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Le nuove domande dei consumatori “reloaded”

25 Febbraio 2010 · Nessun commento

seanPer tanti anni, nella definizione dei messaggi chiave di una qualsiasi campagna di comunicazione integrata, account e creativi si sono scervellati nell’intento di “anticipare le domande del cliente” con i temi di maggiore impatto, da legare - ovviamente - alle infinite virtù del prodotto o del servizio reclamizzato.

Il “consumatore reloaded”, quello che non solo prende le sue decisioni dopo essersi informato su una varietà di canali, creando ormai lui stesso canali su cui stabilisce le regole d’ingaggio, non solo può rispondere ai messaggi istituzionali con la loro stessa visibilità, ma finisce anche per porsi nuove domande.

E così, al fianco delle tradizionali “Cosa fa questo prodotto?”, “Qual è il prezzo?”, “Chi consuma questo prodotto?” eccetera eccetera, si fa strada una domanda ancora largamente ignorata dalle Aziende, e cioè: “Perchè mi stanno dicendo questo?”.

Sì, perchè usando la rete, e il suo potere di disintermediazione, il consumatore ha implicitamente smascherato alcuni del meccanismi di formazione del consenso intorno a certi messaggi istituzionali. E così, se per esempio in un partito qualcuno, da sempre riconosciuto il leader, proclama “Sono io il leader“, questo significa che la sua leadership è messa in discussione.

Non si tratta solo di consumatori “smaliziati”. La disillusione rispetto a un messaggio aziendale è una sorta di residuo passivo, e - come tale - una categoria quantitativa. E’ la ricchezza delle informazioni sul prodotto che solo la rete offre, con le sue capacità di generare “crowd”, a determinare una più elevata attenzione qualitativa su tutti i valori dell’azienda e del prodotto/servizio considerati. Se una volta quindi l’unico rischio che un’Azienda correva nel proclamare “i nostri spremiagrumi sono sicuri” era che anche i consumatori non consapevoli dei rischi potessero così dedurli dal messaggio rassicurante (che arriva puntualmente in ritardo, cioè dopo una attenta valutazione “corporate” del rapporto costi/benefici di una tale dichiarazione), oggi Toyota è stata costretta a ritirare più di 8 milioni di autovetture perchè era stato facile, in rete, aggregare tutti i casi in cui i difetti delle autovetture avevano comportato gravi conseguenze in materia di sicurezza.

Ma il tema non riguarda solo la comunicazione di crisi. Il livello di attenzione del pubblico, e il suo accresciuto potere d’influenza in rete, può anche incidere su una campagna istituzionale “pura”. Cosa spinge Credit Agricole a lanciarsi in una costosa campagna sul “Green Banking”, con Sean Connery come testimonial? Quanto è facile intuire una connessione tra l’esigenza del marchio di differenziarsi da un universo, quello dei servizi finanziari, largamente colpito dal Credit Crunch? Queste non sono più domande da addetti ai lavori: sono le domande che si pongono tutti. E le aziende, tutte le aziende, farebbero bene a cominciare a tenerne conto.

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Online video: nuovi modelli di distribuzione, nuovi modelli di business

11 Dicembre 2009 · 4 commenti

L’altroieri il Prof. Epifani ha avuto la bontà di invitarmi a tenere una lezione ai suoi studenti del corso di Tecnologie della comunicazione applicate all’impresa, per un approfondimento sul tema Web TV. Per mia stessa ammissione, mi sono fatto prendere la mano, e ho finito per parlare di cose piuttosto azzardate, ma forse anche per questo motivo molto divertenti e affascinanti.

In una parte della lezione, in particolare, ho parlato dei nuovi modelli di distribuzione video permessi dal Web, e dell’eventualità che questi modifichino radicalmente, a regime, gli stessi modelli di business che li alimentano, contestualizzandoli non più nella tradizionale “catena del valore” di Porter, ma in ecosistemi in cui vari player competono per conquistare centralità e “insostituibilità”.

Per alcuni modelli emergenti (specialmente negli Stati Uniti) mi sono spinto fino a ipotizzare lo spostamento “dell’area del sussidio” dalla “valle” (la distribuzione) al “monte” (la content ownership).

L’orizzonte temporale di riferimento è spostato molto in avanti (diciamo il 2020) rispetto alle tipiche discussioni su questi temi. Questo rende molto instabili le assunzioni di base, e quindi impossibili le modellizzazioni numeriche. Inoltre si tratta di analisi di scenario molto controverse. Proprio per questo motivo, mi piacerebbe che ne sorgesse un dibattito. A differenza di quanto accaduto ultimamente, vorrei però che fosse un dibattito vero, a cui partecipano tutti i soggetti attualmente e potenzialmente coinvolti: mainstream media, online media, broadcaster verticalmente integrati, “creatori” e “owner” dei contenuti (appartenenti a grandi major ma anche indipendenti), vendor di piattaforme di distribuzione, esperti di marketing e di pubblicità, fino naturalmente ai fruitori finali.

L’audio MP3 della presentazione (l’estratto relativo a questo tema) può essere scaricato qui per l’ascolto su player portatili.

Il video integrale della lezione sulla Web TV sarà a breve disponibile qui, insieme a quelle degli illustri ospiti che hanno proposto molti altri temi interessanti.

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Il grande equivoco del Web 2.0

18 Novembre 2009 · 21 commenti

 o reilly
A: Ciao, come stai?
B: Bene, grazie, e tu?
A: Non c’è male…si lavora, si sta in famiglia, poi c’è questa cosa che mi prende un sacco…
B: Quale cosa? Di che stai parlando?
A: Come, non lo sai? Ho una passione: il cacio con le pere!
B: Non ci posso credere! Lo sai che anch’io ho la stessa passione?
A: Eh, beh…siamo in molti ad averlo scoperto… Tu come hai fatto?
B: Sono stato a un corso sugli abbinamenti. Poi ho provato. Ho preso il cacio e l’ho grattugiato sulle pere.
A: No, un momento: veramente il cacio non va grattugiato. Con le pere il cacio si mangia a pezzetti.
B: Ma che dici?  Sei sicuro? E così come fa ad amalgamarsi col sugo?
A: Sugo? ma perchè, sulle Pere, oltre al cacio ci metti il sugo?
B: Certo! Che fai, tu, mangi le Pere in bianco?
A: Ma tu sei pazzo! Ma scusa, ma tu che Pere intendi?
B: Le Pere Barilla, ovvio!
A: Intendi i Maccheroni Barilla! Ora è tutto chiaro!
B: Vabbè, Pere, Maccheroni, quanto la fai difficile…ci stanno tutti e due bene con il cacio, no?

