perchè “non interessa”. Ed è triste pensare di dover ridurre tutta la discussione a questo, ignorando il fatto che chi oggi si interessa di architettura senza essere un addetto ai lavori può comodamente disintermediare la stampa mainstream e trovare sul Web contenuti professionali o prosumer che nessuna iniziativa editoriale Top-Down potrebbe oggi minimamente sognarsi di proporre con un modello di business credibile e sostenibile.
Basta farsi un giro su YouTube, e magari aggregare tutti i nostri video preferiti di architettura in un canale come ArchitectureRedux, per rendersi conto che oggi - forse - non c’è nemmeno bisogno di cercare e trovare la quadra finanziaria - per esempio - di un canale televisivo dedicato a questa che per molti è una passione, magari destrutturata, instintiva, ma non per questo male informata. E a proposito della capacità di coinvolgere i cittadini nella discussione sul futuro della città, su quanto debba essere ridimensionato il ruolo della stampa mainstream credo che gli autori dell’installazione interattiva “L’atlante di Roma“, che raccoglie e rilancia le idee di tutti sia localmente che in rete, abbiano anche loro qualcosa da dire.
Tentare di fotografare un soggetto in movimento è sempre difficile. O si ha una straordinaria tecnica di ripresa, o si cerca di cambiare le regole della documentazione e del racconto. Così, quando la Prof.ssa Vernuccio mi ha chiesto di tenere una lezione sullo stato dell’arte dei Social Media agli allievi del Master MUMM dell’Università “La Sapienza”, con cui collaboro ormai da tre anni, stavolta ho deciso di rinunciare a un racconto strutturato, preferendo la formula del “Prezi“, che ben si presta per descrivere qualcosa che ancora non ha preso forma.I Social Trends, che ispirano l’evoluzione dei Media, e con essa le strategie di comunicazione delle grandi aziende, indubbiamente hanno una dinamica così rapida e mutevole che le porta spesso ad arrivare in ritardo. E’ inutile attendere che una tendenza socio-antropologica giunga a maturazione per poi elaborare, per esempio, i contenuti e le modalità di una campagna. Occorre invece provare a capire i fenomeni mentre nascono, anche a costo di studiare quelli apparentemente inutili alla causa del marketing, perchè in molti casi le lezioni di un trend apparentemente fine a sè stesso sono utilissime in una moltitudine di casistiche affini.
Può capitare che le logiche destrutturate che governano un Web Meme siano essenziali per orientare una campagna virale. Che i nuovi “Corporate Generated Content“, pur non alimentando ancora un proprio modello di business, costringano i vecchi modelli pubblicitari ad adeguamenti repentini. Che la più efficace delle campagne di promozione di un bene immateriale (come ormai è un film, un album musicale o un qualsiasi blockbuster) si riveli del tutto sbagliata a causa dell’evoluzione del concetto stesso di proprietà intellettuale.
Per questo ho preferito, in una rapida sequenza di “fotografie mosse”, arricchite - laddove possibile - da approfondimenti, come video, testi ed esercitazioni, raccontare quello che succede senza necessariamente indicare la ricetta su come portare questi trend a fattor comune per una strategia di comunicazione di successo.
Questo è un compito che spetta (credo) alle nuove generazioni, cioè alle persone che - a differenza mia e di molti altri quarantenni che hanno construito la loro carriera e il loro profilo su “Prima Comunicazione” seguendo logiche opposte - vivono già in prima persona questi trend e possono coglierne tutto il potenziale.
Un assunto di questo tipo poteva sembrare provocatorio lo scorso anno, quando gli interventi di alcuni rappresentanti delle aziende che sponsorizzano il Master mi avevano un po’ deluso sotto il profilo della disponibilità a cambiare (e far cambiare) registro. Nel 2009, lo slogan “il brand è un valore assoluto” ancora risuonava nelle mie orecchie. Ascoltando invece gli interventiaziendali nella giornata d’inaugurazione dell’edizione 2010, per fortuna mi sono sentito molto più in sintonia con le parole d’ordine degli sponsor. In generale, oltre alla competenza (che non è mai stata in discussione) ho apprezzato la capacità di ascoltare fuori dalla torre d’avorio di un sistema, quello del marketing, che non può più pensare di sopravvivere continuando ad alzare barriere verso il ruolo sempre più attivo dei consumatori.
Ricapitolando: la democrazia funziona se è rappresentativa. Ma i rappresentanti sono eletti in base al consenso, che si forma attraverso i mezzi di informazione. Ergo, se qualcuno controlla i mezzi di informazione può decidere chi viene eletto, la democrazia va a farsi benedire, il potere pubblico si intreccia sempre più con quello privato, l’illegalità è diffusa, nessuno tutela più i diritti dei cittadini, che diventano sempre più sudditi, e il resto della storia la conosciamo bene.
