E’ da qualche anno che l’industria discografica, rappresentata internazionalmente dall’IFPI, pubblica - sotto forma di dettagliati rapporti in PDF- dei veri e propri piagnistei istituzionali. Quello del 2009, uscito un paio di settimane fa, non fa eccezione.
Il 95 per cento dei download musicali su internet, si legge nel rapporto, è illegale. Anche se la quota di entrate derivante dai download legali è in continua crescita (un altro 25% nel 2008), essa rappresenta solo il 20% del totale. Il risultato è la progressiva erosione delle vendite totali, che - come ha ammesso John Kennedy, Presidente e CEO dell’organizzazione, sono ulteriormente diminuite del 7% lo scorso anno, dopo il preoccupante crollo (-8%) del 2007.
C’è da stracciarsi le vesti? Direi proprio di no. E non solo perchè Britney Spears e Puff Daddy non sono stati ancora visti trascorrere la notte sotto i ponti, cosa che - detto fra noi - non potrebbe che esser loro salutare. Ma soprattutto perchè il problema tocca soprattutto una sola porzione del mondo della musica e cioè la parte di industria che non ha saputo modificare il proprio modello di business e soprattutto la parte di artisti che è scesa al compromesso con quest’ultima, rinunciando a qualsiasi contributo originale e anzi contribuendo all’omologazione generale.
Se la musica che le etichette discografiche provano ancora a venderci sui canali tradizionali è tutta uguale a sè stessa, ciò è dovuto alla natura stessa del meccanismo distributivo on the shelf che spinge inevitabilmente l’offerta verso la ricerca forsennata del grande successo (l’unico in grado di sostenere questo modello) tagliando fuori chiunque non accetti di scendere agli inevitabili compromessi. Che non riguardano solo la qualità della musica in sè, ma soprattutto la riduzione a “residuo” del contributo artistico puro, col risultato di elevare a principale fonte di sostentamento “l’ex-indotto collaterale” dello show business che una volta vi ruotava attorno, e che oggi si trova decisamente al centro del mercato.
Per intenderci, se alla radio, in TV, a Sanremo ascoltassimo dei novelli Mozart o degli emuli di John Coltrane, magari questo tipo di lamentele potrebbero anche suonare sensate. Ma considerato che questo sistema ha mostruosamente impoverito la qualità della musica che la gente finisce per ascoltare, risultano in tutta la loro assurdità le argomentazioni che si ergono a difesa della proprietà intellettuale e dell’opera dell’ingegno. Specialmente quando da un lato si gioca la parte del “soggetto debole, indifeso rispetto alla pirateria”, dall’altra vengono coinvolti in una sorta di ricatto gli unici soggetti (gli ISP) che in questo momento possono in qualche modo porre un argine al fenomeno, ma che forse dovrebbero farsi due conti, e capire meglio la loro value proposition nei confronti degli utenti, prima di cedere con un riflesso condizionato ai diktat delle major e delle lobby ad esse collegate.
Insomma, credo che dovremo abituarci ancora per un pò a questo tipo di manifestazioni che sono semplicemente la reazione più comoda e meno impegnativa, nel breve termine, di un soggetto che non è pronto - per dimensioni, cultura e struttura finanziaria - a cambiare pelle abbastanza rapidamente. Chi è pronto a cambiare sono - nel frattempo - gli artisti indipendenti, che oggi possono distribuire da soli la loro musica, scegliendo tra i modelli alternativi emergenti. Rischiando in proprio, da veri imprenditori, ma senza dover necessariamente stravolgere i propri contenuti. Vogliamo scommettere che quando l’industria avrà faticosamente e dolorosamente portato a termine la sua traversata del deserto, ascolteremo tutti una musica complessivamente migliore?
4 commenti sino ad ora ↓
RockCast Italia » Blog Archive » RCI#200 - Energia due zero zero // 3 Marzo 2009 at 23:49
[…] Antonio Pavolini: Il tramonto dei dinosauri della discografia […]
Antonio Pavolini // 4 Marzo 2009 at 00:24
Nel commento precedente, il link alla puntata 200 di RockCast Italia, lo storico podcast italiano dedicato alla musica indipendente, giunto alla 200ma (!) puntata, e in cui l’autore Franco Solerio commenta questo mio ultimo post sull’industria discografica. Grazie al Dok per le sue belle parole, per la sua bellissima musica, e soprattutto per la sua costanza con i podcast, quella stessa costanza che - a un certo punto , dopo 127 puntate di Pendodeliri, 24 puntate del Solaio di Berto, 6 puntate di PodPower e 5 di “Due occhi da straniero”- mi è venuta a mancare.

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Doppiafila // 6 Marzo 2009 at 14:25
Poracci, peró: il “business model” é criticabile quanto si vuole (assieme ai risultati), ma e innegabile il fatto che ora si possa rubare qualcosa che prima vuoi non vuoi toccava pagare… E poi é vero che i soldi vengono dai grandi successi, ma le case discografiche hanno migliaia di artisti contrattati, non solo Britney (della quale confesso di aver comprato un disco, i greatest hits)!
Insomma, non saranno i CEO piú avanzati del pianeta, né affascinanti come… (come chi?), ma che si dispiacciano di essere quelli che hanno preso la sola mi pare comprensibile!
Saluti, Doppiafila
antonio pavolini // 6 Marzo 2009 at 16:43
paolo, il punto è che non solo si dispiacciono, il che è del tutto comprensibile, ma vogliono anche farci credere che sarebbero loro i “buoni”…
le migliaia di artisti a contratto, piano piano e affrontando gli stessi cambiamenti che affontano molte altre categorie di lavoratori a causa delle evoluzioni tecnologiche, troveranno spazio nei nuovi modelli di business, tutto qui
non credo che vedremo chiazze di sangue per il business della musica…ne vedremo ben altre in parecchi altri settori merceologici
saluti
triplafila
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