Ecco, provate, nel dialogo precedente, a sostituire “Cacio” con “Web” e “Pere” con “2.0″. Ne viene fuori una conversazione senza nè capo nè coda, ma non dissimile dalle mille in cui vengo sempre più spesso coinvolto. Discussioni assurde, dove i due interlocutori finiscono per essere in disaccordo semplicemente perchè stanno parlando di cose diverse fin dall’inizio. Perchè se da un lato tutti hanno chiaro cosa sia il Web (”il Cacio”), molto spesso sul concetto di 2.0 (”le Pere”) persiste un grande equivoco di fondo, dovuto al fatto che a questo concetto ciascuno di noi attribuisce categorie diverse.

Ciascuno di noi, per riempire di significati il “2.0″ pesca in un grande contenitore dove sono mescolati, alla rinfusa, acronimi tecnici (”Ajax, RSS, XML, RIA, API”) e termini vagamente prossimi alla semantica (”Metadati, Tag, Folksonomy”), parole prese in prestito dal gergo aziendale (una per tutte: “Crowdsourcing”) o dal marketing (”Coda Lunga”), o dalla politica (”Grassroots”) o dal variopinto universo dei massmediologi (”Citizen Journalism, User Generated Content”, Syndacation”…).

Poi c’è anche l’equivoco nell’equivoco, dovuto al malcostume per cui qualcuno parla del 2.0 come di “un nuovo, grande business”, scatenando l’ira dei tanti che non vedono l’ora di fare la figura degli assennati (”ma quale business, è solo il replay della bolla speculativa”). Un’ira che si libera verso tutti, anche verso chi - prudentemente - si è sempre limitato a sostenere che il 2.0 è una esternalità che impatta sul vecchio business, pur non costituendo un business in sè.Vedete bene che in queste condizioni è molto difficile che vi sia un “dibattito” su questo tema: perchè si possa dibattere è necessario partire da presupposti e premesse comuni.

Tutti questi equivoci nascono da un peccato originale. Tim O’Reilly, che inventò e immediatamente brevettò il termine Web 2.0, costruendoci sopra un business (quello sì, ma ovviamente si tratta di un business molto 1.0) fu bravo a intuire in anticipo che a un certo punto della sua storia il Web, superata la fase della bolla speculativa (di origine finanziaria e di marketing) stava per entrare in una fase evolutiva nuova (di origine tecnologica e con immediate conseguenze socio-comportamentali), senza con ciò rappresentare un business.

Ma molto prima che le “autorità preposte” a definire il perimetro dei significati (l’Oxford Dictionary) vi riuscissero, ormai i buoi erano scappati. Si erano sguinzagliati in rete decine, anzi centinaia di autoproclamati Guru che provavano a sfruttare l’indotto O’Reilly e a pontificare sul 2.0 avendo ciascuno una idea di partenza diversa. Non solo Pere e Maccheroni, per intenderci. Ma anche Mele, Banane, Pollo, Arista di Maiale, fino al Cotechino di Scrofa al Sugo di Lampone. Qualcuno, osservando che legioni di congressisti si affollavano per sentire tutte queste chiacchere sconnesse fa loro, purchè figurassero le “parole d’ordine del nuovo a tutti i costi”, pensò che l’operazione sarebbe riuscita ancor meglio creando una nuova “terra promessa marginale”, sia sul primo termine (Enterprise 2.0), sia sul secondo termine (Web 3.0) quando non addirittura su tutti e due (Impresa 4.0). E tutto questo quando non solo, in sottofondo, continuava - e continua ancora! - il dialogo tra sordi sul Web 2.0, ma soprattutto mentre, nei fatti, la fase evolutiva 2 era ancora lontana dall’esprimere le sue potenzialità. Potenzialità da tradursi  non  - lo ripeto per l’ultima volta - in termini di nuovo business, ma in termini di dirompenza rispetto ai business esistenti.

In un tale caos, in cui è improbo cercare di distinguere il segnale dal rumore, non sorprende che si sia sviluppata una notevole area di consenso “negazionista”, che cioè rifiuta del tutto il principio che il Web, a un certo punto, sia cambiato. Questo approccio, comprensibilmente, caratterizza soprattutto di chi ha pagato sulla sua pelle la fase precedente, cioè il grande inganno della New Economy, delle dot.com con tutto il corredo di bufale e promesse in mala fede che ben ricordiamo. Una buona sintesi di queste posizioni è rappresentata dal libro del rimpianto Fabio Metitieri “Il Grande Inganno del 2.0″, al quale va riconosciuto il merito di aver cercato di sistematizzare queste posizioni partendo da alcuni elementi reali, e precisamente quelli più folkloristici. E siccome gli imbonitori, i presenzialisti, gli incompetenti sono anche stavolta la maggioranza, si è trattato di un esercizio facile. Peccato che questo libro abbia deliberatamente ignorato tutti gli elementi che non erano funzionali alla tesi che si intendeva dimostrare.

Molto più difficile è districarsi in questa matassa e trovare qualcuno che riesca a dire davvero se qualcosa stia cambiando, e in che misura. Io ho qualche buon candidato, ma anche qualcosa da dire in prima persona. Secondo me molte cose sono cambiate; chiedete a un’agenzia di viaggi;  a un negozio di libri;  a chi fa televisione; a un musicista;  a un bibliotecario; al direttore di un quotidiano. E si potrebbe andare avanti a lungo.  Chiedete a queste persone se il Web per un pò è stata “una bella novità”, e poi è diventata “qualcosa che ha cambiato la nostra vita”. Proviamo a definire questo “poi”. Proviamo  a capire che cosa il Web a un certo punto ha cominciato a sostituire o, come dicono i dotti, a “disintermediare”.

