Una frase con più di dieci parole è troppo lunga. Un video di più di 30 secondi stufa. E anche a un evento interessante, come “Capitale Digitale” di ieri, ci si va per ascoltare il primo minuto, poi tutti a chattare su smartphone, netbook, a telefonare, ad aspettare il rompete le righe, tanto abbiamo marcato il territorio, domani rivedremo le nostre facce su Flickr, e soprattutto c’è il “dopo”, tutti insieme al ristorante, davanti a una generosa porzione di cacio e pepe. In cui parleremo male degli assenti, ma tratteremo peggio i presenti, non per cattiveria ma per segnalare agli altri che siamo così in confidenza, ci vogliamo così bene, da potercelo permettere. Un “dopo” in cui non ci azzarderemo mai ad approfondire alcunchè, ma ci culleremo in un consolatorio cazzeggio a oltranza, che poi è l’unico antidoto rispetto al rischio che il nostro interlocutore, al minimo discorso serio che non lo riguardi direttamente, faccia zapping e via, se n’è già andato.
E così si naviga a vista, in un eterno “horror vacui” che è peggio del vuoto e del silenzio, ma non privo di senso. E’ che il “senso” è ancora una volta, come all’inizio del secolo scorso, una eterna catarsi, un eterno nascere e al contempo morire, di qualsiasi discorso, di qualsiasi vero dialogo.
E allora cosa ci rimane, se vogliamo ancora conversare? Forse ci rimane la città. Con la città possiamo ancora parlare, confessarci, arrabbiarci senza preoccuparci dell’effetto sulle “terze parti”. Perchè quello con la città è un dialogo intimo. Una città dice una cosa diversa ad ognuno di noi. A me, dopo anni di spostamenti coatti al seguito dei genitori, Roma disse, circa venticinque anni fa, che per quanto la riguardava, uno più uno meno non faceva troppa differenza, e che non c’era bisogno di dettarmi le regole, perchè le avrei imparate a mie spese.
Aveva ragione: presto imparai che Roma, escluso il centro (che fa storia a sè) è una città a compartimenti stagni. Per semplificare, la divisi in 4 quadranti:
- Nord-Ovest, la città immobile, e felice di esserlo
- Nord-Est, la città immobile, e quello è il problema maggiore
- Sud-Est, la città immobile, ma quello è il problema minore
- Sud-Ovest, la città che oltre al danno di essere immobile, soffre la beffa di poter vedere una irraggiungibile via d’uscita
Imparai poi che era possibile spostarsi tra i quadranti studiando accuratamente le abitudini e gli orari degli automobilisti, in quanto in certe ore del giorno certi luoghi sono semplicemente inaccessibili, quindi è come se non esistessero. Imparai quindi “la città a scacchi”, che fu poi integrata da una sommaria conoscenza dei principali intinerari tangenziali, radiali, anulari intorno ai quali per anni hanno sfilato quartieri “di facciata”, che non ho mai esplorato, come fossero semplici “textures” di qualche videogioco in 3d. Eppure anche dietro quelle “textures” a volte si nascondono dei veri tesori, come l’incredibile gelateria “Cristalli di Zucchero” nascosta in una delle fitte strade che costeggiano Viale dei Colli Portuensi, e che ho potuto scoprire solo grazie a un “uomo di quel quartiere“.
Per conoscere veramente i “pezzi” di città in cui non si risiede o si lavora occorre dunque avere un legame personale con qualcuno che “ci si ritrova” e deve anche lui scendere a patti con il complesso dei problemi e delle opportunità del “suo” territorio. Per conoscere il Torrino, la città dei nuovi professionisti, ho avuto bisogno di persone come Paolo e Pierpa. Per conoscere Cinecittà e il Tuscolano, con le sue peculiarissime e tribali logiche sociali, ho dovuto passare attraverso le forche caudine di un lungo fidanzamento in una fase di piena immaturità ormonale. Prima ancora ho conosciuto il “fatato” mondo dei Parioli, frequentando un liceo da nuovi ricchi, e qui le virgolette dicono più di mille parole. E molto più tardi ho scoperto l’impalpabile mondo postindustriale dell’Ostiense e i suoi forzati del co-working creativo (e dell’aperitivo) per il semplice fatto di costituire, per me, e solo per me, il “quartiere pausa”di un lungo viaggio quotidiano sui mezzi pubblici.