In una democrazia fallita come questa, il potere è integrato verticalmente. Funziona solo se hai il controllo sia del pubblico che del privato. E di certo non puoi fare troppa differenza tra ciò che è legale e ciò che è illegale, dato che qualcuno (chi è tutelato dal sistema di potere) è al di sopra della legge, mentre tutti gli altri (i cittadini diventati sudditi) ovviamente no.
Il fatto che i cittadini siano esclusi dai loro diritti faticosamente conquistati con la carta costituzionale non obbliga peraltro questi ultimi a diventare sudditi ad ogni costo. Volendo, si può espatriare, cosa che ai tempi dei despoti illuminati, ma anche nei regimi totalitari del secolo scorso, era più complicato. Si può tentare la strada dell’illegalità, come sempre più persone fanno. In fondo si tratta non di infrangere le regole (che sostanzialmente non sono più in vigore) ma di rispettare le regole nuove, quelle dei clan, delle clientele, delle piccole e grandi mafie. Se si ha un grande talento e una gran voglia di lavorare, in casi estremi è persino possibile arricchirsi legalmente, fermandosi quando il sistema illegale del potere, di fronte alla ricchezza accumulata, chiede di pagare il dazio, e rimanendo così in pace con la propria coscienza.
Ma tutte queste soluzioni (e la lista non era certo esaustiva), che pure esistono, presuppongono l’accettazione di principi che oggi appaiono comunque un po’ obsoleti. A cominciare dal concetto di Stato, che - ce lo ricordano i libri di scuola sepolti da qualche parte - si realizza attraverso l’unione di tre elementi: Popolazione, Territorio e Sovranità.
Ma cosa sono diventati la popolazione, il territorio e la sovranità nell’era di internet? Non sono cambiati abbastanza da poter parlare di “livelli ulteriori” di organizzazione sociale? Livelli che, pur nel rispetto delle leggi, cominciano a costituire altrettante “istituzioni liquide”, in grado di restituirci, magari in modo frammentato, e per piccoli ma inesorabili passi, le conquiste civili che il potere verticalmente integrato è riuscito a sfilarci dalle tasche?
E’ vero, per quanto si possa essere bravi, dovremo sempre - e lo faremo sempre - non solo rispettare le leggi, ma anche pagare le tasse, accettare il degrado dei servizi pubblici “fisici”, delle infrastrutture pubbliche, veder passare sotto i nostri occhi le mille ingiustizie quotidiane, l’ambiente che si deturpa e l’informazione mainstream ridotta a uno stuolo di impiegati in ginocchio di fronte a padroni e padroncini. E sarebbe ingiusto “mollare” sul fronte del potere integralmente verticato rinunciando a fare uso dei residui margini di manovra: l’impegno civile, la lotta politica, o anche semplicemente - per chi può incidere in alcune aree chiave - l’esercizio della nostra professionalità e della nostra onestà intellettuale, se e quando ne siamo provvisti.
Ma non sottovalutiamo quello che sta succedendo sempre più nel nostro quotidiano. Se l’informazione mainstream non funziona, cerchiamo di capire cosa succede sul Web. Se la televisione eroga montagne di spazzatura, possiamo risciacquare i panni nel fiume di Internet. Possiamo coltivare i nostri interessi, e trovare prima online, e poi incontrare nella vita reale, le persone che li condividono con noi. Possiamo sfuggire alla pigra abitudine di frequentare le persone che gravitano intorno a noi, ma con cui non abbiamo nulla a che vedere. Per incontrare persone magari molto diverse da noi, e che proprio per quello ci arricchiscono.
Tutto il contrario, insomma, rispetto a ciò che il potere autoalimentante di una democrazia incancrenita non vuole che i sudditi scoprano possibile, e non a caso quel potere ci chiede ogni giorno di chiuderci nelle nostre case, nelle nostre tronfie autovetture, nei sogni precotti della TV mainstream e del cinema delle major, proprio per non poter guardare quello che succede appena fuori dalla porta di casa.
Alcune persone, non certo su Internet ma anche grazie a Internet, hanno cambiato la propria vita reale ricostruendo “sacche di democrazia Over the Top”, Riappropriandosi dei propri interessi, del piacere di ragionare con la propria testa, della ricchezza della diversità e del confronto con gli altri. Se ne incontrano sempre di più, e se prima “esercitavano” nel cortocircuito autoreferenziale dei social media, oggi li vediamo attivi nel mondo reale, sul territorio, in “eventi” sempre meno istituzionali, sempre più informali, riconquistando spazi (sia fisici che di dialogo) che sembravano perduti, fino a fondersi completamente nel quotidiano, E a tratti perdendo, finalmente, quel carattere di “specialità” che condannava questa evoluzione al ruolo di mero esperimento sociale.