Anche qui ho dei candidati. Dalla fase 2 in poi (perchè c’è stata una fase 2, eccome se c’è stata)  il Web ha sostituito chi aveva costruito delle rendite di posizione su asset che fino ad allora non erano - almeno per alcune funzionalità - a disposizione degli utenti, permettendo la gestione in esclusiva di alcuni business. Qualche esempio? Le rotative, le tipografie, le reti commerciali e di distribuzione, l’organizzazione logistica, e tante altre cose su cui la tecnologia, a un certo punto, si è fermata o quantomeno non ha saputo reggere il passo di qualcosa che la stava scavalcando, cambiando i comportamenti di tante persone. E se quella di queste rendite deve essere ancora considerata un’economia “solida”, mentre l’alternativa sta ancora faticosamente definendo nuovi modelli, in realtà la spiegazione è che si tratta di un passaggio obbligato, che richiede tempo e idee di persone competenti, non certo dei personaggi che capita di incontrare ascoltare e leggere con immutata frequenza. Di sicuro molto più tempo di quello che gli scettici sono disposti ad aspettare prima di prendersi la loro rivincita a buon mercato. E di sicuro molte più idee di quelle che si sentono in giro di questi tempi, mentre la folla degli imbonitori si accapiglia, dominando la scena con il loro “rumore”, mentre in pochi lavorano sul serio a questa onerosa riconversione.

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Venice Sessions: il futuro dei Media tra giganti e newcomers

22 Ottobre 2009 · 2 commenti

nicola greco e luca de biase

Non ero mai stato, nonostante il mio badge rosso già abbastanza consumato, alle Venice Sessions. Questa volta non ho resistito, dato che il tema “Il futuro dei Media nell’era digitale” abbraccia quasi tutte le cose di cui mi interesso da un decennio a questa parte.

E devo dire che non sono stato deluso: perfetta l’organizzazione, splendida la location, bello il “clima” tra i partecipanti (come al solito mi hanno dovuto presentare i colleghi, mentre conoscevo già quasi tutti gli altri) , e anche un interessante mix - tra prestigiosi giganti e misconosciuti newcomers - nella composizione del panel dei relatori.  Il newcomer per eccellenza è stato il 16enne Nicola Greco, che ho suggerito agli organizzatori semplicemente perchè racchiude in sè l’essenza del nativo digitale oltre a una debordante dose di talento. E alla fine, come prevedibile, la star è stata proprio lui, nonostante la presenza di visionari incommensurabili come David Weinberger e di personaggi pressochè onnipotenti come Martin Sorrell, big boss di WPP.

Il resto della giornata è trascorso, come ben racconta nella sua cronaca Luca Chittaro, tra le suggestioni del filosofo Maurizio Ferraris (”YouTube è una grande cimitero video di persone morte”) e le criticatissime frenate di Giuseppe Vita,  Presidente del Gruppo Editoriale Springer, sul giornalismo partecipativo (”Il problema delle notizie su internet è la loro affidabilità”). Su YouTube verrebbe da dire “meno male che qualcuno ci ha pensato”, visto che molti ampex delle teche Rai, nonostante gli sforzi di Renzo Arbore e di Barbara Scaramucci continuano a marcire nei sottoscala di Saxa Rubra. Sulla credibilità del giornalismo vecchio e nuovo inutile commentare, dato che ci siamo già ampiamente spesi ben prima della pronta replica (e del bel post dell’altroieri) di Luca Sofri.

Mi è piaciuta molto (i disclaimer del caso sono nella pagina “l’autore“) anche l’introduzione dei lavori ad opera del “Capo del mio Capo del mio Capo“.  In particolare, mi sono ritrovato al 100% nella sua descrizione della strategia Media del Gruppo Telecom Italia, e del suo inserimento nel contesto dei modelli comportamentali emergenti. In una azienda di queste dimensioni trovare una rispondenza del lavoro quotidiano nelle parole del vertice ha risvolti motivazionali non trascurabili.

E infine ho trovato di grande interesse l’intervento di Donatella della Ratta, che ha dato un respiro esotico alla discussione raccontandoci cosa sta succedendo nell’universo mediatico mediorientale, con logiche che a noi occidentali possono sfuggire per una corretta interpretazione dei fatti e delle pratiche di quella parte del mondo, così cruciale negli equilibri globali dei nostri giorni.

Insomma una giornata preziosa, in una Venezia soggettivamente inedita (cioè soleggiata) per chi scrive, con tanti spunti e tanti incontri con persone un po’ speciali. Ora proviamo a lasciar sedimentare le cose ascoltate, e a vedere cosa ne viene fuori.

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Perchè dovrei avere un Apple?

27 Settembre 2009 · 28 commenti

appleconfCredo che qualsiasi professionista della comunicazione aziendale dovrebbe vedersi dall’inizio alla fine i video degli eventi Apple. Non scherzo: è quanto di più avanzato, in materia di marketing communications, una azienda possa produrre in materia di branded content. Prendiamo l’ultima Developers Conference, in cui vari personaggi della Casa di Cupertino si sono avvicendati per mostrare le ultime meraviglie hardware/software al più fedele e acritico dei pubblici (gli sviluppatori, appunto). E’ un grande show. E’ più divertente e spettacolare di molte cose che si vedono in TV, pur non essendo associate a un marchio.

Durante la conferenza, i vari personaggi che popolano il palco dell’ormai mitico Moscone Center si atteggiano a star, e fanno bene, perchè sono star! Basta che facciano la loro apparizione, e il pubblico in sala (che - non dimentichiamo - è in questo caso l’anima dell’ecosistema Apple) prorompe in ovazioni e gridolini.

