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Ecco cosa i BarCamp faranno da grandi

26 Gennaio 2009 · 9 commenti

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Un piovoso sabato mattina qualunque nel depresso quadrante nord-ovest della Capitale può sempre riservare qualche bella sorpresa. Come per esempio, scoprire che il KublaiCamp è stato un piccolo capolavoro organizzativo. Con una location perfettamente centrata, una buona gestione dei tempi e degli spazi, e un’ottima fruibilità, grazie allo streaming video, anche per chi non è riuscito a intervenire di persona.

L’unica perplessità riguarda proprio la scelta del vincitore. Se davvero l’intenzione era quella di premiare il progetto più “costruttivo” per la promozione del territorio, non si vede come CriticalCity (che ho testato oggi pomeriggio) possa essere considerato qualcosa di più di una specie di caccia al tesoro multimediale. Ed è un vero peccato, perchè l’idea, e anche la sua realizzazione, arriva a dieci metri da un traguardo molto significativo: quello di incidere davvero sul territorio con azioni utili, e non meramente narrative o decorative. Mentre i “fotoracconti” e le “missioni” di Critical City sono infatti già ampiamente disponibili su social network preesistenti e ben più “abitati”, come Facebook, Flickr e YouTube, non sarebbe stato male, invece,finalizzare questo strumento alla realizzazione di azioni di volontariato, come il riciclaggio di materiali, la pulizia di una strada, le attività per gli anziani soli, insomma tutte quelle belle cose, magari più banali, ma di cui una grande città ha drammaticamente bisogno.

Se andiamo a scoprire i “pallini” che localizzano gli utenti, appare inoltre evidente che l’iniziativa ha un carattere decisamente “milanocentrico”, ciò che stride un po’ con le finalità dichiarate del concorso. Un progetto che - peraltro - sembra fatto apposta per vincere, per come è stato sapientemente presentato e comunicato nella community di Kublai.

Personalmente, avrei premiato - piuttosto - il progetto delle audioguide distribuite della Val di Noto, che senza lanciare il fumo negli occhi del mashup geotaggato proponeva un’idea semplice, efficace e “funzionalmente creativa”. Oppure il geniale ning OnYourWay di Andrea Costa, dedicato all’ottimizzazione dei trasporti. Ma è solo un’opinione.

Tra i talk più interessanti, ancora una volta devo spendermi a favore di Antonio Tombolini, che ci ha illustrato con la consueta maestria le potenzialità dell’E-paper nei processi deliberativi.

Meno convincente la conclusione di un affascinante tuttologo (di cui non ricordo il nome) che ha impartito l’estrema unzione alla formula del BarCamp (senza peraltro indicare una alternativa), rammaricandosi del fatto che le idee italiane risiedano su server americani (imperdonabile!) e proponendo come antidoto la creazione di social network territoriali. Tutti da ripopolare, naturalmente: auguri.

Scherzi a parte, semmai questo evento ha dimostrato, come già avvenne con il DemCamp, che la modalità della non-conferenza si presta molto bene alla realizzazione di fini istituzionali. Il BarCamp è sempre più un mezzo e sempre meno un fine, e di questo possiamo cominciare a rallegrarci senza sentirci in colpa.

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9 commenti sino ad ora ↓

  • Ecco cosa i BarCamp faranno da grandi | conversational … // 27 Gennaio 2009 at 05:32

    […] Ecco cosa i BarCamp faranno da grandi | conversational … Articoli correlati: Vassar storie(s): KublaiCamp, un barcamp su creatività e sviluppo […]

  • Kublai » KublaiCamp, senza parole // 27 Gennaio 2009 at 06:04

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  • Augusto // 27 Gennaio 2009 at 09:30

    Ciao, sono Augusto di CriticalCity.
    Hai ragione - anzi forse ci fai un complimento - quando dici che siamo a 10 metri dal traguardo di incidere davvero sul territorio… Facciamo 20 va’! ;)
    Scherzi a parte, siamo consapevoli che per come è ora CriticalCity è stato capace solo di dare l’idea di quello che vuole diventare. E’ solo un punto di partenza! Il premio (meritato o no non sta a me dirlo, posso dire però che anche gli altri 4 progetti ognuno a suo modo meritava di vincere) è stato assegnato in funzione del documento di progetto (che trovi sulla community di Kublai) non in base a quanto già realizzato.

    E hai ragione anche quando dici che per ora siamo un po’ milano centrici…è vero, siamo partiti da qui. E qui ci concentreremo almeno per il prossimo anno per sviluppare appieno le dinamiche di gioco e acquisire l’esperienza necessaria a crescere. La nostra idea poi e di espanderci agli altri centri urbani italiani medio-grandi.

    In ogni caso grazie per le osservazioni e le critiche e per il tempo che hai dedicato a provare CriticalCity, è sempre interessante capire come il nostro progetto viene visto dall’esterno! Ti chiediamo un po’ di pazienza e speriamo di dimostrare sul campo di essere degni del riconoscimento ricevuto.

    A presto,
    Augusto Pirovano

  • Nicola Mattina // 27 Gennaio 2009 at 09:56

    Se era proprio l’ultimo intervento della giornata, la persona era Carlo Infante.