Ora che per un numero finalmente significativo di persone questi comportamenti sono sempre meno eccezione, e sempre più regola, possiamo parlare di “Prove tecniche di Democrazia Over the Top”?
Certo che no. Ma quando Monicelli, qualche settimana fa, parlò di Rivoluzione, con una parola coraggiosa ma anche orgogliosamente antica, mi sembrò una risposta verticalmente integrata al potere verticalmente integrato. La Rivoluzione si fa per costuire altre istituzioni che si giustificano a vicenda. Sovranità, Popolazione, Territorio. Tenute insieme da un ulteriore collante, il più fragile, la Legalità, figlia del concetto di un uomo che nasce “in guerra con gli altri uomini” e che quindi ha bisogno- appunto - di una istituzione cui venga conferito (dal Popolo, naturalmente) l’esercizio esclusivo della violenza sanzionatoria (lo Stato Sovrano).
Forse oggi è possibile azzardare altre risposte, cominciando dall’osservazione puntuale delle piccole conquiste di chi oggi non compra un prodotto perchè ha visto la pubblicità, non vota un candidato perchè è apparso per più minuti in un TG, non ha speso 300 euro per un paio di scarpe perchè altrimenti qualcuno potrebbe pensare che non stai contando più nulla.
E’ una minoranza, ma non è destinata all’estinzione. I numeri dicono altro, e vanno di pari passo con la diffusione del Web e la crisi dei mezzi di informazione tradizionali. Vorrà pur dire qualcosa.
Appena reduce dalla presentazione del libro di Giampaolo Colletti “Le tv fai da web”, vengo assalito da un dubbio. E se questa esplosione delle micro web-tv (condominiali, di quartiere, comunitarie, universitarie, legate a specifiche istanze o gruppi di interesse…) non fosse altro che un riflesso condizionato, rispetto a una cultura che ha imposto negli anni “la televisione” come mezzo di comunicazione privilegiato - anzi - obbligato?
E’ un sospetto che nasce nella parte più maliziosa e disincantata della mia anima di osservatore dell’evoluzione (involuzione?) comunicativa del paese. Ma è un sospetto legittimo: per decenni la comunicazione, in Italia, non è stato uno strumento di democrazia, ma una scorciatoia. Dato che i gruppi di potere avevano bisogno di consenso, era più facile raccontare un paese migliore di quello che fosse piuttosto che cercare di farlo diventare tale. La televisione, per la sua capacità di esercitare le leve emotive, si è rivelata lo strumento ideale per imboccare questa scorciatoia, che ha di fatto svuotato di contenuti la nostra democrazia.
E’ così che siamo diventati, tra i paesi dell’Occidente avanzato, quello dove si leggono meno i giornali, e oggi quello con la più bassa penetrazione di internet. Non c’è dunque da stupirsi se dei tanti usi informativi e democratici che si potevano fare di internet, nel nostro paese, non si è scelto - come reazione - di adottare quelli “a due vie”: ha infatti prevalso - appunto - il nostro riflesso condizionato, quello di reagire con “la televisione fai da web”. E cioè una televisione che in larga misura ha mutuato format, linguaggi, modalità di fruizione (resiste l’ossessione del palinsesto e della tv di flusso) dalla tv tradizionale, limitandosi nella sostanza a disintermediare la capacità trasmissiva. Si è reagito alla gestione monopolistica di uno strumento a una via con una parcellizzazione dello stesso strumento a una via: largamente sottoutilizzate sono infatti, nelle esperienze offerte dal panorama delle microweb tv italiane, le funzioni tipiche della web tv che permettono una continua interazione con i fruitori (chat, collegamenti skype, commenti, raccomandazioni, RSS, social tagging, partecipazione mediante UGC…), nonchè la condivisione dei contenuti tra fruitore e fruitore (e cioè la viralità), tutti elementi che caratterizzano il modo in cui il web ha cambiato e sta ancora cambiando la televisione lontano dai nostri confini. La “socialità” della nuova tv e l’aggregazione trasversale attraverso interessi verticali e determinano infatti un mutamento fisiologico dei linguaggi e dei contenuti stessi.
E’ una occasione perduta, perchè è proprio sfuggendo alla logica e ai meccanismi narrativi della tv che ci ha condizionato per tanti anni, sperimentando nuovi linguaggi e liberandoci una volta per tutte dall’ossessione di controllare un palinsesto di flusso (a organizzarlo, se proprio è necessario, ci pensano gli utenti stessi) che si può fare della micro web tv uno strumento in grado di “fare massa critica”, cambiando l’angolazione del nostro sguardo sulla realtà. Finchè avremo talk show, reality, tg, quiz e altre amenità di questo tipo continueremo a fare il gioco di chi ha stabilito, prima ancora di raccontarci una storia, a quale tipo di emozioni abbiamo diritto. Senza dimenticare che la TV è solo uno dei tanti modi di raccontare una storia. E internet ce lo insegna ogni giorno.