Non c’è nemmeno bisogno della tanto decantata conversazione tra Azienda e utenti: quella che viene tributata alla mela dai suoi fans e’ una adozione incondizionata, che prescinde dalla natura dei messaggi. Per dirne una, se viene annunciata, come nuova feature dell’iPhone 3G, la possibilità di riprendere video, tutti impazziscono di gioia, dimenticando che questo è possibile con telefoni che costano venti volte di meno. E che dire dello sconvolgente annuncio di uno slot per SD card sui MacBook, una tecnologia presente da anni sul più grigio dei PC?

In ogni caso, occorre riconoscerlo, gli uomini Apple sono preparati alla perfezione. Si muovono con disinvoltura, sorridono, sono disposti a scherzare. E di questi scherzi, sullo sfondo, le vittime designate sono ovviamente i troppi sgorbi partoriti negli anni da Microsoft: le applicazioni di Office ma soprattutto Vista e il successore Windows 7, descritto come poco più che una patch tra le risate di scherno della folla, che giustamente inorridisce all’idea di dover continuare “ripulire il registro”, “effettuare  la deframmentazione dei file” e altre menate del genere.

La comunicazione della Apple, costretta ancora a rinunciare al carisma di Steve Jobs, si affida oggi a uomini proposti come i semidei che ci consegneranno il futuro: un futuro targato mela in cui tutto sarà elegante, flawless e a portata di mano, in virtù di una tecnologia superiore che giustifica un più elevato “price tag”.

Sì, ma quanto vale questo price tag? E’ davvero tutta tecnologia quella che paghiamo in più per un prodotto Apple? Certo che no. Come tutti sanno, esibire la mela è un esercizio di “personalità aumentata”. Possedere uno di questi device, dal Macbook Pro allo stesso iPhone equivale ad appartenere a una razza eletta di persone che il futuro l’hanno capito anni fa, e lo stanno manovrando con gesti naturali, l’accelerometro, il multi-touch,  all’insegna di un nuovo paradigma secondo cui “l’interfaccia è la tecnologia”, ma anche - aggiungiamo noi - la differenza di prezzo.

Viene a questo punto da chiedersi perchè mai io non abbia mai avuto un prodotto Apple. E’ una domanda che mi è stata posta più volte, specialmente nell’epoca pioneristica del Podcasting alla quale ho in qualche misura contribuito, e che vedeva nell’iPod il suo oggetto simbolo.

La risposta è che - per ragioni del tutto soggettive - non ne ho mai avuto bisogno. Non ho mai avuto bisogno di comprare un computer per lavorare, perchè me lo ha sempre procurato l’azienda. Ed erano sempre IBM compatibili, spesso prodotti di punta. Quando ho cominciato ad acquistare computer “privati” avevo già seri problemi di schiena, quindi essi non dovevano pesare più di un chilo e rotti. E la Apple, di questi ultraleggeri, non ne ha mai realizzati. Non ho mai acquistato iPod, perchè da sempre, per me (podcaster) un lettore portatile deve anche essere un buon registratore, e così si spiegano i ben sette i-River IFP799 che comprai o feci comprare ad amici compiacenti. E per quanto riguarda l’iPhone, non ho mai accettato l’assenza di una tastiera ergonomica, così come il fatto di costituire il centro di un ecosistema completamente controllato: le applicazioni sono pubblicate sullo store solo previa accettazione della casa madre, a protezione dei suoi vari e multilaterali business. Per non parlare della tangibile sensazione di “lock in” in un mondo entrati nel quale è difficile uscire: se il prodotto (e l’ecosistema) è davvero così superiore, perchè ostacolare una eventuale fuga del cliente e dello sviluppatore con tutta una serie di pratiche? Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui.

Nessuno nega che si tratti di oggetti straordinari, per molti versi insuperabili. Ma finora non sono mai stato disposto a cedere su alcuni punti “di fondo” per avere in cambio il loro superiore design, l’inarrivabile interfaccia utente, l’attrazione quasi sensoriale che questi oggetti indubbiamente esercitano. Non è una posizione ideologica, infatti non è immutabile. Scenderò sicuramente a questi compromessi il giorno che la Apple sfornerà un MacBook del peso di un chilo e che sia in grado di entrare del mio zaino, e il prezzo non sarà certo un problema.

Circa invece il citato aspetto della “personalità aumentata” di chi li possiede,  questo su di me ha un effetto quasi controproducente. Nel momento in cui mi renderò conto che desidero uno di questi gadget perchè li possiedono parecchie persone del giro che conta, questo significherebbe che c’è qualcosa che non va in me, non nel mio computer, nel mio telefono o nel mio lettore portatile. E in quel caso i 699 euro preferirei darli al mio psicanalista.

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Aziende e 2.0 - Reloaded

23 Luglio 2009 · 8 commenti

Venerdì scorso ho proposto ai ragazzi del Master MUMM di Economia e Commercio la versione aggiornata della mia presentazione “Aziende e 2.0, cambiare il modo di pensare”, che per l’occasione ho pensato di condividere su Slideshare con l’audio sincronizzato.Si parla ancora una volta del mutamento culturale che le Aziende devono affontare se vogliono continuare a comunicare efficacemente con i loro interlocutori istituzionali, nelle logiche conversazionali imposte dai social media. In questo aggiornamento ho provato ad arricchire la sezione delle case study, ad approfondire i trend (tutt’altro che innovativi) dell’online advertising, a delineare le prospettive dei marketing services nella chiave dell’”opt-in”.

Qui potete trovare anche la seconda parte, che approfondisce il tema dell’impiego di blog, podcast e web tv in ambito corporate.

Entrambe le presentazioni sono scaricabili in formato powerpoint direttamente su Slideshare. Inoltre, l’audio può essere anche ascoltato sui lettori portatili, scaricando i seguenti due file MP3.