La città racconta una cosa diversa a ciascuno di noi. Si adatta alle nostre vite, e ha con noi un dialogo costante e personalissimo. La Garbatella, che non ho mai vissuto, ma che ho sempre sfiorato, mi racconta la sua voglia di essere ancora “paese”. L’Eur, che continuo a incrociare spesso per motivi di lavoro, mi racconta ogni volta il suo essere una città-sogno, un sogno che non si avvererà mai. Vigna Clara, che ho lambito per tre anni dalla mia minuscola casa da single a Ponte Milvio, serve a ricordarmi che per molti l’apparenza non serve a ingannare, ma può essere elevata a una ragione di vita. L’Esquilino, dove ho vissuto per un anno in compagnia di un paio di simpatici scarafaggi, è una sorta di videogame interrazziale in cui ogni tanto un popolo conquista il dominio a scapito degli altri, ridipingendo i palazzi, imponendo gli odori e stabilendo la lingua ufficiale attraverso le insegne dei negozi.
Poi i luoghi di lavoro: la Magliana, palazzi che galleggiano torvi su una campagna dura a morire (e infatti regna ancora il brigantaggio, specie nei business center); l’Aurelio, il quartiere “a due velocità”, una specie di grande acquasantiera che vive di regole proprie, e dove tutto l’ecosistema “play” si sovrappone a un altro ecosistema “slow motion”, semiospedaliero e interstiziale, ma dalla radici solidissime e inestricabili. E infine Olgiatraz, forse la metafora perfetta del fallimento di qualsiasi prospettiva sociale: un luogo dove alcune persone hanno deciso di rinchiudersi perchè ritengono che il mondo sia un luogo orribile, praticamente la soluzione ideale per chi non ha le palle per suicidarsi.
Ogni pezzo di città, con le sue logiche, ci spiega cosa allontana e cosa tiene unite le persone di fronte a problemi e opportunità reali, o - se preferite - offline. Per questo la città è una impagabile “maestra” nel ricordarci le vere regole del dialogo e della conversazione. Se poi diventa anche digitale tanto meglio, ma non c’è fretta.
[foto di Purple Red]
12 commenti sino ad ora ↓
Patrizia // 11 Settembre 2009 at 22:51
BEL-LO, BEL-LIS-SI-MO, questo post.
thank you.
Antonio Pavolini // 11 Settembre 2009 at 22:56
chissà come mai ho approvato questo commento
grazie a te @patrizia
a
La Rejna // 11 Settembre 2009 at 23:49
Molto, molto bello. Riflessioni “urbane” che mi ritrovo a fare in parte per lavoro e in parte per passione, avendo concentrato anche parte delle mie ricerche proprio sulla fruizione dello spazio pubblico e del suo intersecarsi con la “sfera pubblica” o quel che ne rimane.
pierpa // 12 Settembre 2009 at 00:09
Illuminante, come un faro improvviso che ti mostra da fuori quanto hai assorbito negli anni senza consapevolezza.
A proposito, l’”irrangiungibile via d’uscita” è la triade Colombo/Ostiense/Pontina?
antonio pavolini // 12 Settembre 2009 at 00:29
grazie @larejna, ecco anche a me piacerebbe avere un approccio più rigoroso a questi temi…
Antonio Pavolini // 12 Settembre 2009 at 00:46
@pierpa - vedo che non sono il solo insonne, stanotte
Doppiafila // 18 Settembre 2009 at 06:56
Mamma mia Antonio, che nel post… poesia pura, su un tema - la cittá - che é tanto tanto profondo ma che hai fatto tuo (e nostro) con maestria…
Non vedo l’ora di leggere il tuo primo libro, sul tema che sceglierai…
Un abbraccio da Parigi (grande quartiere francofono a sud di Londra)
Antonio Pavolini // 18 Settembre 2009 at 09:39
@doppiafila - in realtà non ho fatto altro che raccogliere disordinatamente molti pensieri nati da conversazioni con te, Pierpa, Dante e altre persone sensibili al tema del rapporto del territorio con le persone….a proposito…lo sai che ci manchi? perchè non apri un account su Dopplr così magari ci incrociamo nei nostri viaggi d’affari e non?
bastet // 26 Settembre 2009 at 08:57
scopro solo oggi questo bellissimo post…
bellissimo e, come dice giustamente @pierpa, illuminante…
forse i nativi romani sono quelli che conoscono meno roma, appunto perché la “indossano” da sempre e non si sono mai fermati a guardarne il tessuto e le pieghe…
Antonio Pavolini // 27 Settembre 2009 at 00:34
grazie valentina, forse è l’estensione del concetto secondo cui “nemo profeta in patria”…

@pierpa, dimenticavo: la via di fuga è il mare
pierpa // 28 Settembre 2009 at 20:36
Ah beh, allora ci avevo preso: le tre strade portano al mare
Lupe30Walker // 7 Maggio 2010 at 02:37
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