  • Antonio Pavolini // 27 Gennaio 2009 at 10:27

    @augusto - forse il mio è solo un riflesso condizionato, quello per cui tutto ciò che è comunicato e presentato bene nasconde un vuoto di concretezza (e non credo proprio sia il vostro caso). E’ un riflesso del tutto fuorviante, ma è indotto dal crescente trionfo della logica “effetto annuncio”, che fa leva sulla memoria sempre più corta degli interlocutori. Sono sicuro che col tempo darete prova di essere più che all’altezza del premio ottenuto. E mi è anche chiaro il perchè vengano premiate le intenzioni (i documenti) e non i progetti a regime: il premio è infatti un aiuto al progetto stesso.
    @ - nicola - grazie per l’informazione. Carlo Infante è spesso geniale (ricordo il suo intervento al Linux Club, due anni fa), ma stavolta non ho condiviso una parte delle cose che ha detto. Avrei voluto essere presente in quel momento (invece ero davanti allo streaming) per discutere di quei punti.

  • Alessandro Nasini // 27 Gennaio 2009 at 22:09

    @antonio: questa volta sono meno d’accordo con te sui barcamp. Nemmeno a farlo apposta ne ho scritto sul mio blog stamane prima di leggerti. Di Carlo Infante condivido le conclusioni ma non le ragioni: la formula barcamp la trovo sorpassata come tutte le cose “inconcludenti” e parziali. Se devono essere occasione di confronto, devono esserlo sul serio ma con i minuti contati ed un palco a tenere comunque le distanze allora il gioco non vale la candela. Diventa una simulazione che è quasi peggiore del convegno classico, dove il pubblico è pubblico muto e gli oratori fanno vetrina, ma almeno (quelli bravi) hanno il tempo di spiegare e approfondire. Sui progetti presentati al Kublaicamp ci sarebbe da parlare a lungo, sopratutto del coaching che è stato fatto e ne verrà fatto. Ho parlato con molti Kublaiani e ne ho ricavato l’impressione che siano molto migliori dei loro progetti che, molto semplicemente, non sanno scrivere. Sarebbe di grande aiuto (che ho già offerto) un minore auto-compiacimento, meno lodi alla “creatività” e più aiuto per trasformare una buona idea in un progetto comprensibile prima e realizzato poi.
    una ultima notazione per il progetto di Tombolini: per qualcuno il tema del paperless e degli ebook sarà anche una novità: io me ne occupo dal ‘94 (e come me molti altri) e francamente nei “nuovi arrivati” vedo poco arrosto e tanto fumo.

  • Antonio Pavolini // 27 Gennaio 2009 at 23:28

    @alessandro - ho letto il tuo post dopo aver scritto il mio e prima di aver letto il tuo commento… :-)
    circa i barcamp credo che stiamo parlando di due cose diverse: io parlo di che cos’è il barcamp, tu stai parlando di ciò che è diventato. Io difendo la formula originaria (20 persone al massimo che si incontrano in un bar, dove bivaccano tutto il giorno a presentare argomenti “in serie”, per poi discuterli liberamente, senza limiti di tempo per trarne idee da mettere in pratica il giorno dopo). In Italia, data la nostra tendenza a farne “il ritrovo della conventicola”, anche il barcamp, non-evento per antonomasia, è diventato un evento con tutti i problemi connessi (compresa la gestione dei tempi, e la presenza di un palco e di una platea). Eppure credo che da noi sia difficile fare meglio di così. In ogni caso mi affascina la tua idea di trovare una nuova formula, e penso che proverò a dare un contributo.
    Circa l’e-paper secondo Tombolini la tecnologia degli e-ink ha cambiato notevolmente il quadro delle applicazioni degli ebook rispetto al 94, invi comprese quelle negli ambiti deliberativi. Premesso che sono un fanatico dei libri di carta (non da leggere, sto parlando di quei bei libroni illustrati da tenere in casa per farli sfogliare agli ospiti durante le conversazioni davanti a un bicchiere di porto) il mio interesse è più che altro legato all’applicazione dei certificati digitali, per ovvi motivi professionali.

  • Alessandro Nasini // 28 Gennaio 2009 at 21:58

    @antonio: molto bene, vedo che abbiamo sul barcamp posizioni molto vicine e condividiamo la valutazione circa le attuali “aberrazioni”. più che tornare alle origini mi sfrizzola progettarne l’evoluzione e in questo senso ben venga il tuo contributo, vista oltretutto la clamorosa oppurtunità della nostra vicinanza geografica.
    tornando all’e-paper, citavo di occuparmente “dal 94″ e… non ho mai smesso. la tecnologia e-ink è certo interessante ma - come ho sostenuto in altre sedi - le applicazioni pratiche sono ancora troppo limitate funzionalmente e troppo costose. ammesso e non concesso che sia la via giusta (parliamone…) ci vorrà ancora del tempo perchè possano diventare realmente interessanti per una diffusione su larga scala.
    sui libroni, siamo malati della stessa malattia (della quale mi vergogno un po’… vivendo di digitale) ma devo dissentire nettamente: meglio lo Sherry del Porto…

  • markingegno // 29 Gennaio 2009 at 12:47

    Mi spiace che non ci sia stata occasione per scambiare due chiacchiere nella mia fugace apparizione al kublaicamp, sara’ per la prossima volta ;)

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