Ma molto prima di prendere la parola “da agenda lavori”, sono intervenuto su una questione poco strategica e molto “tattica”: come utilizzare la comunicazione virale (e in particolare i video virali) a supporto di una campagna politica di breve termine. Nel video qui sopra ho provato a rispondere alle domande di Marco Cappato e Mihai Romanciuc, sottolineando come- forse - il modo più efficace non è sedersi a un tavolino per provare a inventare un video destinato a essere virale.
Come ci insegna la storia dei primi video virali in Rete, i video più ri-circolati e ri-mediati sono quelli i cui protagonisti sono involontari. La figura barbina di un qualsiasi personaggio istituzionale (una star dello show-biz, un politico, uno sportivo, ma anche un noto uomo-azienda), ripresa in un video online, circola e ri-media in modo del tutto naturale.
Ora, dato che un partito politico deve mettere a nudo i tratti più evidenti di un problema che ad altri può interessare tenere sottotraccia, il modo migliore per usare i video virali in una campagna è “fotografare” e “scoperchiare” questi tratti. Come ho sostenuto nel mio intervento, è quello che è riuscito - pur senza un preciso disegno strategico - al giornalista de “L’Espresso” Alessandro Gilioli quando Gabriella Carlucci (messa alle strette dai forti argomenti del primo, che sosteneva come Internet non sia altro che il riflesso della società in cui viviamo, e che quindi è assurdo limitarne l’accesso) finì per rivolgergli un tetro augurio, mostrando in pubblico, anzi - in una sede istituzionale - il lato più inquietante del neo-oscurantismo che vede in lei, in Barbareschi e Vespa altri personaggi in prima linea.
Come prevedibile, il video dell’augurio della Carlucci a Gilioli divenne virale, in quel caso fuori da un preciso piano di comunicazione, ma di fatto Gilioli (che - tra l’altro - se lo merita per il suo impegno) è divenuto il leader riconosciuto del movimento trasversale per i diritti in Rete, nonchè il blogger più influente d’Italia.
Tutto questo per dire che i Radicali, che sono letteralmente seduti su una montagna di documentazione istituzionale (l’archivio online di Radio Radicale) che “scoperchia” e “mette a nudo” i tratti più indecenti della nostra vita politica sarebbero i meglio posizionati per costruire “discorsi virali” di questo tipo. In qualche modo, lo dimostrarono già nel 2007 quando realizzarono e pubblicarono su YouTube un video con le intercettazioni proprio di Bruno Vespa che “aggiustava” in anticipo i contenuti del suo “Porta a Porta” con gli ospiti in modo davvero poco ortodosso.
Detto ciò, già immagino i commenti di coloro che sottolineranno il carattere residuale della comunicazione online nel determinare il consenso politico, che rischia dunque di fare di questa comunicazione virale una sorta di gradevole ma futile esercizio di stile. Invito costoro, fin da subito, a riflettere sul ruolo della viralità nella campagna per le primarie di Obama, che in quella fase poteva contare su risorse ben inferiori rispetto a Hillary, che snobbò Internet coi risultati che sappiamo.
L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.
In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.
Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).
L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.
L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.
Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.
Non mi era stato difficile pronosticare, al RomeCamp del 2008, l’imminente esplosione del fenomeno dei microeventi, che è puntualmente avvenuta nel 2009. La capacità delle rete di aggregare le persone intorno a interessi verticali, la disponibilità di efficaci piattaforme per gestire gli appuntamenti pubblici (Google Calendar, EventBrite, Linkedin ma soprattutto Facebook), la possibilità di seguirli a distanza in diretta e differita a costo zero, e di prolungarne poi la fruizione nel tempo, generando un seguito di contenuti on demand hanno reso semplice incontrare (finalmente in carne ed ossa) le persone che ci interessano per discutere delle cose che ci interessano. E questo, in prospettiva, cambia e di parecchio - se mi perdonate il termine - la funzione educativa primaria della socialità.
Se prima, come c’insegna Conrad in Lord Jim, stare con gli altri in un ambiente ristretto (la barca) significava imparare ad accettare le regole della convivenza e della reciproca comprensione orizzontale (la “little society” in cui per prima cosa si capisce cosa ci impedirà di sbranarci dopo una settimana di navigazione, per poi fare emergere generiche “leadership” e “fellowship”), oggi è il confronto con le diverse angolazioni (con punti di vista e “sguardi” diversi sulle cose che ci stanno a cuore) a spingerci a entrare in contatto con gli altri.