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In media stat virtus

13 Luglio 2009 · 1 commento

mediumGli User Generated Content sono monetizzabili? E se si, in che misura? Quale può essere un trade-off vantaggioso tra costi e benefici nel loro impiego da parte dell’industria dei media? E’ questo un tema che ricorre spesso con i miei interlocutori tipici: sul lavoro, alla ricerca di un modello di business che “giri” intorno a questo tipo di contenuti, ma anche nella cloud del popolo dei Barcamp, dove forse è più facile cogliere prima e con più chiarezza alcuni segnali deboli che provengono dal cuore della cultura digitale.

Negli ultimi mesi sembra rafforzarsi l’opinione che individua il maggior valore degli UGC in quella “area grigia” in cui gli stessi entrano a contatto con i blockbusters (la “testa” della coda) e quindi lontano dalla massa dei video meramente amatoriali che affollano “la coda della coda”. Per etichettare questa tipologia di contenuti, di volta in volta, sono stati usati vari neologismi, il più fortunato dei quali è prosumer content. Ma anche “prosumer”, che fa riferimento al tipo di mezzi semiprofessionali con cui i contenuti sono realizzati, senza cogliere le altre dinamiche in corso lungo la catena del valore, sembra un termine inadeguato per definire il fenomeno nel suo complesso.

Se vogliamo davvero compiere un tentativo in questo senso, occorre innanzitutto provare ad elencare le caratteristiche distintive di questi contenuti:

  • sono contenuti che per il valore del documento o del messaggio grezzo (es: le riprese coi telefonini della repressione in Iran) o per la creatività che esprimono (es: le selezioni “staff picks” di Vimeo) possono inserirsi a pieno titolo nel flusso mainstream;
  • sono contenuti realizzati da case di produzione che nascono per la distribuzione via web (Revision3, OnNetworks, ecc.), e - a fronte di bassissimi costi di produzione - possono sottrarre tutte le nicchie ai mainstream integrati verticalmente i quali, dati gli costi della capacità trasmissiva tradizionale (via etere e satellite) possono al massimo rivolgersi a macro-nicchie con il loro tipo di offerta;
  • sono i contenuti generati da “eventi”: per ora ristretti al tipico pubblico “tech & high brow” (es: TED, ma anche in prospettiva le stesse Venice Sessions) essi potrebbero estendersi a target sempre più ampi, trasversali rispetto alle categorie verticali
  • sono “advertorial”, o “video promozionali”, in ogni caso contenuti corporate che però - per vari motivi - hanno un valore anche a prescindere dal loro significato commerciale (i video dei keynote della Apple ne sono l’esempio più eclatante, ma anche molti corporate podcast - FastLane di General Motors o RadioFeltrinelli in Italia, che può essere assimilata a una trasmissione radiofonica culturale)
  • sono tutti i materiali multimediali che documentano l’attività accademica o formativa in generale (molti formatori ormai usano YouTube, SlideShare e altre piattaforme di condivisione per la propria promozione, mentre è sempre più frequente il caso di docenti universitari che pubblicano le registrazioni dei loro corsi come servizio per i loro studenti);
  • sono i materiali descrittivi, come le audioguide, prodotti autonomamente dalle istituzioni museali e culturali come servizio a valore aggiunto per il pubblico.

Questo elenco, che potrebbe andare parecchio avanti, ci racconta due cose: da un lato che è quantomeno ingeneroso, come ancora fanno molti analisti del settore dei media, definire gli UGC come una “montagna di spazzatura” popolata prevalentemente di filmini familiari, riprese di matrimoni e imprese di ragazzini scapestrati sullo skateboard; dall’altro che una frazione sempre più ampia di soggetti - commerciali e non - ha compreso di dover incorporare, per cogliere le nuove opportunità offerte dalla rete, alcune funzioni proprie degli editori, finendo per affollare la parte sinistra della “coda lunga” di contenuti che - rivestendo un qualche interesse per il pubblico, anche se di nicchia - potrebbero rivelare un valore non trascurabile nella catena della distribuzione. Specialmente se consideriamo le nicchie nel loro complesso e la possibilità di raggiungerle senza i tipici costi di distribuzione e promozione che per anni hanno afflitto la “testa” dei blockbuster, finendo per dettare legge e determinare la “cultura dei grandi successi”.

Questa consapevolezza comincia a maturare, specialmente nel mondo anglosassone, almeno presso i nuovi distributori, in particolare Apple e Google che si trovano nella invidiabile posizione di poter osservare la globalità del fenomeno e di misurarne la profittabilità. Chi ancora tarda a comprenderne le potenzialità, paradossalmente, sono proprio i singoli produttori: potremmo dire che la parte “valorizzabile” gli UGC, che forse faremmo meglio a cominciare a chiamare semplicemente “gli indipendenti”, sta raggiungendo una “maturità inconsapevole” proprio perchè dal basso i produttori non riescono a cogliere il loro valore nel loro complesso. L’altro aspetto su cui, stante lo sforzo di realizzare un contenuto di valore, non c’è sufficiente consapevolezza collettiva è il tema dei bassi costi, e in particolare:

  • i bassi costi di realizzazione (grazie all’evoluzione delle tecnologie di produzione, che permettono la disintermediazione degli studi di produzione)
  • i costi pressochè nulli di distribuzione, permessi dalla rete ormai su tutti i device fissi e mobili (disintermediazione dei proprietari di capacità trasmissiva)
  • la possibilità di un sostanziale market-to-one a costo zero, grazie all’evoluzione dei meccanismi di aggregazione tag-based, se non addirittura - in prospettiva - in chiave semantica (disintermediazione dei servizi di marketing tradizionali)

Per poter chiudere il cerchio e affrontare il tema dei nuovi modelli di business generati dagli “indipendenti” occorre dunque non solo far maturare il contenuto in quanto tale, ma - soprattutto - la consapevolezza del suo nuovo ruolo nella catena del valore, alla luce del loro “senso” collettivo e delle menzionate opportunità di disintermediare i soggetti che per lungo tempo ne hanno determinato gli alti costi marginali, fino a rendere insostenibili modelli diversi rispetto a quelli basati sul traino dei “blockbusters”. E’ in questo che non sono d’accordo, per intenderci, con Seth Godin quando analizza la coda lunga sempre e solo in base al criterio della willingness to pay degli utenti finali, come se i nuovi business models ruotassero intorno a questa singola fonte di ricavi.

