Nonostante l’orario tardo, martedì scorso decido di recarmi alla Federazione Nazionale della Stampa per l’ennesimo dibattito sui media partecipativi. Arrivo al fatidico 349 di Corso Vittorio, e vengo quasi travolto dalla gente che scende le scale. “E’ tutto finito” - mi fanno - “ma ci vediamo al Wine Bar qua davanti per stabilire i prossimi passi”.
Non ci capisco granchè, ma mi faccio prendere dalla serendipity, e nel giro di 5 minuti mi ritrovo insieme a Diego Galli (FaiNotizia), Francesco Piccinini (AgoraVox) e altri attivisti del citizen journalism italiano. Alla mia sinistra, dall’introduzione di Bernardo Parrella (GlobalVoices) capisco che lo scopo del debriefing sarebbe quello, in un’ora (!), di porre le basi di una piattaforma comune che aggreghi i contenuti dei principali siti di giornalismo participativo in Italia.
L’impresa è improba, anche perchè Francesco mette subito in chiaro che si deve trattare di un aggregatore finanziariamente sostenibile, e si finisce per parlare di redazioni, headcount, e soprattutto - ancora una volta - di “unique visitors”. Su quest’ultimo argomento Parrella entra a gamba tesa, dicendo senza mezze misure che Agoravox è numericamente irrilevante, e gettando nello sconforto non solo Piccinini, ma anche tutti gli altri “reporter diffusi seduti intorno al tavolo, le cui rispettive iniziative sono evidentemente ancora meno allettanti per una ipotetica raccolta pubblicitaria. La riunione si chiude mezz’ora dopo con un sostanziale nulla di fatto.
Ecco, al di là del becero “celopiulunghismo” esercitato a colpi di visitatori unici, criterio monodimensionale che evidentemente è considerato sufficiente a spiegare e governare qualsiasi fenomeno del web, sono proprio le premesse della discussione a non vedermi d’accordo.
Se l’obiettivo, come mi è parso di capire, è rompere il cortocircuito della stampa mainstream controllata dai soliti noti, non si vede perchè:
- sia necessario creare una piattaforma unica
- sia necessario che tale piattaforma assuma la forma di un aggregatore/selezionatore
- che l’aggregazione/selezione venga compiuta grazie a filtri semantici particolarmente “smart” …
- …oppure alla vecchia maniera, e cioè da una redazione umana
- sia necessario risolvere all’interno della piattaforma aggregatrice il nodo del modello di business
- il successo “politico” della piattaforma sia sancito dalla capacità di rimediare spontaneamente sulla stampa mainstream
- il successo “economico” della piattaforma sia sancito dalla sostenibilità mediante la raccolta pubblicitaria
Ecco, io non credo di dire una bestialità se affermo che questa passione per l’aggregatore/selezionatore è figlia dell’equivoco secondo cui le persone che dirigevano la discussione hanno sempre e comunque in mente la versione immateriale di un “quotidiano”o comunque di una “testata” con un modello ad-based. Una “testata”, dietro al quale - beninteso - un certo numero di persone illuminate stabiliscono a priori cosa sia meglio che il popolo bue, lobotomizzato dalla TV, venga a sapere. E l’equivoco appare più chiaro quando si levano voci per la “stampa in pdf” come vera e propria killer application del prodotto. Credo che vi siano un bel pò di alternative a questa visione.
Fin qui il discorso su cosa, a mio parere, è “ingiustamente ritenuto necessario” fare. Ben più spinoso è tema di “cosa sia sufficiente fare”. Ne sto discutendo, in questi giorni, con varie persone più costruttive e meno inclini a sterili personalismi. Quando ne sarà venuto fuori qualcosa di significativo, proverò a scriverlo da queste parti.
1 commento sino ad ora ↓
luigi // 30 Giugno 2009 at 12:35
Mi viene in mente quanto ho letto qui:
http://tinyurl.com/lmfauk
La sostanza è la stessa.
Per capire, se la fonte è il cittadino, chi è il target?
Tanto più la notizia è “local” tanto maggiore (e quindi più accurato come fonte) è la sua vicinanza al cittadino. Ma più è locale più ha interesse per una audience limitata.
Diverso è il caso di notizie che da “local” diventano global (cito come esempio il caso dell’Iran, sperando di non sbagliare).
luigi
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