Emblematica, in proposito, la “prima” romana di UpStart dove senza il bisogno di sponsor, patrocini e catering di prima classe (siamo stati sepolti da una montagna di pizza, birra e patatine) un gruppo di persone interessate alla crescita imprenditoriale e professionale, propria o del “sistema”, si è ritrovata in un ambiente informale per scambiare idee, punti di vista, “angolazioni” appunto.
E in questa chiave, è sempre più perdente la logica dei Mega Eventi Omnicomprensivi (mi viene in mente soprattutto SMAU), difficili da fruire e concentrati in un singolo evento all’anno, mentre si rivela vincente non solo la formula “micro”, ma anche - per occasioni più “ricche” e strutturate - la formula “seriale” (vedi alla voce Working Capital, Mind the Bridge, Venice Sessions, Meet the Media Guru, Capitale Digitale e così via) in cui le varie tappe sono meglio in grado di cogliere la sfuggente attualità dei temi trattati, costuendo la necessaria “verticalità” intorno a un filo conduttore comune.
A questo proposito, mi trovo a ripetere che l’arrivo delle Aziende nel mondo degli eventi partecipati, come i BarCamp, se da un lato ha comportato l’accettazione di qualche compromesso (le soporifere “plenarie istituzionali” che precedono la fase più vivace delle “non-conferenze”, come accaduto ancora una volta al LuissBarCamp di Sabato Scorso) dall’altra ha portato risorse, competenze organizzative e anche quel fondamentale contatto con l’Italia Immobile di cui - come lamenta oggi Giuseppe Granieri - “la parte propositiva della Rete” ha sempre più urgentemente bisogno, pena la condanna all’autoreferenzialità coatta.
Di fatto, se solo un anno fa ci lamentavamo dell’assenza di occasioni di questo tipo nella vita offline, oggi possiamo parlare di una sovrabbondanza di eventi. Dai BarCamp ormai entrati nella fase “matrimoniale” (se la sposa del matrimonio precedente aveva uno strascico di sei metri, quella del matrimonio successivo lo deve avere di otto), agli incontri più strettamente legati al tema dell’impresa, fino a ricomprendere tutta la sempre vivace area del no-profit, con raduni che spesso inquadrano correttamente i veri problemi delle persone, inquadrando trend socioeconomici emergenti e talvolta proponendo soluzioni efficaci e originali.
In questa pletora di microeventi la vera sfida è riuscire a organizzarsi, non solo con una accurata gestione dei punti-moglie e punti-marito (non necessariamente in quest’ordine), ma soprattutto cercando di coinvolgere sempre più persone che di questo mondo, e di questo modo di incontrarsi, non fanno parte.
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici? Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?
Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.
Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).
Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.
Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.
Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi non - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.
In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.
Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi; a un negozio di libri; a chi fa televisione; a un musicista; a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo. Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.
Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata) il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.
Non ero mai stato, nonostante il mio badge rosso già abbastanza consumato, alle Venice Sessions. Questa volta non ho resistito, dato che il tema “Il futuro dei Media nell’era digitale” abbraccia quasi tutte le cose di cui mi interesso da un decennio a questa parte.
E devo dire che non sono stato deluso: perfetta l’organizzazione, splendida la location, bello il “clima” tra i partecipanti (come al solito mi hanno dovuto presentare i colleghi, mentre conoscevo già quasi tutti gli altri) , e anche un interessante mix - tra prestigiosi giganti e misconosciuti newcomers - nella composizione del panel dei relatori. Il newcomer per eccellenza è stato il 16enne Nicola Greco, che ho suggerito agli organizzatori semplicemente perchè racchiude in sè l’essenza del nativo digitale oltre a una debordante dose di talento. E alla fine, come prevedibile, la star è stata proprio lui, nonostante la presenza di visionari incommensurabili come David Weinberger e di personaggi pressochè onnipotenti come Martin Sorrell, big boss di WPP.
Il resto della giornata è trascorso, come ben racconta nella sua cronaca Luca Chittaro, tra le suggestioni del filosofo Maurizio Ferraris (”YouTube è una grande cimitero video di persone morte”) e le criticatissime frenate di Giuseppe Vita, Presidente del Gruppo Editoriale Springer, sul giornalismo partecipativo (”Il problema delle notizie su internet è la loro affidabilità”). Su YouTube verrebbe da dire “meno male che qualcuno ci ha pensato”, visto che molti ampex delle teche Rai, nonostante gli sforzi di Renzo Arbore e di Barbara Scaramucci continuano a marcire nei sottoscala di Saxa Rubra. Sulla credibilità del giornalismo vecchio e nuovo inutile commentare, dato che ci siamo già ampiamente spesi ben prima della pronta replica (e del bel post dell’altroieri) di Luca Sofri.