Di questo e di altri aspetti parlerò nel corso del mio keynote previsto nel corso di TechnologyBiz, l’evento previsto per il 28 e 29 Ottobre alla Città della Scienza a Napoli, e intitolato - con poca fantasia - “La maturità degli User Generated Content”. Spero di incontrarvi in quella occasione per discuterne insieme.

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Quando la pubblicità è un rumore di fondo e i mercati sono malversazioni

20 Aprile 2009 · 2 commenti

Lo scorso weekend mi sono reso conto di essere un uomo molto fortunato: finora non ho mai dovuto comprare una macchina. Tra auto aziendali, prestiti e (semi) regali dei genitori sono sempre riuscito a sottrarmi al girone dantesco dei concessionari e degli autosaloni.

Questo fino allo scorso weekend, in cui per cause di forza maggiore ho dovuto gettarmi anch’io tra le anime in pena che si aggirano per squallidi piazzali a scrutare dietro i parabrezza, cercando di interpretare i mille bigliettoni A4 che danno per scontati termini come “TAEG”, “ecoincentivi” e “antiparticolato”.

Ma perchè - mi chiedevo nel piazzale, in un raro momento di lucidità - si dà per scontato che io sappia cos’è il TAEG? L’ho capito aprendo un quotidiano.

Eh sì, perchè un quotidiano - e me ne sono accorto solo adesso - è ricoperto per il 40% di pubblicità di auto, concessionarie e autosaloni. Pubblicità che io avevo sempre ignorato, al punto tale da considerare il tutto un fastidioso rumore di fondo, come le porte di uno slalom tra un articolo e l’altro, niente più.

Mi chiedo, ma a che serve questa gara a chi urla di più su giornali, radio e televisione quando da sempre la gente decide che macchina acquistare in base a criteri come “il concessionario di fiducia”, “l’amico che non dà fregature” e “il meccanico che capisce se hanno taroccato il contachilometri”? Per me rimane un mistero.

Di sicuro, proprio come per la scelta delle voci delle liste di nozze, quello dell’auto è un mercato che sfugge completamente alle regole più elementari, in cui il rapporto cliente-fornitore risulta quasi invertito. Di conseguenza così come, una volta scelto il negozio dove aprire la lista, sono loro - e non tu - a scegliere il servizio di piatti, allo stesso modo un autosalone (non facciamo nomi: Lidauto di Ostia Antica) può impunemente scrivere, a caratteri cubitali “Domenica 19 Aperto” sul Messaggero, e poi farti trovare il cancello sbarrato dopo un viaggio di due ore in cui ti sei giocato un bel pezzo di weekend.

Ma perchè tutto questo è possibile? Perchè la gente non si ribella e insegue questi tiranni coi forconi?

Probabilmente perchè sia il nubendo, sia l’automobilista appiedato sono figure che vengono interpretate dal nostro sistema economico come “soggetti coatti”, che si trovano in una condizione temporanea di bisogno. Una volta fissata la data delle nozze, la libera scelta del nubendo-cliente (voci della lista, ricevimento, viaggio di nozze) è un fastidio, ed ecco che alla minima pressione dell’interlocutore commerciale si è pronti a chinare il capo.

Allo stesso modo, dato che non possedere un’auto - e per certi target “una certa auto” - non ci permette di essere soggetti sociali, quindi di esistere (o almeno questo riescono a farci credere) , presi dalla disperazione a un certo punto potremmo anche portarci a casa “la fregatura”. Già, perchè “la fregatura”, proprio come la terra marginale Ricardiana qualcuno la deve pur comprare, altrimenti il mercato nel suo complesso andrebbe in tilt.

E’ una triste realtà, ma in certi casi chiunque di noi può entrare a pieno titolo nel segmento di mercato di fatto più redditizio, i “Gullible Morons” di Scott Adams, gli ambitissimi “Idioti raggirabili”. L’importante è stato entrarci il più tardi possibile.

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La morte degli storytellers

3 Aprile 2009 · 1 commento

In tutto questo affannarsi a discutere dell’evoluzione dei social media, c’è sempre stato qualcosa di ricorrente, ma inafferrabile. Finora ne avevo individuato i contorni, ma mi era sempre sfuggito. L’altroieri, nel corso del seminario IULM sul Social Media Marketing, finalmente questo “qualcosa” l’ho acchiappato. E immediatamente mi sono reso conto che di sicuro non sono nè il primo nè il decimo a riuscirci. Probabilmente sono già stati scritti libri da anni su questo tema, ma - giuro - ci sono arrivato da solo.

Questo qualcosa è la fine del racconto. La fine non “della storia”, ma delle storie. Dell’investimento in tempo, curiosità ed energia rispetto alla necessità di accettare le regole della narrazione. Una trama, dei personaggi, un inizio e una fine strutturati in un racconto il cui scopo essenziale è trasferire delle emozioni legate le une alle altre. Non puoi gioire di un lieto fine se non conosci il pericolo scampato per il protagonista. Non puoi commuoverti se non conosci la somma dei significati può rivestire anche l’oggetto più insignificante. Non puoi essere triste se non hai avuto il tempo di amare il personaggio che cade vittima di un avverso destino.

Con i nuovi media tutto questo è perduto. Non per le nicchie che sono il territorio privilegiato dei digital immigrants (i quali continuano a usare la rete per raccontarsi delle storie). Ma per le masse dei digital natives cui le emozioni vengono trasferite tutte insieme, destrutturate, allo stato grezzo. Peggio, molto peggio, delle terrificanti favole dei Grimm con cui venivamo traumatizzati da piccoli.

Tutto questo accade quasi sempre con un video. Tipicamente un video di 1o secondi di un tizio che cade dal deltaplano. Ma il fenomeno è trasversale a tutte le forme espressive. La fruizione è asincrona, e la sua durata tende ad assottigliarsi verso il centro, fino quasi a sparire. Si potrebbe parlare, con una immagine suggestiva, di una fruizione a una sola dimensione.