Mi è piaciuta molto (i disclaimer del caso sono nella pagina “l’autore“) anche l’introduzione dei lavori ad opera del “Capo del mio Capo del mio Capo“. In particolare, mi sono ritrovato al 100% nella sua descrizione della strategia Media del Gruppo Telecom Italia, e del suo inserimento nel contesto dei modelli comportamentali emergenti. In una azienda di queste dimensioni trovare una rispondenza del lavoro quotidiano nelle parole del vertice ha risvolti motivazionali non trascurabili.
E infine ho trovato di grande interesse l’intervento di Donatella della Ratta, che ha dato un respiro esotico alla discussione raccontandoci cosa sta succedendo nell’universo mediatico mediorientale, con logiche che a noi occidentali possono sfuggire per una corretta interpretazione dei fatti e delle pratiche di quella parte del mondo, così cruciale negli equilibri globali dei nostri giorni.
Insomma una giornata preziosa, in una Venezia soggettivamente inedita (cioè soleggiata) per chi scrive, con tanti spunti e tanti incontri con persone un po’ speciali. Ora proviamo a lasciar sedimentare le cose ascoltate, e a vedere cosa ne viene fuori.
Molti reputano Silvio Berlusconi un uomo fortunato. Ricco, potente, amato da molti italiani che si identificano in lui. Alle volte, però, un personaggio pubblico, diventato popolare attraverso i mezzi di comunicazione di una certa generazione, si trova di fronte al problema che la sua eredità politica, o in senso lato “la sua immagine” - che in questo caso vi si sovrappone perfettamente - sarà trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione della generazione successiva, cioè i “social media”.
Questi ultimi si distinguono dai precedenti, semplificando al massimo, sostanzialmente perchè il contenuto pubblicato:
è passibile di una risposta, anche multimediale, la cui visibilità aumenta in modo direttamente proporzionale alla visibilità del contenuto originale;
è passibile di condivisione, e di conseguenza di “viralità” sia del contenuto originale che delle risposte di cui al punto 1;
rimane, o almeno tende a rimanere pubblicato per l’eternità
Ecco, io credo che qualsiasi personaggio politico che prima o poi sia destinato a prendere il suo posto, indipendemente dalla statura istituzionale o dal valore morale della sue figura, avrà il vantaggio di aver visto con i suoi occhi come qualsiasi dichiarazione, qualsiasi uscita pubblica, qualsiasi gaffe o bella figura siano soggette a queste tre regole, e sottratte alla capacità di farle sparire nell’oblio: e precisamente quell’oblio che ha permesso al nostro attuale Presidente del Consiglio di cancellare il passato anche recente grazie ai suoi media “di flusso” dove tutto scorre e niente rimane o viene discusso.
La memoria storica di un periodo “di rottura”, come indubbiamente il berlusconismo è stato, suscita sempre una fortissima attrazione “ex post”. Non a caso, nonostante una documentazione multimediale che si limita agli archivi ufficiali, i filmati sul fascismo riscuotono ancora un grande successo, e non sorprende che i programmi più seguiti sui canali tematici dedicati alla storia trattino proprio questo periodo.
Provate a immaginare, tra una cinquantina d’anni, la stessa attrazione per un’epoca in cui si poteva impunemente invocare la superiorità del Premier di fronte alla legge, con in più tutto il corredo delle gaffes, delle dichiarazioni sessiste o razziste, delle avance ai Capi di Stato scandinavi puntualmente documentate e ri-mediate, per essere consegnate alla storia da un esercito di pubblicatori indipendenti e non irreggimentabili.
Il mio non sembri un ottimismo mal riposto: nulla vieterà al suo successore di rivelarsi ancora più lontano, nella sostanza, dagli standard democratici così vilipesi negli ultimi anni. Nella forma però, chiunque verrà dopo, per il solo fatto di essere “conversational native”, avrà imparato la lezione e farà sembrare il nostro Capo del Governo attuale una sorta di scherzo della natura, oggetto di meritato dileggio per i secoli a venire. E questa la chiamerei una grossa sfortuna.
Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.
Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.
Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.
Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato - prosegue il suo ragionamento - che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.
Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.
Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali - per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo - dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè - come poi abbiamo ben visto - “dal sicuro valore scadente”.
In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?
Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.
Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…
Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.
Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che - tra le altre cose - ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.
Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere il passo è stato breve.
Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?
Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.
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Errata corrige del 31.10.2009: come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu - che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.
Poco più di 31 anni fa moriva, sotto i colpi della mafia, Peppino Impastato. Il suo era un eroismo figlio di quei tempi: un eroismo solitario, potremmo dire “integrato verticalmente” intorno a una radio, un medium antico ma efficacissimo. Dal giorno del suo assassinio, l’anniversario della sua morte è un rituale di forte impatto emotivo, carico di significati, e ancora in grado di rilanciare in tutta Italia i temi della libertà e della legalità. Ma anche se i mandanti e i sicari sono stati assicurati alla giustizia, sul territorio la mafia continua a dettare legge.
A distanza di 6 lustri, nel frattempo, è cambiato il contesto partecipativo e comunicativo. Come dimostra l’esperienza dei 40xCatania, il social network fondato da Simone Di Stefano, oggi chi lotta contro le piccole e grandi prepotenze si aggrega intorno ai nuovi media sfruttandone il carattere distribuito.
Le iniziative dei 40xCatania sono ormai riconoscibili per i tratti tipici del guerrilla marketing (rapidità di esecuzione, creatività, impatto emotivo, viralità, propagazione e ri-mediazione), ma non hanno nulla a che vedere - per fortuna - con il marketing, e rimangono online giusto il tempo necessario. Lo scopo è infatti quello di cambiare le cose sul territorio, nel mondo reale: e cambiare anche temporaneamente il paesaggio (come è stato fatto con l’impacchettamento della Garitta di Piazza Europa, per protestare contro lo scempio di un luogo pubblico sottratto da tre anni alla città) è la prova reale che le cose possono cambiare anche nel quotidiano.
Le installazioni, le performance teatrali, i blitz tipici di un linguaggio lontano anni luce dai classici cortei con lo striscione, sono il nuovo strumento per riattivare la consapevolezza sopita dei catanesi sui mille problemi di una città che esprime perfettamente la cultura dell’arbitrio dei poteri forti e la corrispondente rassegnazione dei cittadini.
In tutto questo, un social network territoriale, se gestito con la dovuta costanza e conoscenza dello strumento, può avere l’ambizione di portare a valore il “potenziale frammentato di eroismo” di ciascun cittadino, anche il più inerte e disilluso, traducendolo in azioni concrete. E che si tratti di eroismo, per quanto distribuito, lo testimonia il fatto di esercitarlo in un ambiente che non è semplicemente immobile e resistente al cambiamento (come capita a noi ingenui visionari quando parliamo di cambiamento a un’azienda o una pubblica amministrazione del centro-nord) ma che prende attivamente l’iniziativa per segnalare visibilmente e rumorosamente che nulla cambierà: non a caso l’imbavagliamento della Garitta è stato immediatamente distrutto, poco dopo, da un incendio doloso.
Nel frattempo, però, i ragazzi della community in pochi mesi di attività sono finiti su giornali, radio e televisioni, ricevuti dal sindaco, riconosciuti come interlocutori da altri soggetti attivi sul territorio. E continuano a mobilitarsi, sfornare idee, progettare nuove azioni. E noi continueremo a parlare di loro.
Nonostante l’orario tardo, martedì scorso decido di recarmi alla Federazione Nazionale della Stampa per l’ennesimo dibattito sui media partecipativi. Arrivo al fatidico 349 di Corso Vittorio, e vengo quasi travolto dalla gente che scende le scale. “E’ tutto finito” - mi fanno - “ma ci vediamo al Wine Bar qua davanti per stabilire i prossimi passi”.
Non ci capisco granchè, ma mi faccio prendere dalla serendipity, e nel giro di 5 minuti mi ritrovo insieme a Diego Galli (FaiNotizia), Francesco Piccinini (AgoraVox) e altri attivisti del citizen journalism italiano. Alla mia sinistra, dall’introduzione di Bernardo Parrella (GlobalVoices) capisco che lo scopo del debriefing sarebbe quello, in un’ora (!), di porre le basi di una piattaforma comune che aggreghi i contenuti dei principali siti di giornalismo participativo in Italia.
L’impresa è improba, anche perchè Francesco mette subito in chiaro che si deve trattare di un aggregatore finanziariamente sostenibile, e si finisce per parlare di redazioni, headcount, e soprattutto - ancora una volta - di “unique visitors”. Su quest’ultimo argomento Parrella entra a gamba tesa, dicendo senza mezze misure che Agoravox è numericamente irrilevante, e gettando nello sconforto non solo Piccinini, ma anche tutti gli altri “reporter diffusi seduti intorno al tavolo, le cui rispettive iniziative sono evidentemente ancora meno allettanti per una ipotetica raccolta pubblicitaria. La riunione si chiude mezz’ora dopo con un sostanziale nulla di fatto.
Ecco, al di là del becero “celopiulunghismo” esercitato a colpi di visitatori unici, criterio monodimensionale che evidentemente è considerato sufficiente a spiegare e governare qualsiasi fenomeno del web, sono proprio le premesse della discussione a non vedermi d’accordo.