In tutto questo la presentazione di Emanuele Colli di Microsoft Advertising è stata davvero illuminante. Questi signori si sono lanciati nel mercato del Social Media Advertising con una visione per certi versi coraggiosa. Al diavolo il Cluetrain Manifesto, ci dicono: è ben possibile, secondo Microsoft, conversare in rete con i marchi. Guardate cosa abbiamo fatto con Coca Cola e Alfa Romeo. Va bene, si tratta di marchi che hanno già una elevatissima notorietà spontanea offline, con alle spalle una storia fatta di leve emotive che sono penetrate a fondo nel nostro costume. Però noi ci siamo riusciti, e non è poco. Si tratta solo di rispettare le nuove regole e ridefinire i ruoli (agenzia, concessionaria, centro media, cliente, ecc. ecc.).

Per contrastare questa visione vi sono fin troppi argomenti. Si tratta non tanto di un diverso concetto della futura comunicazione aziendale, ma di una visione diversa della società e dell’economia prossime venture.

Prima ancora di rispolverare Doc Searls, mi viene da dire: ok, potete fare una mega campagna di evangelism con i 50 top spender in pubblicità e forse riuscirete a portare la quota dell’investimento online vicina al 10 per cento, una soglia critica che a un certo punto porterà alla definitiva “rottura delle acque”. Descrivendo una “via al nuovo eldorado” rassicurante (rispetto agli scomodi grilli parlanti che vaneggiano sul web) avrete convinto aziende che dispongono di grandi budget a darli a voi, e non alle solite agenzie. E per voi questo è già un ritorno a breve più che sufficiente.

Quello che dimenticate, però, è che dall’altra parte stanno diventando consapevoli anche i consumatori. E non potete pensare che rimangano per sempre con l’anello al naso, come li vedete voi. Disposti a entrare, facendo click da qualche parte, in una “virtual experience” sociale ma in realtà proprietaria, al tempo stesso intima (sì, sei profilato fino al midollo) e immersiva.

No, i clienti non lo faranno non solo perchè “i mercati sono conversazioni” e nessuno è più disposto ad ascoltare senza poter controbattere. Ma semplicemente perchè nessuno è più disposto ad ascoltare una storia. Punto. Nessuno accetta più l’autorità di uno storyteller, che quando parla lui bisogna stare zitti, o peggio incantati. Perchè dal decimo secondo in poi qualcuno, in rete, avrà già fatto qualcosa di più interessante per noi. E molto probabilmente non sarà stata una azienda.

Tutto ciò che sarà immersivo e intimo per noi, senza poter replicare, sarà ancora più fastidioso. Perchè nel frattempo avremo imparato a difenderci dall’immersività e da quella parte delle leve emotive che pensano di giocare con noi. Mentre siamo noi a voler giocare con loro.

E andiamo, ci viene l’orticaria a leggere la pubblicità contestuale su GMail (”Ciao Andrea, vado a Minorca in vacanza, perchè non venite anche tu e Paola?” e subito sotto “Vola gratis a Minorca”) figuriamoci se vogliamo scrivere vita morte e miracoli della nostra vita all’interno di uno spazio pervaso da un solo brand omnipresente, che ci accompagna nell’intimo del nostro profilo e delle nostre relazioni. E detto per inciso, figuriamoci se non ci sentiamo presi per i fondelli quando scopriamo che il film “CocaCola, the movie” in realtà era solo un finto trailer, l’ennesimo video virale.

No, tutto questo non succederà. Il Social Media Advertising ci sarà, e forse ad alcune condizioni sarà anche un bel business. Ma non somiglierà affatto a questa brutta copia degli spottoni hollywoodiani che ci hanno martellato per anni, cercando di comprimere delle “storie” in 30 secondi. Perchè 30 secondi senza poter commentare, replicare o fare domande, sono troppi: tutto qui.

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Wired, vorrei ma (per ora) non posso

29 Marzo 2009 · Nessun commento

Di ritorno da una settimana di vacanza, trovo nella casella della “snail mail” il secondo numero di Wired. Il primo si è perso nei meandri della non efficientissima spedizione per abbonamento postale, ma ero riuscito in qualche modo a leggerlo di straforo quasi per intero.

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Penso che i temi siano maturi per qualche prima impressione su questa rivista, che aveva sollevato aspettative notevoli, spesso in contrasto tra loro.

Ed è proprio questo il punto: la versione italiana di Wired non può accontentare tutti. Nè i puristi, che si aspettavano una rigorosissima localizzazione della rivista americana, nè il pubblico più ampio, che magari avrebbe voluto una rivista sull’innovazione “cool”. Per non parlare del “popolo dei blog” che sotto sotto sperava di trovare una rivista che parlasse dei blogger e degli altri personaggi più o meno in vista online e offline tra blogfest, barcamp, girl geek dinner, eccetera eccetera.

Il problema è che nessuna di queste scelte era sostenibile, da sola, per il modello di business di una rivista cartacea tipicamente ad/subscription based. Il clima libero e frizzante della discussione di alto profilo in rete semplicemente non è riproducibile senza scontentare gli inserzionisti, da sempre spaventati dell’impatto del “colto” sulla massa dei neofiti. La rivista semplicemente “newcool” avrebbe trovato sulla sua strada troppi e già agguerriti concorrenti. Insomma, un inno al “vorrei ma non posso”.

Alla fine, schiacciata dalle troppe aspettative (”tirate per la giacchetta”, si sarebbe detto un tempo) la creatura di Riccardo Luna tenta una via di fuga, di fatto l’unica davvero praticabile, giocandosi tutto sul filo conduttore delle idee per il futuro. E, paradossalmente, lo fa disintermediando il Web, che infatti risulta tutt’altro che al centro della discussione: sintomatica, a tal proposito, la scelta di Rita Levi Montalcini sulla copertina del primo fascicolo.

L’operazione poteva anche riuscire, a patto di conquistarsi fin da subito una certa credibilità. Perchè è solo la credibilità l’unica merce davvero preziosa per chi (e sono sempre di più a farlo) comincia ad indossare le regole della nuova comunicazione in modo istintivo, per il solo fatto di usare il web come casa comune e luogo principe del dibattito sul nostro futuro.

E qui arrivano le note dolenti. I primi due numeri di Wired su troppi temi sembrano partire da tesi precostituite, da realtà assiomatiche, costruendo i servizi e gli approfondimenti solo sui dati a supporto di queste tesi, finendo per ignorare non solo gli altri dati, ma anche le altre possibili newsangles.

Si veda il criticatissimo servizio sulle torri rotanti di David Fisher: il tema della nuova architettura dinamica è affascinante, ma non si possono ignorare i molti dubbi legati ai relativi progetti solo perchè si è “distratti” (nella migliore delle ipotesi) dalla notevole potenza di fuoco di una efficacissima macchina di P.R. Allo stesso modo, non è accettabile che si parli del fantasmagorico progetto per rendere il centro trasmissioni di Radio Vaticana un impianto a “impatto quasi zero” mettendo elegantemente una pietra sopra le emissioni di onde elettromagnetiche che da anni sono oggetto di una spinosa controversia.

Per passare a considerazioni che prescindono dal “taglio”, credo sia giusto lodare il tentativo di Wired di addentrarsi volentieri nel campo minato delle “culture digitali”, ma sarebbe anche opportuno provare a conservare un minimo di rigore nel destreggiarsi tra i complessi scenari socio-antropologici indotti dall’esplosione dei social media nel loro complesso. Non ha molto senso mettere nello stesso calderone un fenomeno di costume come il retrogaming, le sperimentazioni del public design e i nuovi modelli di economia collaborativa, a condizione di non volersi distinguere granchè da “D di Repubblica“. Che però è gratis e ha già una identità ben precisa.

Al tempo stesso non ho problemi ad andare controcorrente nell’affermare che vi sia - eccome - lo spazio per una rivista cartacea di questo tipo nel mercato italiano. Si tratta solo di assestare il tiro, e non necessariamente in una delle mille direzioni indicate da chi, alla prima ora, ha preteso di sancirne il concept e la linea editoriale.

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Digitale Terrestre: d’accordo, niente è più come prima. Però non in quel senso…

29 Gennaio 2009 · 12 commenti

digitale terrestreSono ormai abbastanza allenato ad ascoltare le conferenze istituzionali sul futuro della tecnologia. Credevo quindi di essere pronto al peggio quando ho pazientemente cominciato ad ascoltare la registrazione della Conferenza Nazionale sul Digitale Terrestre, presentata da Bruno Vespa e significativamente sottotitolata “Niente è più come prima”.

Ma stavolta mi è bastata la prima ora di convegno per raggiungere il punto di saturazione. Questi signori stanno parlando di qualcosa che nasce morto in partenza.

Il digitale terrestre, che in Italia è servito solo a salvare Retequattro, sarebbe perdente anche (e non è il caso nostro) se fosse sfruttata bene. E per un motivo molto semplice: è una TV di flusso. E la TV di flusso è destinata a sopravvivere solo per le notizie, lo sport e gli eventi live. E se queste tre “killer application” erano finora sufficienti a giustificare gli alti costi di gestione della TV di flusso, con il crescere di una sempre più ricca e aggressiva offerta On Demand, che trova nel protocollo IP la piattaforma più efficiente, essa è destinata magari non a soccombere ma a diventare un prodotto di nicchia. E dato che il digitale terrestre, proprio come il satellite e l’etere analogico non può che essere una tv di flusso, faranno tutti la stessa fine, come è ovvio che sia con un pubblico che vuole avere sempre più il controllo del contenuto e non si accontenta più di vedere cosa passa il convento.

In sostanza, dopo che la TV degli anni ‘50 ha plasmato un popolo, costringendolo a vedere quello che passava il convento, e che la TV degli anni ‘80 lo ha telecomandato permettendogli di scegliere cosa passavano ben 6 conventi diversi, per questi signori il punto d’arrivo sarebbe poter scegliere tra centinaia di conventi. O col satellite, ma a pagamento, visto che si tratta di consumatori consapevoli di reddito medio-alto ma non catechizzabili con la pubblicità; Oppure gratis, col digitale terrestre appunto, visto che (nei loro deliri di onnipotenza) sarebbe ancora possibile continuare a decidere i percorsi del pubblico nei supermercati, manco fossero i cani di Pavlov. L’importante, in ogni caso, è che il controllo del contenuto rimanga dalla parte dei broadcasters. Ma - e per fortuna, aggiungo io - le cose stanno diversamente.

Non solo i contenuti sono destinati ad essere integralmente controllati dagli utenti, che potranno stabilire quando, come, dove e quante volte fruirne in piena libertà. Quello di cui non ci si accorge, e che appare ancora più evidente oggi, con la presentazione dei dati dell’Osservatorio Multicanalità di AC Nielsen, è soprattutto che una crescente massa di ex-telespettatori è già ben oltre oltre il ruolo di “consumatore consapevole” ed è diventata un nuovo segmento, i cosiddetti “Reloaded“, e cioè coloro il cui processo di acquisto passa per una grande varietà di canali, e per i quali il ruolo della televisione è sempre meno importante.

Non credo ci vorrà poi troppo per far capire ai “padroni del vapore” che, prima di preoccuparsi troppo del ROI dell’advertising su Internet (o meglio, su tutti i contenuti che viaggiano su IP) occorre porsi qualche seria domanda sulla sostenibilità del modello di business attuale: da un lato le entrate pubblicitarie, attraverso i centri media; dall’altro gli altissimi costi infrastrutturali per un tipo di contatto infinitamente meno efficace nel processo d’acquisto. Senza dimenticare che nessuno può dare per scontato che la raccolto pubblicitaria sia ancora al centro dei modelli del futuro, ma questo è un altro discorso.

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