Se l’obiettivo, come mi è parso di capire, è rompere il cortocircuito della stampa mainstream controllata dai soliti noti, non si vede perchè:
sia necessario creare una piattaforma unica
sia necessario che tale piattaforma assuma la forma di un aggregatore/selezionatore
che l’aggregazione/selezione venga compiuta grazie a filtri semantici particolarmente “smart” …
…oppure alla vecchia maniera, e cioè da una redazione umana
sia necessario risolvere all’interno della piattaforma aggregatrice il nodo del modello di business
il successo “politico” della piattaforma sia sancito dalla capacità di rimediare spontaneamente sulla stampa mainstream
il successo “economico” della piattaforma sia sancito dalla sostenibilità mediante la raccolta pubblicitaria
Ecco, io non credo di dire una bestialità se affermo che questa passione per l’aggregatore/selezionatore è figlia dell’equivoco secondo cui le persone che dirigevano la discussione hanno sempre e comunque in mente la versione immateriale di un “quotidiano”o comunque di una “testata” con un modello ad-based. Una “testata”, dietro al quale - beninteso - un certo numero di persone illuminate stabiliscono a priori cosa sia meglio che il popolo bue, lobotomizzato dalla TV, venga a sapere. E l’equivoco appare più chiaro quando si levano voci per la “stampa in pdf” come vera e propria killer application del prodotto. Credo che vi siano un bel pò di alternative a questa visione.
Fin qui il discorso su cosa, a mio parere, è “ingiustamente ritenuto necessario” fare. Ben più spinoso è tema di “cosa sia sufficiente fare”. Ne sto discutendo, in questi giorni, con varie persone più costruttive e meno inclini a sterili personalismi. Quando ne sarà venuto fuori qualcosa di significativo, proverò a scriverlo da queste parti.
User Generated Content, Cittadinanza Digitale, Libertà della Rete. Alla fine con Gigi Cogo si finisce sempre per parlare dei temi a noi cari, e la nostra chiaccherata all’ultimo Barcamp degli Innovatori della PA non poteva fare eccezione. Mi sono appena rivisto nel video di TheBlogTV, e sono giunto alla conclusione che in realtà di cose davvero significative ne ho dette solo due:
Quando ho parlato di “educazione civica“
Quando ho parlato di “militanza“, sia online che offline
Sono due termini un pò polverosi, ma a mio parere più che mai utili e attuali per affrontare il tema della partecipazione attiva a ciò che è rimasto dei processi democratici in questo derelitto paese. Ha ragione Nanni Moretti: a volte le parole sono importanti.
Il Partito Radicale, come noto, non ha mai avuto granchè da imparare in materia di uso dei media. Con veri e propri colpi di genio come “l’imbavagliata” di Pannella e Bonino durante le tribune elettorali, o come la campagna “Emma for President”, i militanti della rosa del pugno si sono guadagnati mille citazioni anche nel mondo della comunicazione aziendale, in particolare per quanto riguarda la capacità di esercitare le leve emotive degli italiani a supporto delle loro iniziative.
Il rischio che hanno sempre corso, semmai, è quello degli “early adopter”, cioè di coloro che adottano strumenti acerbi, che ancora non hanno espresso tutte le loro potenzialità. E’ accaduto per Agorà Telematica, uno dei primi ISP italiani, per l’archivio multimediale di Radio Radicale, che anticipa da anni le logiche della coda lunga, e anche per Fai Notizia, una delle più importanti piattaforme di citizen journalism viste finora da queste parti.
E così quando Diego Galli, responsabile dei siti internet dei Radicali, ha ritenuto di invitarmi a tenere una relazione per un seminario interno del partito, sul tema delle prospettive politiche del giornalismo partecipativo, non ho potuto far altro che provare a spingermi ancora più avanti, delineando tre possibili trend evolutivi di questo fenomeno e alcune proposte di campagne politiche sulla libertà di informare e di essere informati.
I temi erano in qualche modo già stati accennati nella prima puntata di Mutazioni Digitali, il talk show che conduco insieme a Marco Traferri, ma si erano un pò persi nella prevedibile polemica tra gli esponenti dei nuovi media e i giornalisti tradizionali. Stavolta sono riuscito ad andare un pò più a fondo, e ho potuto concentrarmi su qualche nodo cruciale, come il tema dell’assenza delle tutele legali e della conseguente “libertà di censura” che affligge l’emergente universo dei blogger e dei reporter diffusi, e che già Daniele Di Gregorio affrontò con chiarezza e competenza nel corso dell’ultimo RomeCamp.
L’intervento dura circa mezz’ora, e può essere scaricato qui oppure visto (e ascoltato, grazie alla funzionalità Slidecast) qui sopra.
l'impatto dei social media sulla relazioni pubbliche delle aziende, sui modelli di distribuzione dei contenuti, sull'arena della comunicazione politica